Cogito Ergo Sum

Non è mai troppo tardi per realizzare i tuoi sogni nel cassetto e io sto realizzando il mio che ho accantonato 40anni fa. Finalmente scrivo dopo che ho fatto la chef, la guida a cavallo e la mamma a tempo pieno, e la sto ancora facendo. Che dire... la mia biografia ancora non riesco a scriverla.
Giovedì, 08 Giugno 2017 08:07

Gli Shrd e i Giganti

 

Il cielo era infuocato, le esplosioni si susseguivano una dopo l’altra. Uri era nascosto dentro la conca dell’acqua, la stessa dove il giorno prima aveva ricevuto la benedizione del capo tribù. Era il suo quindicesimo “Beranu”. Poteva andare a cacciare con i “Crispesu” i cacciatori anziani. Uri era impaziente, molte lune prima un lupo aveva ucciso suo padre, voleva vendicarlo. La vendetta per il popolo delle torri, non era onorevole.

Uri era testardo si ostinava a perseguire in quel sentimento che un giorno l’avrebbe portato alla morte. L’arrivo degli Dei la notte prima aveva mandato all’aria i suoi piani. La tribù non si aspettava la visita della Famiglia Reale, doveva essere un evento straordinario.

La Famiglia Reale era benvoluta dalle tribù, che si adoperavano per offrirgli in dono frutta e pelli di animale. Il territorio degli Shrd era fertile e popolato da fauna variegata. Le sorgenti erano pure e le miniere da dove estraevano i metalli per le armi e i gioielli fornivano metalli senza troppi sforzi. La Famiglia Reale contribuiva alla crescita spirituale e scientifica del popolo inviando tra loro le Dee Madri e i “Nuros”.

La Dea Madre si occupava di far nascere i neonati, accudirli e guidare i genitori alla loro crescita. I “Nuros” si occupavano della loro istruzione, ma non erano molti i fortunati che potevano accedere all’insegnamento della scrittura e della caccia.

Uri era uno dei fortunati. Aveva imparato a scrivere sulla pelle e sullo scisto, a leggere la scrittura degli dei, ed era l’unico a saper trasformare un amalgama di minerali in un’arma affilatissima.

 Il fuoco era suo amico, lo aveva aiutato a realizzare l’arma che avrebbe ucciso il lupo assassino. Il Nuros che insegnava Uri a fondere i metalli cercava di infondere compassione dentro quel ragazzo, ma l’impresa era ardua. L’orgoglio che portava alla distruzione, non era ben visto dalla Famiglia Reale ma Uri era un privilegiato nelle arti e i Nuros chiudevano un occhio.

 L’esplosione vicino a lui lo riscosse facendogli cambiare posizione per evitare che i nemici scoprissero il suo nascondiglio. La notte prima la nave volante della Famiglia Reale era apparsa sulle loro teste. Alcune figure minute erano scese a cercar riparo mentre altre navi arrivavano precedute da lampi ed esplosioni.

 Gli uomini della tribù aiutarono le figure di luce che scesero dalle navi, accompagnandole dentro il tempio centrale. Le frecce non poterono nulla contro le navi nemiche, non poteva far nulla nemmeno la flotta della Famiglia Reale che pure rispondeva al fuoco. Erano perduti.

 Dentro il tempio si erano radunati undici dei dodici membri della Famiglia Reale, e i loro spiriti guida.  Un loro membro aveva avvisato un mortale che dopo poco tempo si sarebbe verificata una grande onda che avrebbe spazzato via tutta la vita sulla terra.

 Aveva consigliato di costruire una grande nave che potesse contenere la sua tribù e i suoi animali per sfuggire al cataclisma. I suoi fratelli non erano d’accordo e lo accusarono di tradimento.

La compassione che distingueva la Famiglia Reale dai Semplici era venuta meno. Si crearono due fazioni.

Una fazione si ribellò alla famiglia per conquistare il potere sui Semplici cosicché iniziò la guerra!

Uri entrò di corsa nel Tempio avvisando che il nemico aveva decimato gli abitanti del villaggio. Gli Dei dovevano scappare, non potevano restare lì. Sarebbero rimasti uccisi. Una figura di luce si avvicinò a Uri e gli disse che doveva scrivere tutto quanto era accaduto e disegnare sullo scisto la mappa della regione.

Le pelli e la pietra incisa dovevano essere tramandati di padre in figlio, perché i Semplici potessero, un giorno, trovare le loro origini. Uri tremante e rosso in volto per l’emozione, chinò il capo in segno di obbedienza.

La famiglia Reale si mise in cerchio, gli spiriti guida si elevarono su di loro. All’unisono con un cenno del capo diventarono luce e sparirono. Nelle ore seguenti Uri vide la sua tribù annientata, si salvarono solo due famiglie e Amir.

Amir, sorella di Uri si era nascosta sotto l’altare in granito. L’esplosione che distrusse il tempio la lasciò miracolosamente illesa.

 

Uri sedeva sul bordo del torrente. Ripensava alla partenza della famiglia Reale e all’onore che gli fu consegnato. Erano passati cinque anni dalla guerra dei carri di fuoco e Uri aveva fondato una tribù di cui lui era il capo.

 Amir, la sorella era diventata una Dea Madre straordinaria. Uri Da buon capo aveva trasmesso gli insegnamenti dei Giganti ai suoi sudditi. Aveva insegnato a cercare e scavare i metalli, che poi avrebbero fuso per forgiare le armi per la loro difesa e per l’alimentazione a base di cervi e cinghiali.

Non aveva mai trovato il lupo che uccise suo padre, ma la sua rabbia, indirizzata a dovere dalla Famiglia Reale, servì a fondare una comunità ricca e autosufficiente. Avevano costruito le torri di avvistamento sui monti vicini per precedere gli attacchi dei nemici. Stavano commerciando con il Popolo Nero. Loro portavano sale e pietre blu in cambio di pelli e carne secca.

 In quella terra l’inverno era mite e si coglievano i frutti tre volte l’anno.

Lavoravano il rame e la terracotta, costruendo utensili per la vita quotidiana e mettevano in pratica gli insegnamenti della Famiglia reale.  La tribù era diventata ricca e istruita sotto la guida di Uri.  Seduto sul bordo del torrente, ammirò il suo capolavoro: Una grande nave coperta.

La costruzione ebbe inizio alcuni mesi dopo la partenza della Famiglia Reale. Uri ricordava che la battaglia era cominciata perché un gigante della Famiglia Reale aveva avvertito un umano del cataclisma imminente.

 Riunì i pochi sopravvissuti alla guerra da altre tribù decimate. La costruzione del natante impiegò diciotto lune. Da allora Uri aspettava la grande onda. Fece costruire le torri e riempì le capanne di granaglie. Portò all’interno della nave, gli utensili e le pelli che sarebbero serviti per il viaggio e cominciò a scrivere sulle tavolette di scisto che nascose nel ventre dell’imbarcazione.

Scrisse dell’epopea dei Giganti, della guerra e incise la mappa del villaggio in una tavoletta. Dopo la guerra, i templi e gli edifici della Famiglia Reale erano diventati la Città Sacra dei Giganti.

 La tribù di Uri idolatrava e proteggeva quegli edifici come se fosse la propria vita.

Una mattina, un tuono squarciò il silenzio della valle. La terra tremò. Gli uomini del villaggio accorsero dai campi nella piazza comune per proteggere i bambini e le donne. La montagna vicina si aprì in due lasciando sgorgare acqua e detriti. Sembrava che la montagna volesse ingoiare il villaggio. Le urla terrorizzate delle donne e dei bambini sovrastavano un rumore che si avvicinava piano. Uri capì: La grande onda.

Gridò con tutto il fiato che aveva in corpo di salire sulla nave.

I guerrieri presero le donne e i bambini quasi di peso e corsero verso la nave. Nel frattempo lo sciamano aiutò i pastori a portare sulla nave le bestie. Uri pensò che avesse avuto la benevolenza degli Dei, era stato fatto tutto per tempo. Quaranta minuti dopo il primo terremoto stavano galleggiando attraverso un mare in tempesta. La sua lungimiranza aveva salvato la sua tribù.

Erano passati sei giorni da quando la nave di Uri aveva cominciato a galleggiare. La tempesta senza pioggia li aveva sballottati tra i marosi. Vedevano le cime delle montagne ora trasformate in isolotti.

