Cogito Ergo Sum

Non è mai troppo tardi per realizzare i tuoi sogni nel cassetto e io sto realizzando il mio che ho accantonato 40anni fa. Finalmente scrivo dopo che ho fatto la chef, la guida a cavallo e la mamma a tempo pieno, e la sto ancora facendo. Che dire... la mia biografia ancora non riesco a scriverla.
Rita Pinna

Rita Pinna

Non è mai troppo tardi per realizzare i tuoi sogni nel cassetto e io sto realizzando il mio che ho accantonato 40anni fa. Finalmente scrivo dopo che ho fatto la chef, la guida a cavallo e la mamma a tempo pieno, e la sto ancora facendo. Che dire... la mia biografia ancora non riesco a scriverla.

Lunedì, 12 Giugno 2017 07:30

Daisy Franchetto mi intervista

Daisy Franchetto mi ha intervistato e l'ha pubblicato nel suo sito DaysyFranchetto.Com La chiacchierata con lei è stata divertente e non ha fatto male, anzi, mi ha aperto alcune "porte oniriche" di tutto rispetto. 

Leggete pure, vi divertirete.

 

Gli indiani Hopi dicono che, se sogni bene, vivi bene.

E voi sognate bene? Sognate di intrattenere della conversazioni impegnate con una capra che si chiama Karma?

Fate sogni a fumetti? Ridete come matti?

Insomma, siete come l’ospite onirico di oggi?

Rita Pinna!!!

 

Raccontaci il tuo sogno.

I miei sogni sono perlopiù a fumetti, pochi incubi. Un sogno che mi è rimasto impresso e che ogni tanto faccio è la visione di una capra che mi parla, facciamo discorsi intellettualmente approfonditi e prendiamo il caffè insieme. Una notte però il sogno ha preso un’altra piega: un altro personaggio è entrato in questi momenti conviviali, era mio marito. La capra inizialmente era interessata anche a lui, ma non riusciva a farsi capire, e si, perché mio marito anziché sentire parole erudite, sentiva semplicemente dei belati. Come ho capito questo, ho cominciato a ridere e la capra ha preso la rincorsa lanciandosi dal terrapieno scavalcando un muro e spiaccicandosi di sotto diventando una frittata. Ridevo come un bambino, la capra che si schianta, ma resta viva, come Willy il coyote dopo un masso sulla gobba ha suscitato in me una risata profonda tanto da svegliarmi ridendo e rido ancora al ricordo.

La prima domanda è scontata. Cosa rappresenta per te la capra nella vita di tutti i giorni?

Le capre sono svilite da tutti, usano capra come aggettivo per una donna da facili costumi oppure ignorante, ma non è assolutamente vero. Vorrei che alcune persone fossero delle capre in senso stretto, cioè umili e sociali, coccolose come i pinguini di Madagascar e gentili. Conosco alcune capre che si fanno avvicinare solo da delle persone positive, quindi viva le capre.

Ti sei mai sentita come le capre? Un po’ svilita e con delle qualità che non venivano apprezzate o non viste?

Penso che sia il destino di tutte le donne intelligenti essere prese di mira dai maschi e dalle donne gelose del successo di una loro compagna di genere. Qualche volta mi considero una capra testarda e limitata, ma altre volte volo e nei miei sogni mi vedo in compagnia di Gauguin o di Verne discutere di Icaro oppure intavolare discorsi con Edgar Allan Poe sui gatti neri; diventando così una capra saggia e ricca di fantasia. Mi ritengo fortunata, non tutte le capre riescono a realizzarsi ed essere contente della propria vita. Grazie a me e solo a me, sono diventata chef apprezzata e ben pagata. Successivamente mettendo in pratica il mio amore per gli animali sono diventata caporazza, ovvero allevavo cavalli, li domavo e li portavo in competizione. Alcune capre – e caproni – malevoli hanno tentato di ostacolarmi, ma ho vissuto una vita di valore e piena di soddisfazioni. Ora arrivata a più di mezzo secolo in questa terra, ho deciso di scrivere dei fantasy che rispecchiano in me lo spirito giocoso dei miei sogni e forse anche la speranza di un mondo nuovo senza cattiverie.

