Cogito Ergo Sum

Non è mai troppo tardi per realizzare i tuoi sogni nel cassetto e io sto realizzando il mio che ho accantonato 40anni fa. Finalmente scrivo dopo che ho fatto la chef, la guida a cavallo e la mamma a tempo pieno, e la sto ancora facendo. Che dire... la mia biografia ancora non riesco a scriverla.
Giovedì, 25 Maggio 2017 15:27

Bartholomew

  

Sdraiata nella cuccetta, sento lo sciabordio delle onde. Calma e silenzio si impadroniscono del mio corpo.

Sento la voce di Francesca che mi guida. Il petto si solleva al ritmo della marea che sembra invadere il mio pensiero.

Distolgo l’attenzione dal blu del mare che si è impossessato dei miei pensieri.

Riporto la concentrazione sulle gambe, ormai è quasi finita.

Francesca mi dice di sprofondare nel materasso e schioccando le dita mi guida con voce calma e profonda giù per quella scala che sembra infinita.

Il buio mi circonda ma vedo davanti un puntino luminoso. Sento un profumo che non riesco a riconoscere. Altri gradini.

Scendo ancora verso la mia anima, dentro il mio inconscio nascosto.

Altro schiocco di dita: Francesca mi dice, ora ci sei!

Mi trovo su un acciottolato, una puzza di fogna ed escrementi mi invade le narici.

Dove sono? E’ buio, non riesco a riconoscere nulla.

I ciottoli con cui è realizzato il pavimento della strada sono tondi e sporchi.

Mi guardo i piedi e li vedo nudi. Il freddo mi pervade, tremo. Mi guardo le mani, sono sporche e ferite.

La consapevolezza che sono un ragazzo di vent’anni arriva di colpo e mi sconvolge. Sono un ragazzo.

Le mie gambe sembrano di piombo, ma cerco di andare avanti. Voglio scoprire di più.

Una voce al mio fianco mi chiama: Bartholomew.

Ecco, mi chiamo così. Che strano nome.

Mi giro, è una donna di mezza età che mi tira il braccio e mi dice di fare in fretta, altrimenti ne pagherò le conseguenze.

Mi trovo sul bordo di un pontile in pietra, la strada acciottolata ha lasciato il posto ad una piazzetta che costeggia un porto.

Guardo intorno a me… E scopro dove sono. E’ incredibile, quella è la Tower Bridge di Londra.

Ecco, ora so perché l’inglese mi è sempre sembrato familiare e non ho mai avuto, o quasi, problemi di pronuncia.

Stanno attirando la mia attenzione. Arriva un uomo alto e grasso, con il panciotto da Lord, e una cipolla agganciata ai bottoni.

Ma non è un Lord, ci si atteggia ma è sporco e con la barba lunga. Poco curato. Sta urlando verso di me, mi dice che per colpa mia il traghetto ha ritardato. Dovevo portare un sacco pieno di minerale ma avevo sete e mi sono attardato a bere dell’acqua.  

Mi guardo la spalla destra, ho un sacco di iuta appeso alle mie spalle. La fila di altri ragazzi con un sacco alle spalle mi precede di alcuni metri, non sono così in ritardo.

Mi strappano la sacca dalle mani e mi danno uno spintone.

 Finisco nel fiume e annaspo, l’acqua mi entra in gola, nel naso, in bocca.

Riemergo respirando a bocca aperta, ma torno giù e bevo. L’acqua nera del Tamigi mi sommerge e perdo conoscenza.

Uno schiocco di dita mi riporta alla realtà. Mi sveglio serena, nonostante abbia vissuto, presumo, la mia morte in una vita precedente a questa.

 Ora mi spiego parecchie cose, come quella della paura dell’acqua, del mare, eppure esserne affascinata.

Forse Bartholomew non è morto, qualcuno lo avrà tirato fuori, magari sarà rinvenuto e nuotato fino alla salvezza; non mi è dato saperlo.

La prossima volta lo scoprirò.