Appena si accostavano le onde e le correnti allontanavano la nave. I guerrieri non erano abituati a navigare e cominciavano a protestare. Volevano tornare alla loro vita. Finalmente al tramonto dell’ottavo giorno l’acqua cominciò a calmarsi e la nave approdò in un’insenatura naturale. I guerrieri capitanati da Uri scesero per primi a perlustrare il territorio. Costatato che non c’erano pericoli fecero scendere donne e bambini. La notte stessa Uri radunò il consiglio e decise che dal giorno dopo, quello sarebbe stato il territorio della tribù. Chiunque non fosse felice della nuova sistemazione poteva andarsene. Rimasero tutti uniti.

All’alba della mattina dopo Uri ricevette la visita degli spiriti guida della Famiglia Reale. Dopo l’elogio per essere riuscito a scampare al disastro e per aver portato con sé la tribù gli consegnarono gli strumenti per costruire un nuovo villaggio.

Non erano gli strumenti che conosceva.

 Era una scatoletta con delle finestrelle colorate. Con lei c’erano le istruzioni per costruire i templi e i disegni per le nuove dimore dei Reali.

 La sua mente fu invasa da nozioni avveniristiche e impossibili, ma sapeva che poteva realizzare tutto ciò che lo spirito guida comunicava.

 I visitatori andarono via informando Uri che avrebbero fatto ritorno dopo la costruzione dei templi.

I templi erano quasi finiti. Molto tempo era passato. Uri sentiva il peso dell’età e della responsabilità. La costruzione di due templi a forma di piramide era stata ardua, nonostante la scatola magica.

 Aveva deciso di abdicare in favore di Acam il figlio maggiore.

 Acam era un valoroso guerriero, astuto e sapiente. La sua donna era una Dea Madre consacrata alla famiglia reale. Lei accudiva e nutriva i piccoli della tribù con passione e amore.  Aveva scolpito il betile d’oro del tempio con le immagini della caccia e della venuta degli Spiriti Guida.

 La Famiglia Reale aveva in serbo per lei una missione. Sapeva che doveva lasciare Acam e la sua tribù, ma non sapeva quando. Il dolore che provava al pensiero di lasciare il suo sposo le annebbiava la vista, ma non poteva tradire gli Dei, era stata scelta.

 Uri sovrintendeva ai lavori finali delle piramidi. Erano gemelle, in tutto e per tutto identiche. La scatola magica aveva compiuto dei miracoli trasportando le rocce che servivano alla costruzione. Solo premendo un quadratino, la roccia diventava leggera e si modellava come creta. Ma le trappole per tenere lontano i predatori, quelle no. Quelle le avevano costruite Uri, con il suo ingegno e l’aiuto di Acam e la sua donna.

 Nel loro ventre erano nascosti i segreti della Famiglia Reale. Gli spiriti guida erano venuti in gran segreto e avevano nascosto il loro tesoro nei meandri delle piramidi. Nessuno doveva svelare quel segreto. Erano passate molte lune e Uri non era più il capo. Invecchiava e aveva timore di non aver tempo per tramandare tutto il suo sapere ai propri figli, e ai figli dei figli. Gli venne in aiuto la donna di Acam che, con entusiasmo, incise le sue parole sopra pelli di cervo, conservandole poi in giare di terracotta.

 La Dea Madre, incise anche una tavoletta di scisto con un bel disegno della loro terra. Regalò quella pietra nera e lucida agli Dei, posandola nella riva del fiume poco lontano. Gli Dei avrebbero gradito il suo omaggio, magari non l’avrebbero più voluta con loro in cambio.

Una notte uno spirito guida si presentò nella sua capanna e gli comunicò che il tempo era finito, doveva tornare alla luce. Uri sorrise, soddisfatto della sua vita, non aveva nessuna remora a lasciare il suo corpo mortale.

L’alba trovò Uri senza vita. La tribù onorò il suo corpo cremandolo con un falò di legno di ginepro e frasche di rosmarino. Le sue ceneri furono lasciate al vento accompagnate da celebrazioni della sua lunga e onorata esistenza.

Morto Uri, Acam diventò il capo spirituale e temporale della tribù. La sua donna, la Dea madre della tribù, gli rimase accanto per due primavere. Scaduto il tempo, gli Spiriti Guida scesero sulla terra per prelevare Nantù, la donna di Acam. Tra le lacrime e la rassegnazione, Nantù promise amore eterno al suo compagno. Una luce brillante pervasa da un calore indescrivibile prese Nantù e la portò verso le stelle.

Gli spiriti guida arrivarono nella notte di luna piena. Era il solstizio di primavera, la luna annunciava il nuovo raccolto.

Un carro spaziale arrivò senza rumore, solo le luci azzurre annunciarono l’arrivo.

Gli spiriti guida si materializzarono davanti alla capanna di Acam.

Acam sentì la loro presenza. Le voci degli spiriti guida gli chiedevano di accompagnarli dentro la piramide. Avevano il “Seme” della civiltà dei Giganti con loro. Nessuno doveva sapere della presenza di quel tesoro. Acam avrebbe dovuto tenere il segreto, oppure la dinastia dei Giganti sarebbe andata perduta.

Quella volta Acam, prese coraggio e rivolse delle domande agli Spiriti.

Alle domande di Acam, gli Spiriti risposero di attendere, sarebbe stato esaudito di lì a poco.

Acam guidò i messaggeri all’interno della piramide con il tempietto, e li accompagnò al tempio dorato.  I Messaggeri vollero andare in un’altra camera disadorna, senza l’oro e gli affreschi. Stupito, Acam li guidò verso la sala, dove riposavano i resti del padre.

Gli spiriti adagiarono una sfera azzurra e luminescente sul pavimento, e si raccomandarono a Uri che fosse ben protetta da sette Betiles in granito con delle scritte incise sopra. Gli avrebbero dettato in seguito il testo.

Acam fece per uscire dalla sala quando un Gigante si materializzò davanti a lui. Per lo stupore, finì a terra.

La mano del Gigante si tese per porgli aiuto. Acam la prese e nello stesso momento che strinse quella mano poderosa, seppe la risposta alle sue domande.

Il Gigante instillò nella sua mente alcune scene del futuro e del passato.

“La storia comincia nei Cieli remoti. Eoni fa, quando il nostro sistema solare era ancora giovane, dallo spazio esterno fece la sua apparizione un grande pianeta celeste, in fuga da un altro sistema solare esploso. In seguito alla distruzione e delle collisioni che aveva provocato, nacquero la Terra e la cintura degli asteroidi.

 Il pianeta celeste fu catturato in un’orbita attorno al Sole, diventando il dodicesimo membro del sistema solare. La sua orbita è molto ampia e lo fa ritornare vicino alla Terra ogni tremilaseicento anni.”

Acam scoprì che la famiglia Reale dei Giganti non erano gli Dei del tempo, ERANO il tempo!

Loro plasmavano gli eventi a piacimento, ma avevano dei nemici che ostacolavano il progredire degli umani. I nemici erano i loro stessi fratelli, membri della Famiglia Reale, ma di una linea di pensiero repressiva e non progressista.

Loro, quelli che avevano combattuto nei cieli molte lune prime. Volevano la fine del genere umano. Gli umani, i terrestri, erano emotivi, molte volte sanguinari, ma fondamentalmente buoni, puri. C’era stata una guerra molto tempo prima sui cieli terrestri.

 Quella guerra non aveva decretato ne vinti né vincitori. La terra fu abbandonata dagli Dei per millenni. Quando Nibiru, il pianeta dei Giganti fu nuovamente vicino alla terra, la Famiglia Reale decise di guidare gli uomini attraverso la conoscenza materiale e spirituale. Alcuni membri della Famiglia erano contrari e avevano tramato contro la decisione.

Enki fu ostacolato da Enlil il comandante della missione, il suo fratellastro. Egli non voleva salvare il genere umano dal Diluvio. Ma Enki, signore della terra avvisò Ziusudra della venuta di una catastrofe: una cometa avrebbe colpito la Terra provocando inondazioni e terremoti.

 Gli disse di radunare la sua famiglia e le sue greggi per portarle in salvo su una barca. Nella grande barca Ziusudra fece posto anche ad altre specie animali, ripopolando così il territorio, una volta toccato terra.