Nel tuo sogno c’è spazio per le risate. E nella tua vita?

Per parafrasare un film di Troisi ho fatto mia la frase “non ci resta che ridere”. Sono dell’opinione che se c’è un problema va affrontato e risolto, se non c’è soluzione perché preoccuparsi? E se c’è la soluzione perché preoccuparsi? Insomma vedo sempre il bicchiere mezzo pieno e la serenità è padrona della mia vita. Sì, rido frequentemente, a volte di gusto, a volte solo perché bisogna farlo; ma sempre con una linea ferma: la pace dentro. La mia filosofia di vita è gioisci per quel che c’è da gioire e soffri per quel che c’è da soffrire, nemmeno i santi e i saggi sono esenti dalle sofferenze. Tutto passa se vogliamo, ma se rimuginiamo continuamente il passato non vivremo mai nel futuro e non gioiremo delle piccole cose che ormai diamo per scontate. Rido per le battute di mio figlio che a dieci anni è insolitamente ironico e sarcastico. Rido quando sento la mia nipotina Gaia al telefono che mi chiama nonna. Rido dei piccoli incidenti che ritengo buffi e rido dei comportamenti strani dei miei animali. Nella mia vita c’è spazio per tutto quello che esiste, la risata che alleggerisce, la sofferenza che fa crescere, l’amore che ti conforta. Se ci fai caso potremo essere sempre felici se non ci facessimo trascinare dai desideri impossibili, dall’intestardirsi nelle situazioni che non sono per noi. Siamo troppo esigenti con noi e gli altri, non abbiamo mai tempo per annoiarci – me compresa – invece dovremo farlo per “sentire” la nostra vita e riderci su!

Nel sogno solo tu comprendi il linguaggio della capra. Nella tua vita c’è qualcosa o qualcuno che senti di comprendere solo tu?

Purtroppo sì. Un sì crudo, risposta buttata giù con consapevolezza. Parecchie volte faccio finta di nulla per non sembrarmi presuntuosa (sic!) ma alla fine devo scontrarmi con la realtà. Le persone intorno a me quasi non si accorgono che capisco la loro gestualità, il loro modo di mentire, perché lascio credere che mi abbiano infinocchiato. Capisco e sento, soprattutto, le emozioni e le paure, quasi sento i feromoni che mi svolazzano intorno come farfalle. Sento l’odore della paura nella pelle di chi mi sta accanto e con mio rammarico prevedo già il risultato di una situazione aggrovigliata. Io “vedo” momenti alla di là della percezione puramente materiale. Ti racconto di un sogno che ho fatto 23 anni fa, anzi un incubo. Avevo i cavalli in una scuderia 3 km da casa, nella scuderia oltre ai cavalli che mi servivano per lavorare stava il MIO cavallo, mio perché oltre ad averlo comprato puledro, avevo con lui un’intesa tutta speciale, come quella del cavallo di Lucky Luke per intenderci. Sogno che dei rapitori mi avevano presa in ostaggio e che mi obbligano a dar fuoco alle scuderie con tutti i cavalli dentro, vedo la scuderia in fiamme mentre mi allontano portata via dai rapitori. Mi sveglio piangendo disperata, convinta che fosse realmente successo. Tre giorni dopo Il fienile accanto alla scuderia va in fiamme (per dolo). I miei figli mi chiamano “bruscia” che in sardo vuol dire strega. Ma io mi ritengo una strega buona che riesce a capire gli animali e a comportarmi in empatia con loro. Non solo con il mio modo di vedere la vita e i problemi dall’alto, riesco a vivere meglio di chi si coinvolge al punto di diventare egli stesso il problema senza riuscire a risolverlo. Questo mio modo di vedere la vita influisce sulla mia scrittura coinvolgendo chi mi legge in un susseguirsi di colpi di scena e suspense che piace a tanti.

Willy il Coyote, che si schianta, non vince mai, però ci prova e ci riprova. Ti assomiglia o no?

Moltissimo, vincere per me non significa molto, il divertimento è correre e schiantarsi per poi rialzarsi.

La capra nel sogno sembra un tuo alter ego, una creatura che raccoglie i tuoi pensieri e le tue riflessioni. Dove metti i tuoi pensieri e le tue riflessioni nelle vita non onirica?

Wow, domandina leggera!

Sono Buddista, e i miei pensieri e riflessioni sono tutte dentro la mia buddità, recito Nam Myo Ho Renghe Kyo ed è tutto lì, la mia vita i pensieri e le riflessioni.

Il mondo onirico entra in ciò che scrivi?

 Sì, i miei personaggi sono un misto di realtà e sogno. I romanzi fantasy come la saga dei Giganti, hanno una trama ispirata ai miei sogni più epici. Mentre i racconti noire o dark sono influenzati dai pensieri che stanno tra il sonno e la veglia prima dell’addormentamento. I miei impegni sono pressanti durante la giornata, tra lavoro casa e bambino, non ho tempo per ponderare le mie idee, allora i pensieri compressi escono alla rinfusa nei momenti di relax, gli istanti prima di dormire, appunto.

Cerca un nome per la capra e spiegaci perché la chiameresti così.

Potrei chiamarla Karma per semplificare tutti i discorsi sulla mia vita, ma sarebbe troppo ovvio, allora sai che c’è la chiamerò Vita. Vita perché con le tue domande il sipario dell’inconscio si è aperto giusto un pochetto sulla mia vita e ti ringrazio per questo. Vita perché la capra volando giù dal terrapieno facendomi ridere come una matta, ha rivelato al mio conscio che la mia vita è bellissima con tutte le sue sofferenze e mi regala continue emozioni e insegnamenti. Non la cambierei con nessun’altra e non tornerei indietro per nessuna ragione al mondo perché io sono il risultato di tutte le gioie, i dolori e le esperienze che ho vissuto fino ad ora.

Rita ci lascia con One of these morning, Moby feet Patty Labelle.

 

 

Sabato, 10 Giugno 2017 08:06

Luciana Ortu si racconta

Gustiamoci la vita con Luciana Ortu Una parentesi di gusto e serenità con un’amica di penna ci voleva. Ma nel frattempo la curiosità che è in me, spinge a farle alcune domande sulla sua vita e professione di scrittrice. Se il gusto come le ciliegie, uno tira l’altro, anche le domande hanno un loro bel da fare. Luciana mi ha accontentato ed ha risposto ad alcune indiscrezioni. Leggiamole.

 

Rita: Cosa ti ha spinto a scrivere, qual è stata la tua ispirazione?

Luciana: Non riesco a tornare abbastanza indietro, diciamo che la scrittura mi ha attratto subito, dal primo momento che ho imparato a leggere e scrivere. Sono stata subito una bambina curiosa e avida di letture, di storie. E avevo molta voglia anche di scrivere delle storie mie. Per dire, il primo progetto di scrittura fu un quaderno a righe dove con mio padre scrivevamo delle poesiole e disegnavamo i protagonisti delle singole poesie: il cacciatore, gli uccelli, gli alberi e così via. Poi per anni è rimasta la passione ma mi limitavo a confusi appunti su quaderni e vecchie agende, parliamo del Cretaceo e di prima dei pc. Mettevo su carta sensazioni, avvenimenti, prima di tutto per fare chiarezza e analizzare situazioni che non riuscivo a gestire. Quindi le mettevo per iscritto “fiorite” con dettagli di ambientazione e personaggi più o meno immaginari.

Rita: Qual è stato il tuo primo libro?

Luciana: Prima di arrivare alla pubblicazione del mio primo romanzo, ho fatto dieci anni di gavetta scrivendo racconti. Ho partecipato a diversi concorsi, a volte venivo selezionata e a volte no. Ho continuato a scrivere racconti, mi divertivo a imbastire trame, fantasticare su persone curiose o bizzarre, fatterelli strani.