Da quel momento Enlil giurò vendetta verso il fratellastro.

La terra fu teatro di scontri antichi, di battaglie cruente e sanguinarie, senza vincitori ne vinti. Di volta in volta i fratelli cercarono alleati. Terrestri ed extraterrestri erano chiamati a servire gli Dei in battaglia.

Furono costruite città monumentali che ospitavano templi a loro dedicati e piste d’atterraggio per navicelle e astronavi. Anche là, in quella terra di uomini valorosi furono costruite una città e una pista d’atterraggio, ma furono distrutte dalla grande onda a cui la tribù di Uri era scampata.

La guerra si protrasse per millenni e continua ancora. Il progresso dell’uomo consentirà a uno dei due, di vincere sull’altro.

Se vincerà Enlil, il genere umano sarà distrutto, e il sovrano di Nibiru, padre dei fratelli che fino ad ora è rimasto a guardare, non potrà fare più nulla. La legge dei Giganti precisa che non si può intervenire sul destino dei terrestri.

Già molto è stato fatto. Gli uomini hanno imparato molto da noi. Torneremo. La Luce ci guiderà fino a voi per l’ultima volta. Quel dì gli Annunaki si presenteranno al popolo terrestre.

Il radiofaro deposto dagli Spiriti Guida al centro della sala pulsava di luce azzurra.

Acam si voltò per ammirarlo ancora una volta.

Una luce bianca esplose nella piccola sala, il Gigante era sparito e gli spiriti guida con lui.

Tornando indietro Acam rifletté sull’avvertimento del Gigante “ Nessuno deve venire a conoscenza del radiofaro”

C’era un unico modo per mantenere il segreto su quel tesoro: il villaggio doveva sparire!

E con il villaggio i suoi abitanti.

Tornò nella sua capanna e convocò lo sciamano. Gli spiegò la situazione e insieme escogitarono il modo per far sparire il villaggio con tutti i suoi abitanti, compresi le greggi e gli animali da cortile.

Attesero la notte per agire, la tribù non doveva accorgersi di nulla. La mattina dopo avrebbe dato responsabilità agli Dei, di quello che era successo.

Lo Sciamano prese la scatola magica, dono dei giganti, dal gigantesco cedro al centro del villaggio.

“Il Villaggio dei Cedri svanirà agli occhi nemici, solo i Giganti, gli Dei, potranno trovarci” Disse con solennità.

Manovrando alcuni tasti della scatola magica il villaggio fu avvolto da una luminosità azzurrina e la nebbia lo avvolse completamente.

Lo Sciamano, recitando alcune litanie, spostò la scatola in direzione delle piramidi. La sfera luminosa avvolta da una foschia azzurra, penetrò dentro la prima piramide e la luce svanì.

All’alba il lavoro era fatto. Lo sciamano aveva previsto illuminazione e microclima adatto alla vita sottoterra. La scatoletta magica aveva provveduto alla vita perpetua in condizioni, altrimenti impossibili. Anche i giganteschi cedri alla periferia del villaggio furono trasferiti, rimanendo irti come Dei solitari al confine del mondo.

Al loro risveglio gli abitanti si buttarono a terra, prostrati in onore agli Dei. Non seppero mai che furono Acam insieme allo Sciamano i responsabili del trasferimento.

Quando Acam fu in punto di morte, ricevette la visita degli Spiriti Guida che gli comunicarono la fine del suo tempo. Portarono alcune tavolette di un metallo sconosciuto con delle iscrizioni in una lingua oscura. Acam prima di spirare ordinò di incidere quelle iscrizioni nei Betiles intorno alla Luce dei Giganti.

Non seppe mai che la lingua sconosciuta si tramutò in sardo antico appena incise sui Betiles.

Mercoledì, 31 Maggio 2017 13:10

La zuppa antincendio

C’era una volta nelle campagne a ovest di Villacidro, uno sperone di roccia che nascondeva una grotta umida e buia. Era solo un’illusione per tenere lontano i curiosi. Dovete sapere che dopo pochi metri la grotta si allargava diventando un’enorme cava, piena di colori, stalattiti e meraviglia delle meraviglie, illuminata da tanti piccoli funghi che scintillavano di tutti i colori. Questi piccoli funghi rendevano l’ambiente colorato come un arcobaleno.

In questo meraviglioso luogo si riunivano alcune Cogas (streghe villacidresi) per cucinare le loro zuppe d’amore, i brodetti anti invidia e le torte contro il malocchio. Nella vita di tutti i giorni questa Cogas erano mogli e madri, o sorelle e figlie. Insomma nessuno era a conoscenza della loro vera identità. Erano guaritrici e facevano del bene a tutti quelli che ne avevano bisogno. Un giorno capitò la sfortuna più grande che un paese come Villacidro avrebbe potuto avere!

Il sindaco cadde in preda ad un sortilegio! E sì cari amici era proprio così; ma non spaventatevi, le nostre care amiche Cogas avrebbero risolto il problema.

 Già! Se avessero capito e trovato un… Ingrediente! Ma andiamo con ordine:

Il sindaco ricevette un bel cesto di frutta e verdura dal capomastro del suo cantiere. Tutto contento prese un grappolo di ciliegie che venivano addirittura da Ruynas e comincio a sgranocchiarle. Subito dopo il sindaco cadde in trance e si mise a scrivere, scriveva, scriveva, e poi ancora scriveva….. sapete che scriveva? “Legatemi o sarò costretto a dare fuoco a tutti gli alberi di Villacidro,  fino a che non ne resterà neppure uno!”

Infatti anche se si tratteneva, la sua mano cominciò a cercare i fiammiferi e la pece per poter dare fuoco ai boschi. I gendarmi andarono ad arrestare il capomastro. Lo trovarono legato come un salame. Raccontò loro che uno stregone malvagio di nome Montis aveva preso le sue sembianze per giocare un brutto tiro ai Villacidresi.

I cittadini non sapevano come fare, il loro sindaco era una brava persona e non avrebbero voluto metterlo agli arresti. Non c’era altro da fare: fecero girare la voce che le Cogas erano chiamate a servire il paese.

I villacidresi non avrebbero dovuto cercarle perché avevano timore di loro, ma erano costretti dalle vicende e così lo fecero.

Le Cogas si presentarono in incognito con dei cappucci che nascondevano il viso, e sentirono ciò che i cittadini avevano da dire.

Brevemente i paesani raccontarono la faccenda. Le Cogas annuirono dicendo però che era difficile salvare il sindaco, perché la maledizione di Montis era molto forte.

Comunque Giarranas, la prima Coga, disse:

“Riusciremo a vincere Montis tutti insieme”. Bassella  la seconda Coga disse: “Dovremmo trovare alcune erbe per la nostra zuppa leva-maledizioni”

 Narti, invece la più piccola delle Cogas, e la più ottimista disse categorica:

 “Costi quel che costi ci riusciremo!”

La sera stessa si riunirono attorno al pentolone delle zuppe e cantarono:

Gira, gira il mestolo

Tira su il coperchio

Fuoco, fuoco notte e dì

Le streghe fan così.

Notte buia notte scura  

ora devi aver paura!

Notte buia di spavento

fuori soffia forte il vento!

Sulle ali di un pipistrello

io ti succhierò il cervello...

 

Dopo la canzone propiziatoria, cominciarono a pensare agli ingredienti da metterci dentro. Finalmente verso l’alba dopo aver cantato a squarciagola e fatto scappare i pipistrelli, trovarono la formula.

“Una bella zuppa di cavoli con erbe magiche!”

Vi scriverò la ricetta così se capiterà anche a voi di avere un problema simile sapete cosa fare.

Tutte intorno alla marmitta che ribolliva di acqua di sorgente della Spendula e dell’olio di oliva di Soddu e Pani cantavano e gettavano gli ingredienti. Prima il cavolo, raccolto in una notte senza luna nell’orto di Chicchino. Per secondo cipolle tagliate fresche da zia Maria. Le olive di Francischinu, che sono buone e belle. Le mandorle pelate da S’Ardittu, e il pepe e il sale che aveva portato un pipistrello da chissà dove.

Era arrivato il momento delle erbe, ma dove si potevano raccogliere le erbe per essere efficaci?

 “Al paese del vento” fecero tutte in coro.

Allora salite su rami di ciliegio fiorito, d’altronde le scope erano fuori moda, presero il volo e raggiunsero il paese del vento dove  cominciarono a raccogliere le erbe anti-maledizione.

Basilisco, Becco di gru comune, Betonica fetida, Bietola selvatica, Boccione maggiore, Borracina azzurra, Borragine comune.

Ne fecero un trito e tornarono subito all’antro colorato, ma quando la zuppa era quasi pronta si accorsero che mancava un ingrediente: il più importante. L’Helichrysum montelinasanum. Si strapparono i capelli e le gonne, che poi rimisero a posto per fortuna. Era quasi l’alba, e la loro missione salva boschi era compromessa, ma a Giarranas venne un’idea:  

 “Potremo andare da Linas, la strega buona, lei di sicuro ne avrà”.

Rimontarono sui rami di ciliegio e andarono da Linas che si fece promettere qualcosa prima di dargli l’ultimo ingrediente.

Tornate alla grotta buttarono dentro la zuppa, l’helichrysum e la portarono subito alla casa del Sindaco a San Sisinnio. Là era legato il sindaco su una sedia che stava cedendo, tanto era lo sforzo che faceva per slegarsi. Gli fecero mangiare la zuppa, e devo dire che la gradì tanto che se la mangiò tutta.

 Passarono neanche dieci secondi che si illuminò tutto e  la maledizione sotto forma di fuoco e fiamme che non bruciavano, lasciò il corpo del sindaco. La popolazione fece festa per una settimana. Mangiavano e bevevano fino a stramazzare per terra. Il piatto forte della festa era la zuppa cucinata dalle Cogas, poverine hanno dovuto cucinare per l’intera popolazione. Grati per lo scampato pericolo i villacidresi chiesero alle Cogas quale compenso volessero per il lavoro portato a termine, e che lavoro!

Giarranas, Bassella e Narti dissero di non voler niente, ma avevano promesso a Linas una cosa e volevano la collaborazione dei paesani.

La richiesta fu presto fatta: “Vorremmo portare lo stregone Montis nella nostra grotta ma voi lo dovrete catturare”

“Cosa ne farete chiese il sindaco”. “Noi nulla. La promessa fatta a Linas è che Montis tutte le estati dovrà pulire i nostri monti e le nostre pinete in modo da scongiurare gli incendi. E se per caso ce ne fossero, deve spegnerli subito! Ecco questa è la promessa fatta a Linas, ed è una bella condanna per aver fatto un così brutto sortilegio”

 Ridendo e cantando per tutto il paese, i gendarmi andarono a catturare Montis e lo portarono al cospetto delle Cogas che pensarono di fargli subito l’incantesimo anti-fuoco, questa volta però andando a prendere subito le erbe al paese del vento appena fuori dalla Via Lattea, subito dopo Nettuno!

Giovedì, 25 Maggio 2017 15:27

Bartholomew

  

Sdraiata nella cuccetta, sento lo sciabordio delle onde. Calma e silenzio si impadroniscono del mio corpo.

Sento la voce di Francesca che mi guida. Il petto si solleva al ritmo della marea che sembra invadere il mio pensiero.

Distolgo l’attenzione dal blu del mare che si è impossessato dei miei pensieri.

Riporto la concentrazione sulle gambe, ormai è quasi finita.

Francesca mi dice di sprofondare nel materasso e schioccando le dita mi guida con voce calma e profonda giù per quella scala che sembra infinita.

Il buio mi circonda ma vedo davanti un puntino luminoso. Sento un profumo che non riesco a riconoscere. Altri gradini.

Scendo ancora verso la mia anima, dentro il mio inconscio nascosto.

Altro schiocco di dita: Francesca mi dice, ora ci sei!

Mi trovo su un acciottolato, una puzza di fogna ed escrementi mi invade le narici.

Dove sono? E’ buio, non riesco a riconoscere nulla.

I ciottoli con cui è realizzato il pavimento della strada sono tondi e sporchi.

Mi guardo i piedi e li vedo nudi. Il freddo mi pervade, tremo. Mi guardo le mani, sono sporche e ferite.

La consapevolezza che sono un ragazzo di vent’anni arriva di colpo e mi sconvolge. Sono un ragazzo.

Le mie gambe sembrano di piombo, ma cerco di andare avanti. Voglio scoprire di più.

Una voce al mio fianco mi chiama: Bartholomew.

Ecco, mi chiamo così. Che strano nome.

Mi giro, è una donna di mezza età che mi tira il braccio e mi dice di fare in fretta, altrimenti ne pagherò le conseguenze.

Mi trovo sul bordo di un pontile in pietra, la strada acciottolata ha lasciato il posto ad una piazzetta che costeggia un porto.

Guardo intorno a me… E scopro dove sono. E’ incredibile, quella è la Tower Bridge di Londra.

Ecco, ora so perché l’inglese mi è sempre sembrato familiare e non ho mai avuto, o quasi, problemi di pronuncia.

Stanno attirando la mia attenzione. Arriva un uomo alto e grasso, con il panciotto da Lord, e una cipolla agganciata ai bottoni.

Ma non è un Lord, ci si atteggia ma è sporco e con la barba lunga. Poco curato. Sta urlando verso di me, mi dice che per colpa mia il traghetto ha ritardato. Dovevo portare un sacco pieno di minerale ma avevo sete e mi sono attardato a bere dell’acqua.  

Mi guardo la spalla destra, ho un sacco di iuta appeso alle mie spalle. La fila di altri ragazzi con un sacco alle spalle mi precede di alcuni metri, non sono così in ritardo.

Mi strappano la sacca dalle mani e mi danno uno spintone.

 Finisco nel fiume e annaspo, l’acqua mi entra in gola, nel naso, in bocca.

Riemergo respirando a bocca aperta, ma torno giù e bevo. L’acqua nera del Tamigi mi sommerge e perdo conoscenza.

Uno schiocco di dita mi riporta alla realtà. Mi sveglio serena, nonostante abbia vissuto, presumo, la mia morte in una vita precedente a questa.

 Ora mi spiego parecchie cose, come quella della paura dell’acqua, del mare, eppure esserne affascinata.

Forse Bartholomew non è morto, qualcuno lo avrà tirato fuori, magari sarà rinvenuto e nuotato fino alla salvezza; non mi è dato saperlo.

La prossima volta lo scoprirò.

Martedì, 23 Maggio 2017 10:55

Intervista a Daisy Franchetto

Per conoscere meglio un autore niente di meglio di un’intervista con domande “prefabbricate”.

Ma per conoscere una donna straordinaria che scrive, e conoscerne l’anima, si può uscire fuori dall’ordinario e formulare domande anticonformiste.

Daisy Franchetto è un personaggio a dir poco fuori dagli schemi: donna, madre e scrittrice che vive nel bosco circondata da alcuni amici come il capriolo raffreddato e il cinghiale, ma questa è un’altra storia.

Daisy gestisce un sito, www.daisyfranchetto.com nel quale realizza interviste oniriche ad autori, illustratori e blogger. La pagina dedicata alla protagonista della sua trilogia www.facebook.com/iosonolunar

Allora, squillo di trombe e rullo di tamburi... E diamo il via all’intervista.

 

 

 Rita - Tu cosa sogni?

 

Daisy - I miei sogni sono molto vividi, nel bene e nel male mi lasciano addosso sensazioni e ricordi forti, a volte per giorni. Spesso sogno immagini laceranti che non sempre suscitano in me turbamento. Sono abituata a lavorare con i miei sogni, a trasformarli e a usarli.

 

Rita - Quali colori ha la tua vita?

 

Daisy - Anche se vesto sempre di “color catrame”, come dice mio figlio, la mia vita ha tutti i colori possibili. Sempre colori accesi, in ogni caso. Non sono il tipo da tinte pastello. Ho imparato ad apprezzare il grigio, quando c’è, il rosso sangue, il rosa acceso, il giallo. Il verde invece è il colore su cui si posano più spesso i miei occhi, perché vivo in un bosco, perché mio figlio frequenta una scuola che si trova in un bosco, perché in fondo ho imparato a cercare le piante in ogni luogo. Mi danno conforto.

 

Rita - Quale tuo personaggio è il tuo alter ego?