Rita: Quando hai un’idea per un racconto o romanzo, scrivi i tuoi appunti nel PC oppure hai un taccuino del cuore?

Luciana:A volte comincio con un file nuovo di zecca, ma di solito adopero quaderni e vecchie agende, bloc notes sparsi ovunque. Non sai mai dove e quando ti arriverà l'ispirazione. Di solito di notte, quindi sul comodino, oltre a una pila instabile di libri che sta in piedi per una legge della fisica ancora sconosciuta, tengo penne, matite, quadernini e agende. Prima di dormire scrivo, ma quando sono in piena fase creativa capita che mi risvegli verso le due di notte con una idea che mi pare buona, uno sviluppo di trama nuovo, o un ricordo riemerso dal passato “spendibile” con il progetto in corso, e allora accendo l'abat jour e lo fisso, almeno a grandi linee, per evitare che evapori. Poi ciascun romanzo ha il suo quaderno di bordo. Appunti preparatori, schede personaggi, scansione capitoli, punti deboli da verificare, o rimpolpare. Ormai ne ho collezionato diversi.

Rita: Quando vuoi stare tranquilla a pensare, preferisci il mare o la montagna?

Luciana: Adoro il mare, peccato che non possa andarci quanto vorrei. Ma in realtà, durante una passeggiata al mare o una in montagna, penso poco. È un ottimo modo di staccare la spina e mettere il cervello a basso consumo. Mi godo la pace e la tranquillità, o la confusione della spiaggia, anche. Anche in campagna è così. Con la differenza che gli odori, i profumi della campagna a volte funzionano da relais per far scattare i ricordi, e allora accade spesso che questi ricordi vengano trasformati in racconti o parti di romanzo. Però, mediamente, mi godo il momento, senza troppi pensieri.

Rita:  Racconta un episodio della tua vita che almeno una volta ti ha fatto dire:”basta non scrivo più” .

Luciana:  Ahahahah, non saprei. Neppure quando, dieci anni fa, ricevetti il primo no da una casa editrice che non volle la mia raccolta di racconti, ho mai pensato di non scrivere più. Non dico che mi fece piacere, ma, pur avendo rallentato l'attività scrittoria per motivi estranei a problemi “editoriali”, quando ho ripreso a scrivere, riottenuta la necessaria tranquillità, ho pensato subito a rimettermi in gioco. Infatti mandai racconti qua e là e nel 2013 pubblicai tre o quattro cose. Nel 2014 parve esserci un momento di calma, fino a dicembre, ma non avevo l'ansia da “Basta, non scrivo più.”

Rita:  I tuoi affetti, marito o famiglia, leggono i tuoi romanzi?

Luciana:  Mio marito molto poco. Prima gli leggevo alcuni racconti, a volte apprezzava e a volte meno. Neppure gli altri parenti mi leggono, forse un vecchio zio. Sarà che nessuno è profeta in patria, ma ho ricevuto recensioni e parole entusiaste da perfetti sconosciuti e da insospettabili, quindi... direi che va benissimo così.

Rita: Cucini spesso le ricette del tuo ultimo romanzo?

Luciana:  Sì, certo. Nel romanzo ho messo le ricette che preparo nella vita quotidiana, o nelle occasioni di festa. Che ho imparato da mia madre oppure ho sperimentato da sposata.

 Rita: Del tuo libro che ricetta ti piace di più?

Luciana: Uhm... i primi pasta al radicchio, o semplice pasta al sugo, risotti, e i dolci  come la crostata di ricotta o torta all'arancia.

 

Mi è venuta l'acquolina in bocca. Non posso dire corro a comprare il tuo libro perchè l'ho già letto, e ne sono rimasta entusiasta. Ma posso consigliare a chi ci ha letto di comprarlo subito e di godersi il gusto della vita insieme a te e alle  alle tue ricette.