 

Daisy - Non c’è. Tutti i personaggi, anche quelli più terribili, sono una rappresentazione di quel che sono. A volte portata ad esasperazione, ma pur sempre qualcosa di mio.

 

Rita - Come nascono le tue scritture dark?

 

Daisy - Nascono dai sogni, dalle mie paure, dai miei dolori. Dal lavoro che faccio quotidianamente su di me e dal confronto con le persone. Tutto ciò che mi attraversa crea suggestioni e qualcosa finisce sulla carta, inevitabilmente.

 

Rita - Se dovessi dare un sapore alle tue emozioni quando stai scrivendo, che sapore daresti?

 

Daisy - È un sapore dolceamaro. Scrivere è l’esperienza più totalizzante che vivo, ma è anche molto sofferta. Non sono mai convinta di quel che ho creato, sono critica, spietata con me stessa. Inseguo un ideale che non raggiungo mai, e forse è meglio così.

 

Rita - L'animale che ti somiglia?

 

Daisy - Non saprei. Mi piacerebbe assomigliare a un lupo, ma credo di essere più simile a un passerotto. Ahimè. (Con tutto rispetto per i passeriformi). A volte per contro mi sento un elefante, perché non riesco a trovare leggerezza e non riesco a dimenticare.

 

Rita - Che sogni hai per il tuo futuro?

 

Daisy - Quello che desidero è poter continuare a scrivere, ma questo presuppone avere delle storie che meritino di essere raccontate. Allora desidero ardentemente che le storie non finiscano mai.

 

 

 

Grazie Daisy. Aspetto con ansia altre tue pubblicazioni e ti auguro di soddisfare tutti i tuoi desideri.

 

Scheda autore Daisy Franchetto
Sono nata quarant’anni fa a Vicenza, città intrisa di grazia palladiana, ma vivo a Torino, città del mistero. Mi occupo di counseling.
La scrittura è una passione nascosta che ho iniziato a coltivare tardi.
Ciò che scrivo nasce dalle esperienze vissute. Il lavoro nelle comunità psichiatriche e per disabili, i viaggi come volontaria in zone di guerra, l’impegno per la difesa dei diritti umani. L’ascolto delle persone in difficoltà e, prima ancora, l’ascolto di me stessa. Il mondo onirico e la ventennale attività di scavo nella mia psiche.
La scrittura mi rende una persona migliore.

Le Pubblicazioni di Daisy
Dodici Porte è il romanzo d’esordio. Primo della trilogia Io Sono Lunar, edito da Dark Zone Edizioni.
Tre giorni, è una ghost story, disponibile in formato digitale.
Sei Pietre Bianche è il secondo romanzo della trilogia dedicata a Lunar. Edizioni Dark Zone.
Sono stati poi pubblicati i seguenti racconti:
“Ragnatele” nella raccolta “Obsession” curata da Lorenzo Spurio, edizioni Limina Mentis (2013), sempre lo stesso racconto è pubblicato nella raccolta Short Story 2, edito da Lettere Animate Editore.
“Margherite tra i capelli” nella raccolta la “Forza della Diversità”, Edizioni Montag (2013)
“Bottiglie di cielo”, racconto pubblicato dalla rivista letteraria “Euterpe” numero 12, 2014
“Teoria della Creatività”, racconto pubblicato dalla rivista “Coachmag” numero 13, 2014
“Ombra e Luce”, per la raccolta Short Story 1, Lettere Animate Editore, aprile 2015
Sempre insieme, ricordi?, racconto per la raccolta horror Buio, Lettere Animate Editore ottobre 2015
Trapezio, racconto inserito nella raccolta Sognando, edita da Panesi Edzioni.

Pubblicato in Interviste
Sabato, 06 Maggio 2017 11:59

Sogno di una notte di primavera

 

Streghe

La sella del diavolo era più verde del solito, forse dipendeva dalla luce del pomeriggio o forse dal terzo bicchiere di torbato. La guardavo intensamente, sembrava mi venisse addosso, era sempre più grande. Sapevo che non poteva essere. Ero immobile, ma la collina mi veniva incontro. Spaventato e scioccato faccio un passo indietro sperando di evitarla ma inesorabilmente mi viene addosso.

Uno strillo mi fa voltare e scopro che l’urlo è il mio.

Mi sveglio sudaticcio e tremante nel mio letto. Mi passo la mano nei capelli, e sorrido. Accanto a me Viola si muove, ho disturbato il suo sonno. Apre gli occhi e mi fa il verso del gatto che si sta svegliando. A quel verso segue la mimica: si stiracchia proprio come un felino.

“Mi hai svegliato”. Dice imbronciata. Tiro le tende ed eccola là, La Sella del Diavolo. La collina verde del mio sogno che mi veniva addosso era al suo posto. Chissà cosa aveva scatenato l’incubo.

“Caffè”. Viola era sgattaiolata giù dal letto per preparare la colazione e come al solito cominciava con il caffè. Lascio la veranda, speranzoso che mi conceda un altro rendez vous e le vado incontro. Mi bacia frettolosamente adducendo la solita scusa: è in ritardo. È sempre in ritardo. Mi volto un attimo solo un attimo e sento un boato, come al rallentatore vedo Viola volare verso di me, vetri e calcinacci esplodere intorno. Liquido caldo che mi bagna il viso e Viola coperta di sangue esanime ai miei piedi. Sollevo lo sguardo e vedo La Sella del Diavolo in fiamme che si sgretola davanti a me. Urlo con quanto fiato ho in gola abbracciando mia moglie ormai morta e coperta di sangue.

“L’incubo finisce e mi ritrovo sudato e affannato sul letto. Questo tutte le notti”

“Da quanto tempo fa questi incubi?”

“Da circa due settimane. Non sono sposato e non conosco nessuna Viola, ma il sogno è talmente reale che ne sono proprio convinto”.

La psicologa giocò con la biro per un po’ prima di rispondere.

“Ha avuto qualche lutto, un incidente o qualcosa che lo ha sconvolto, recentemente?”

“Nulla di tutto questo. Senta forse sto esagerando nel preoccuparmi, ora devo rientrare al lavoro. Le telefono per un altro appuntamento?”

“Come vuole lei, ma non sottovaluti la situazione”.

“D’accordo. Arrivederci”.

Fabio uscì dallo studio sistemandosi la sciarpa intorno al collo. Faceva freddo per il mese di marzo. Attraversò le strisce pedonali sopra pensiero e quando un taxi suonò il clacson per avvisare che poteva investirlo, alzò il pugno inveendo contro il malcapitato.

Non era più lo stesso da due settimane, da quando erano iniziati i sogni. C’era anche dell’altro, non lo aveva detto alla psicologa, si vergognava troppo. Il suo sogno lo stava seducendo, si stava innamorando di Viola. Aveva taciuto anche sul probabile effetto scatenante: una sbronza epocale.

Due settimane prima aveva festeggiato il suo compleanno insieme ad alcuni amici.

Il locale situato dentro le mura del Castello a Cagliari era accogliente e caldo. Alcune ragazze si erano unite alla festa. Tra un cocktail e una chiacchiera, aveva bevuto troppo e quando era andato a letto quella notte aveva sognato per la prima volta Viola.

Fabio lavorava come anestesista all’ospedale Antonio Cao. Un ospedale specialistico per bambini che curava tutte le malattie del sangue. Il suo lavoro gli piaceva così tanto che non si accorgeva delle ore che passavano e parecchie volte finiva per fare due turni insieme.

Arrivò all’ospedale che mancavano dieci minuti alle 17,00. Guardò l’orologio e accelerò il passo. La porta dell’ascensore si aprì sul quinto piano, la dottoressa Poli lo guardo sorridendo.

“Anche oggi qui? Ma non era il suo giorno libero?”

“Ho dimenticato il portatile nel mio ufficio”. Rispose imbarazzato.

Gli occhi neri e profondi evitarono lo sguardo della dottoressa, stava mentendo.

“Visto che è tornato potrebbe dare un’occhiata alla bambina della 12?”

“Un nuovo ricovero?”.

“E’ arrivata stamattina, dovrà fare una risonanza con contrasto”.

“Mi preparo e arrivo.” Disse dirigendosi verso il suo ufficio.

Si lavò accuratamente e infilò il camice, prese lo stetoscopio e si avviò verso la stanza 12.

La dottoressa Poli stava già visitando la bambina che era di spalle, Fabio non riusciva a vederla in viso.

“Paziente di otto anni, crescita normale. Stamattina è svenuta a scuola dopo aver avuto delle convulsione senza ipertermia. Necessita di ulteriori esami oltre a quelli ematici”

“Ciao, come ti chiami?” Chiese Fabio. La bambina si girò per rispondere.

“Mi chiamo Viola”. Occhi blu, del colore del mare lo fissavano tra paura e speranza.

Fabio fece un passo indietro, somigliava terribilmente alla Viola del sogno. Impallidì e per la prima volta nella sua carriera non riuscì a mettere a proprio agio il paziente.

“Dottor Conti, si sente bene?” La dottoressa Poli lo aveva visto impallidire e si stava preoccupando.

“Sto bene grazie”. Fabio fece finta di nulla e si avvicinò alla bambina.

“Come ti senti Viola?”

“Mi fanno male gli occhi e la testa.”

“Vedrai che tornerai a star bene il più in fretta possibile.” Fabio era tornato sicuro di se e affettuoso come al solito.

Terminata la visita si consultò con la dottoressa.

“Gli esami del sangue mostrano una piastrinopenia grave, gli abbiamo prenotato la plasmaferesi. Inizierà tra un’ora.”

“Non si sa cosa potrebbe averla provocata?”

“Gli esami per i metalli pesanti sono ancora in corso, aspettiamo”. Lo sguardo della dottoressa era triste, non presagiva nulla di buono.

Alcune ore dopo Fabio andò a trovare Viola nella sua stanza, aveva appena finito la plasmaferesi.

La bambina era cerea, si vedeva che stava molto male. La madre era seduta vicino a lei, aveva gli occhi rossi. La sacca della trasfusione era a metà, Fabio si avvicinò per visitarla, la madre gli prese la mano a mezz’aria.

“Dottore perché non si riprende? Sta sempre peggio.” Una lacrima le rigò la guancia e finì giù a bagnare la mano della bambina.

“Mamma non piangere, io sto bene, sono solo stanca.” La voce di Viola era sommessa, sembrava che stesse per addormentarsi.

“Buona sera dottore, buona sera signora Sella.” La dottoressa Poli era entrata stringendo una cartellina al petto.

“Cosa le hanno trovato?” Chiese speranzosa la madre.

“Usciamo un attimo, lasciamola riposare.” Rispose la dottoressa.

Fabio usci prendendo sottobraccio la madre di Viola, aveva già capito e un groppo in gola gli impedì di parlare.

“Le analisi del sangue hanno evidenziato un’anemia perniciosa. Il midollo si rifiuta di produrre globuli rossi e arrivati a questo punto non sarà possibile neppure il trapianto di midollo anche se troviamo il donatore compatibile. A meno di un miracolo Viola potrebbe morire tra le 24 e le 48 ore da ora. Mi dispiace moltissimo”. La dottoressa Poli lo aveva detto tutto d’un fiato come se fosse il suo ultimo respiro, abbassò lo sguardo come se la malattia di Viola fosse colpa sua.

Fabio restò senza fiato, come se un pugno lo avesse colpito all’improvviso allo stomaco.

La madre della bambina restò annichilita, non disse una parola e rientrò nella stanza. Si sedette nel letto e cominciò a cantare una ninna nanna accarezzandole i capelli. Sorrideva e cantava.

La dottoressa andò verso l’ascensore, Fabio non si mosse da lì per alcuni minuti. Poi andò a sedersi nella sedia di fronte al letto di Viola. Non si accorse che il sonno lo prese con se e si ritrovò a tavola che mangiava in compagnia di Viola, sua moglie.

“Che hai Fabio, sei distante.” Gli disse.

“Ho una sensazione strana di deja vu, è come se stessi vivendo questo istante decine di volte nello stesso momento.”

“Sai Fabio, ho sognato che la tua paziente stava bene. Era guarita perché tu avevi trovato la cura. Non era leucemia o qualche anemia. Una zecca l’aveva punta e aveva bisogno di antibiotici.”

Fabio si sentì morire, un ricordo lontano lo risucchiò dal sonno.

Salto su dalla sedia semiaddormentato, sconvolto da quella rivelazione. Corse in medicheria per chiamare la dottoressa Poli.

“Le dico che potrebbe essere possibile, la rickettsiosi provoca gli stessi danni al sangue. Proviamoci oramai ha le ore contate, ma se non ci proviamo, non potremo mai sapere se poteva guarire.”

“Va bene, proviamo. Dobbiamo avvisare la madre per etica e per le autorizzazioni.”

Fabio non la lasciò finire di parlare, corse in camera, spiego ai genitori quello che voleva fare, il padre appena arrivato bevve tutto quello che Fabio disse.”.

Cinque minuti dopo Viola aveva una flebo con gli antibiotici attaccata al braccio.

“Ora non ci resta che aspettare, controlleremo ogni quattro ore il livello dell’emoglobina”

I genitori si sedettero nei divanetti appena fuori dalla camera. Abbracciati sembrava che si sorreggessero a vicenda, una zattera in alto mare.

Quattro ore dopo l’infermiera arrivò per il prelievo. La bambina non si svegliò facendo allarmare i genitori. Fabio che era seduto insieme a loro li tranquillizzò, disse che era normale, Viola era molto stanca. Attesero insieme il risultato che arrivò quindici minuti dopo. Viola reagiva agli antibiotici, era rickettsiosi. Si sarebbe salvata.

Lacrime silenziose scesero lungo il volto dei genitori che non finivano di ringraziare Fabio e la dottoressa Poli che aveva portato la buona notizia.

Quella sera Fabio finì il turno molto tardi. La stanchezza cominciava a farsi sentire mentre continuava a pensare al suo assurdo e meraviglioso sogno. Chi era Viola? E la bambina che le somigliava con il suo stesso nome? Tante domande e nessuna risposta. Sentiva il bisogno imperativo di dormire per incontrare nuovamente Viola.

L’autobus era deserto a parte una vecchia che sonnecchiava seduta in fondo. Si sedette al centro, il finestrino sulla destra rifletteva le luci della città. L’autobus costeggiava il porto il profumo di salsedine mista all’odore rancido della nafta per calafatare gli arrivò alle narici facendogli storcere il naso. All’improvviso un ricordo lontano si insinuò nella mente:

Una sera d’estate di alcuni anni prima era sdraiato sulla spiaggia di Marina Piccola ai piedi della Sella del Diavolo e guardava distrattamente i surfisti che volavano con il vento di maestrale. Un braccio uscì dall’acqua e tornò dentro, un viso entrava e usciva dalla superficie, ci mise alcuni secondi per realizzare che qualcuno stava chiedendo aiuto. Si alzò e corse verso il mare. Si tuffò. Dopo alcune bracciate arrivò a prendere per il petto, tirandola in superficie, la ragazza che stava affogando mentre questa per il panico gli sferrò un diretto sul naso tramortendolo. Si svegliò sulla battigia con il bagnino che lo stava rianimando. Sputacchiando acqua salata e saliva chiese della ragazza. Il bagnino disse che era all’ospedale e che se non fosse stato per lui sarebbe morta. Chissà perché non ci aveva più pensato. L’odore del porto gli aveva riportato quell’episodio alla mente. Ma perché? Era convinto che nulla succede per caso. Assorto nei suoi pensieri non si accorse che aveva saltato la sua fermata. Scese a quella successiva seguito dalla vecchia signora.

Percorsi alcuni passi la vecchia si girò e guardandolo dritto negli occhi gli disse.

“Non dimenticarti che sei un figlio della terra, sei destinato a grandi cose, ma fino a quando non troverai Viola sarai solo un seme senta acqua.”

Restò con il respiro a metà per una manciata di secondi, quando si riscosse la vecchia signora era svanita nel buio. Un pezzetto di carta sdrucito attirò la sua attenzione, una folata di vento lo stava portando via. Lo prese per un pelo, era un biglietto da visita che reclamizzava un negozio di chincaglierie con lo stemma colorato che rappresentava una viola del pensiero.

Il negozio era in via Garibaldi al centro di Cagliari, non era lontano, ma prima doveva dormire. Era veramente stanco.

Chiuse gli occhi, il letto era morbido e accogliente. Il sonno non tardò a venire e con il sonno comparve Viola.