Ciao Luciana,  a presto.

 

Biografia di Luciana

Sono nata e vivo da sempre in Sardegna.
L’amore per la lettura è la costante della mia vita. Appassionata di archeologia, amo scoprire le storie della mia terra millenaria e la magia dei siti archeologici di cui la Sardegna è ricca.
La passione per la scrittura è un altro punto fermo della mia vita. Finalista a concorsi letterari regionali e nazionali, ho diversi racconti pubblicati, su carta stampata e riviste online. Per citare le pubblicazioni più recenti, ricordo che a marzo 2013 il racconto "Crocus Oniricus" è compreso in un'antologia curata dalla associazione Alba Scriptorum, nata per finanziare un Parco Letterario nel cuore della Sardegna.
A maggio 2013 nell'antologia “50 sfumature di Sci-fi” (La Mela Avvelenata) è stato pubblicato il racconto intitolato “Ma che bontà”.
Ho partecipato all'antologia benefica del romanzo corale "Dodicidio" per il progetto POP di la Gru Edizioni scrivendo il capitolo "Ottobre", a luglio 2013.
A settembre dello stesso anno nella raccolta “Un clavicembalo ben temperato”, antologia di racconti partecipanti al concorso “Cartabianca 2013”, è stato pubblicato il mio “Note Malva”.
A dicembre 2014 il racconto “Una tazza di tè” è apparso sul magazine online “Scriveregiocando 2014”.

 

Dove trovare "Il Gusto della Vita", Sinossi e un po' di vita di Luciana Ortu

Sinossi

Una vita semplice quella di Laura, che perde il padre subito dopo aver sposato Josto. Il suo è il racconto dei piccoli gesti che si susseguono per andare avanti, nonostante il dolore e il senso di vuoto.
Le visite al cimitero, l'invadenza dei parenti, il velluto dei ricordi, si fondono con l'amore per i luoghi di Cagliari e con i momenti in cui Laura cucina per sé, per il marito o assieme alla madre.
Agli odori dei vicoli, si mescolano quelli dei cibi che soffriggono, si amalgamano, bollono.
Ricette sarde, ma non solo, raccontate in modo personale attraverso frammenti di vita che incasellano all'elaborazione del lutto nel corso di un anno. Conoscere gli ingredienti della tradizione, condividere la preparazione di un piatto e assaporare una pietanza con i propri cari, rinnova nei protagonisti il gusto per la vita e rafforza il senso delle radici, anche quando una di esse viene strappata.

L'autore

Luciana Ortu è nata e vive in Sardegna. L’amore per la lettura è la costante della sua vita. Appassionata di archeologia, adora camminare, sentire il profumo del tempo, scoprire la magia dei siti archeologici della sua terra. Ha corretto le bozze e collaborato alle ricerche per un saggio dedicato ai Grandi Padri, gli avi Nuragici, fornendo materiale a una rivista archeologica nazionale. Finalista a concorsi letterari regionali e nazionali, ha diversi racconti pubblicati, su carta stampata e riviste online.
 

 

Giovedì, 08 Giugno 2017 08:07

Gli Shrd e i Giganti

 

Il cielo era infuocato, le esplosioni si susseguivano una dopo l’altra. Uri era nascosto dentro la conca dell’acqua, la stessa dove il giorno prima aveva ricevuto la benedizione del capo tribù. Era il suo quindicesimo “Beranu”. Poteva andare a cacciare con i “Crispesu” i cacciatori anziani. Uri era impaziente, molte lune prima un lupo aveva ucciso suo padre, voleva vendicarlo. La vendetta per il popolo delle torri, non era onorevole.

Uri era testardo si ostinava a perseguire in quel sentimento che un giorno l’avrebbe portato alla morte. L’arrivo degli Dei la notte prima aveva mandato all’aria i suoi piani. La tribù non si aspettava la visita della Famiglia Reale, doveva essere un evento straordinario.