“Buongiorno tesoro, riposato bene?”

“Viola! Amore mio, sei qua.”

“Certo, dove vuoi che vada?” Viola sorridendo si buttò su di lui scompigliandogli la zazzera.

“Non so se sto sognando ora o quando tu non ci sei, è terribile”

“Cosa c’è che non va? Sei strano.”

Fabio avrebbe voluto spiegargli ciò che lo angosciava ma stare insieme a lei gli fece dimenticare tutto.

“Si svegliò con il sapore di Viola in bocca, il tocco caldo dei suoi baci ancora sulla pelle. Ma lei non c’era, era sparita con il sogno.

Alcune ore dopo era di fronte al negozio del biglietto da visita. All’ingresso alcuni vasi di viole del pensiero abbellivano l’uscio. Entrò e un campanello suonò annunciando il suo arrivo.

Una voce lontana disse “un momento”.

Gironzolò per il negozio rimanendo affascinato dagli oggetti particolari sui banconi e scaffali. L’odore dell’incenso lo stordiva. Un poster con la Sella del Diavolo era appeso su una parete in fondo. Il negozio era enorme, non sembrava visto da fuori. Cascatelle d’acqua che si riversavano su ciotole di terracotta, civette in ceramica e donnole impagliate sembravano fissarlo. Acchiappasogni colorati e tintinnanti creavano riflessi d’arcobaleno intorno a lui.

Si fermò di colpo: una fotografia di Viola che giocava con un gatto nero era appesa dietro il banco.

“Eccomi” Disse la voce di prima. Fabio era annichilito, non riusciva a parlare.

“Oh, si ho capito.” Disse sorridendo la voce che apparteneva alla vecchia signora dell’autobus.

“Vieni con me ragazzo, è ora.”

Prese per mano Fabio e lo condusse dietro al bancone in direzione del grande poster della Sella del Diavolo.

Lo attraversarono come se fosse fatto di nebbia. Oltre, una foresta di querce e salici piangenti. Il profumo del bosco e scoiattoli e cervi che lo guardavano. Era sconvolto non riusciva a connettere.

“Deve essere un altro sogno” si disse.

Arrivarono in una radura circondata da alte querce e fillirea frondose. Nel prato campeggiavano alcune rocce che formavano un tempietto. Indicando una panca di granito la vecchia signora gli disse:

“Siedi giovanotto, è ora di svegliarti.”

“Che cosa sta succedendo, questo è un altro dei miei sogni vero?”

“No.”

“Sto impazzendo, è ovvio” Disse Fabio.

“Sei nel regno delle Janas, a casa tua.” Fabio la guardò con espressione ebete, non capiva, e forse non voleva capire.

“Ti racconto la storia di un folletto che era stanco di vivere in questo mondo. Il folletto in questione chiese il nullaosta per vivere nel mondo degli umani; aveva promesso che non ne avrebbe più fatto ritorno firmando con il proprio sangue  il contratto che sanciva questa regola.

Purtroppo per lui dopo la firma indugiò per qualche tempo nel mondo fatato e si innamorò, ricambiato, di una Jana che non volle lasciare questo mondo.

Millenni sono trascorsi da allora, e i due innamorati escogitarono un modo per incontrarsi. Hanno costruito un mondo che li accogliesse senza ricordare nulla di loro stessi a parte il loro amore. Intorno a loro nacque il mondo dei sogni. Questo sistema esigeva una retribuzione. Delle anime importanti dell’altro mondo dovevano essere salvate da alcuni incidenti, ma se non ci sarebbero riusciti, il folletto e la Jana avrebbero perduto la loro energia fino a morire.

Fino ad ora sono state salvate due anime, ma da ora in poi? La Jana sta morendo, la sua energia si sta spegnendo a causa delle tue lacrime, e con lei si spegnerà la sua foresta. Moriranno molti animali innocenti.

La grande Jana ha deciso di dichiarare nullo il contratto per salvare alberi e animali. La Jana si deve salvare. TU, TI DEVI SVEGLIARE”

Fabio era ancora più confuso, respirava velocemente.

“Che c’entro io?”

“Non ricordi ancora?” Disse sorridendo la vecchia signora.

“Io… io… Sono il folletto?” Balbettò Fabio

“Sei Magnus, caro ragazzo. Ora sei sveglio, stavi solo sognando. La tua Jana, Viola, sta morendo e vuole parlare con te.

“Perché?”

“La bambina in ospedale. Non aveva la rickettsiosi, è morta. Non l’avete salvata. Da adulta sarebbe diventata una ricercatrice molto brava. Avrebbe trovato la cura per molte malattie. Lei era l’alter ego di Viola nel mondo terrestre. Morta lei, Viola si spegnerà inesorabilmente.

“Portami da lei” Fabio si era riscosso, ora era tutto normale, tutto al suo posto. Ora capiva, ma ancora non ricordava del tutto.

Una porta si aprì nel nulla davanti a lui. La stanza era in penombra, vide Viola che fluttuava a mezz’aria, una luce blu la circondava.

“Fabio, amore della mia vita. Non sono riuscita a salvare il nostro amore, la mia energia sta scivolando via verso la Grande Madre.”

Il viso di Fabio era rigato di lacrime. Ora ricordava la vita nel mondo fatato. Magnus e Viola, l’Elfo e la Jana.

“Perdonami amore mio per non aver saputo proteggerti in quella terra di dolore. Ora sono qua, darò la mia vita per te.”

“No, sarebbe inutile. Moriresti con me.”

“C’è solo una cosa da fare per salvare la foresta e gli animali.” Disse la vecchia signora.

“Magnus deve morire per dare la vita al bosco. La sua noia, l’insoddisfazione per questo mondo ha creato tanti problemi, ora solo lui li potrà far cessare.”

“NO! Basto io per tutte e due.”Disse Viola disperata.

“Andremo insieme verso la Grande Madre.” Così dicendo Fabio con uno scatto entrò nella luce blu cingendo i fianchi di Viola. Un’esplosione bianca, silenziosa portò via i due innamorati.

Nel negozio di chincaglierie il poster della Sella del Diavolo sembrava bruciare. Si sciolse dall’alto verso il basso lasciando andare scintille di mille colori. Fabio e Viola attraversarono la parete precipitando ai piedi del poster. Dal tavolino vicino cadde una statuina sulla testa di Viola. Era la raffigurazione della Dea Madre.

“Hai!” Urlò Viola.

Fabio la prese tra le braccia assicurandosi che non si fosse fatta male.

“Mi scusi l’ho fatta cadere, ma ho inciampato, che goffo. Mi scusi ancora.”

Viola si alzò lasciando le mani di Fabio.

“Non si preoccupi, non è nulla. Sembra solo un graffio.” Rispose Viola specchiandosi nella vetrina di un mobile.

“Non mi sono presentato. Mi chiamo Fabio Corsi.”

“Piacere Viola castaldi.”

 

Lunedì, 01 Maggio 2017 13:48

Is Cogas

 
 
Che sia albero, che sia di roccia,
che sia di mare,
il folklore di questa terra
è nel dna di tutti quelli che sono nati in quest’isola.
 

Zia Dora Buana faceva bollire il sugo per la pasta al forno in un grosso pentolone e girava tutto il composto con un lungo mestolo di legno.
Il sugo ribolliva e sembrava lava incandescente che emanava un saporito odore di ragù; il vapore si alzava in alto nella cucina producendo forme evanescenti che attraversavano il soffitto sparendo lontano.
Dall’ entrata n°5 di Villa Buana si potevano scorgere i monti di Villacidro un grosso centro che sta a una 30 di km da Sanluri dove vivo io.
Quegli stessi monti da poco innevati mostravano ora una rigogliosa e imponente vegetazione; se non fosse stato per Zia Dora che correva da una parte all’altra il mio sguardo si sarebbe perso tra quelle montagne e probabilmente si sarebbe uniformato al cielo e dall’alto avrebbe potuto osservare ogni cosa.
Uno spiraglio di luce passava attraverso la tenda e come se fosse la porta di un ricordo lontano cominciò a dischiudersi mostrando a chi poteva ricordarlo il suo contenuto.
In una noiosa lezione di botanica sui monti di Villacidro la nostra classe cominciò a perdere l’attenzione e ognuno prese l’esplorazione di quel posto un po’ per conto suo.
Durante il pranzo al sacco la professoressa con tra i capelli un foglia di Pungitopo ci invitò a non allontanarci poiché quelli erano i monti dove vivevano le streghe.
In meno di un secondo attirò la mia attenzione, tirai fuori il blocchetto per appunti e cominciai a scrivere quello che la prof diceva.
La mia penna scrisse Is Cogas.
Era un termine che non avevo mai sentito, poiché da sempre la parola in sardo usata per strega era bruxia.
Is Cogas, le streghe, avevano la coda, ma la tenevano ben nascosta sotto i lungi vestiti in modo che nessuno potesse riconoscerle.
Si cospargevano di grasso animale lungo le giunture delle ossa e attraverso sortilegi di oscura provenienza potevano invocare il demonio e trasformarsi in animali.
Potevano assumere le sembianze di un gatto e passeggiare tranquillamente per i tetti di Villacidro, potevano trasformarsi in mosche ed iniettare veleni mortali sulle persone.
Per questo i Villacidresi avevano rispetto per i ragni poiché questi catturavono le mosche killer nelle loro tele dissanguandole.
Le loro vittime predilette erano i bambini, Is Cogas erano incredibilmente invidiose delle madri che partorivano dei figli.
Tutta via qualcuno aveva trovato dei rimedi efficaci; come amuleti venivano usati il treppiedi per abbrustolire il pane, le scope e le seggiole rivolte verso l’alto.

Pareva che questa operazione annullasse il potere della strega che restava imprigionata per sempre nella sua trasformazione animale.
Qualcun' altro era a conoscenza dei cosiddetti Brebus, ossia antichissime e segretissime preghiere utili per allontanare il male.
Si racconta che i Brebus fossero tramandati dalle streghe stesse sfuggite a San Sisinio che riuscì ad eliminare quelle che potevano trasformarsi in mosche o serpenti.
Erano soprattutto le nonne a raccontare queste storie ai loro nipotini irrequieti che diffondevano questi racconti con gli altri bambini.
Il sole cominciava a nascondersi e quello spiraglio di luce si faceva sempre più sottile fino a svanire, la pasta al forno di Zia Dora era pronta da infornare e dei monti di Villacidro si poteva scorgere solo un oscura e gigantesca sagoma.
In quel momento mi resi conto che la prof di botanica stava facendo con noi la stessa identica cosa che facevano le nonnine con i loro nipotini; ma da qualche parte dietro a quegli alberi qualcosa poteva ancora esistere e se tutto questo fosse solo stata un’ antica invenzione per me non avrebbe fatto alcuna differenza

Tratto da Ervamate di Ricky Martis

Sabato, 18 Febbraio 2017 14:00

I Giganti del Linas, gli Dei del Tempo

L'autrice de I Giganti del Linas, Rita Pinna, è una appassionata lettrice di fantasy e ama l'archeologia della Sardegna.Poichè non trovava libri da leggere che unissero queste due passioni, ha provato a scriverne uno lei.

Così, una pagina dopo l'altra, personaggio dopo personaggio, è nato I Giganti del Linas Tre ragazzi, che durante lo svolgersi della trama diventano quattro, e una archeologa si trovano in mezzo a misteriosi avvenimenti.

Assistiamo all'arrivo dei cattivi, come Puxeddu, scopriamo l'ambivalente Melqart, ci affezioniamo al buon vecchio saggio Ladreddu, e altri personaggi entrano di volta in volta in gioco a complicare la trama.

I protagonisti vivono una serie scoppiettante di emozioni e avventure, in un viaggio che è contemporaneamente sia fisico che interiore, alla ricerca della proprie radici.Sullo sfondo, protagonista a modo suo, la vecchia Villacidro, i monti e le valli circostanti, le figure misteriose delle Janas, e tanto altro, fino al colpo di scena finale.Adesso la parola, come sempre, passa ai lettori.

Luciana Ortu

Mercoledì, 15 Febbraio 2017 16:21

Ci siamo persi ad Arbus

 

 

Le storie di ordinaria follia non le ho mai capite, fino a quando, forse non è toccato a me. Così ho finito per crederci, credere nei racconti di bottega, dove pensi che siano frutto di pettegolezzi.

Ma quel giorno lo ricorderò finché vivrò, e forse lo racconterò ai miei nipoti così come sto raccontandolo a voi.

Tutto cominciò quando arrivati ad Arbus io e alcuni miei amici, abbiamo deciso di prendere un caffè al primo bar che incontriamo.

 Entrando ci accoglie il solito brusio di radio e persone che parlano più o meno a bassa voce.

“Cosa posso fare per voi?” Dice la ragazza al banco.

 “Tre caffè grazie.”

 Ci sedemmo. Un ragazzo sui trenta si avvicinò a noi riconoscendo evidentemente la nostra estraneità al Paese che era sulla strada del mare. “Ciao sono Antioco, non siete di qua vero?”

“No” rispondiamo. “Ho una cosa per voi.”

 Noi ci guardiamo con espressione stupita, e gli diciamo che non siamo in cerca di nulla pensando ovviamente che il tipo ci vuole vendere droga. Il tipo doveva essere molto perspicace, perché capito subito il nostro pensiero si affretta a smentire calorosamente. Noooo, voglio solo farvi vedere una cosa; siccome non mi crede nessuno del mio paese, forse voi ci crederete. Il tutto detto in un sardo stretto che noi di Cagliari abbiamo faticato a capire. Insomma tanto ha fatto che decidiamo di seguirlo, non fosse altro per la curiosità suscitata.

Saliamo sulle moto e lui sulla sua apetta50. finiamo fuori paese, per fortuna verso la direzione che dovevamo prendere per il mare, ma dopo circa tre km Antioco gira a sinistra e già dentro me si insinua un piccolo dubbio e la fiammella del pericolo e sorrido. Mi dico che siamo in tre belli grossi, mica abbiamo paura!

Passano altri 5 o 6 km sotto  le ruote; alla fine guardandoci negli occhi, avevamo il casco, ci diciamo che è ora di tornare indietro. Antioco proprio in quel momento si ferma, e dice che siamo quasi arrivati. Ok, un altro piccolo sforzo.

Arriviamo in un ovile pieno di pecore e capre, scendiamo e controllo che ora abbiamo fatto e scopro che in quel cocuzzolo non c’è linea, un caldo che a ripensarci ora mi sembra impossibile.

Ci invita dentro per bere un po’ d’acqua fresca, entriamo, beviamo, e il tipo ci dice entrando in una stanzetta: “Aspettate e vedrete.”

 Passano circa cinque minuti e scocciati per esserci lasciati fregare da chissà quale curiosità mettiamo i caschi e usciamo per inforcare le nostre moto…….

 È una parola, le nostre moto, sparite, non cerano più. Non abbiamo sentito nessun rumore, le chiavi nella nostra tasca eppure pufff volatilizzate, e noi in mezzo alla montagna, senza cellulari, perché non c’era campo!

 Tra risate nervose e citando un vocabolario non molto raffinato per la situazione che stavamo vivendo, riprendiamo questa volta a piedi (l’apetta era sparita) la strada del ritorno, dopo circa venti km arriviamo a Arbus che era già sera ed eravamo molto, per così dire, alterati.

Con promesse di vendetta e non solo, andiamo verso il bar dove la mattina avevamo preso il caffè e incontrato Antioco. Con nostra grande sorpresa vediamo le nostre moto parcheggiate davanti all’ingresso e Antioco che beveva una birra seduto a tavolino. 

Molto arrabbiati andiamo verso di lui che ci dice, “Heila, ma dove siete finiti vi stavo aspettando per farvi vedere questo:” e così dicendo ci fa vedere due cuccioli di Breton che voleva  regalarci, perché, a suo dire non poteva tenerli che non aveva posto!

Con urla e rimbrotti gli diciamo che ci ha mollato in montagna rubandoci le moto e facendoci fare a piedi tutta quella strada, ma lui con calma risponde che forse avevamo preso un colpo di sole, perché la mattina, secondo lui e purtroppo anche secondo la barista, abbiamo lasciato le moto la e siamo andati a piedi verso la piazza, e poi non ci hanno più visto! Ecco la mia storia, e siccome né io né i miei amici facciamo uso di droga, secondo voi quel caffè era drogato? O siamo usciti fuori di testa in tre?