La Famiglia Reale era benvoluta dalle tribù, che si adoperavano per offrirgli in dono frutta e pelli di animale. Il territorio degli Shrd era fertile e popolato da fauna variegata. Le sorgenti erano pure e le miniere da dove estraevano i metalli per le armi e i gioielli fornivano metalli senza troppi sforzi. La Famiglia Reale contribuiva alla crescita spirituale e scientifica del popolo inviando tra loro le Dee Madri e i “Nuros”.

La Dea Madre si occupava di far nascere i neonati, accudirli e guidare i genitori alla loro crescita. I “Nuros” si occupavano della loro istruzione, ma non erano molti i fortunati che potevano accedere all’insegnamento della scrittura e della caccia.

Uri era uno dei fortunati. Aveva imparato a scrivere sulla pelle e sullo scisto, a leggere la scrittura degli dei, ed era l’unico a saper trasformare un amalgama di minerali in un’arma affilatissima.

 Il fuoco era suo amico, lo aveva aiutato a realizzare l’arma che avrebbe ucciso il lupo assassino. Il Nuros che insegnava Uri a fondere i metalli cercava di infondere compassione dentro quel ragazzo, ma l’impresa era ardua. L’orgoglio che portava alla distruzione, non era ben visto dalla Famiglia Reale ma Uri era un privilegiato nelle arti e i Nuros chiudevano un occhio.

 L’esplosione vicino a lui lo riscosse facendogli cambiare posizione per evitare che i nemici scoprissero il suo nascondiglio. La notte prima la nave volante della Famiglia Reale era apparsa sulle loro teste. Alcune figure minute erano scese a cercar riparo mentre altre navi arrivavano precedute da lampi ed esplosioni.

 Gli uomini della tribù aiutarono le figure di luce che scesero dalle navi, accompagnandole dentro il tempio centrale. Le frecce non poterono nulla contro le navi nemiche, non poteva far nulla nemmeno la flotta della Famiglia Reale che pure rispondeva al fuoco. Erano perduti.

 Dentro il tempio si erano radunati undici dei dodici membri della Famiglia Reale, e i loro spiriti guida.  Un loro membro aveva avvisato un mortale che dopo poco tempo si sarebbe verificata una grande onda che avrebbe spazzato via tutta la vita sulla terra.

 Aveva consigliato di costruire una grande nave che potesse contenere la sua tribù e i suoi animali per sfuggire al cataclisma. I suoi fratelli non erano d’accordo e lo accusarono di tradimento.

La compassione che distingueva la Famiglia Reale dai Semplici era venuta meno. Si crearono due fazioni.

Una fazione si ribellò alla famiglia per conquistare il potere sui Semplici cosicché iniziò la guerra!

Uri entrò di corsa nel Tempio avvisando che il nemico aveva decimato gli abitanti del villaggio. Gli Dei dovevano scappare, non potevano restare lì. Sarebbero rimasti uccisi. Una figura di luce si avvicinò a Uri e gli disse che doveva scrivere tutto quanto era accaduto e disegnare sullo scisto la mappa della regione.

Le pelli e la pietra incisa dovevano essere tramandati di padre in figlio, perché i Semplici potessero, un giorno, trovare le loro origini. Uri tremante e rosso in volto per l’emozione, chinò il capo in segno di obbedienza.

La famiglia Reale si mise in cerchio, gli spiriti guida si elevarono su di loro. All’unisono con un cenno del capo diventarono luce e sparirono. Nelle ore seguenti Uri vide la sua tribù annientata, si salvarono solo due famiglie e Amir.

Amir, sorella di Uri si era nascosta sotto l’altare in granito. L’esplosione che distrusse il tempio la lasciò miracolosamente illesa.

 

Uri sedeva sul bordo del torrente. Ripensava alla partenza della famiglia Reale e all’onore che gli fu consegnato. Erano passati cinque anni dalla guerra dei carri di fuoco e Uri aveva fondato una tribù di cui lui era il capo.

 Amir, la sorella era diventata una Dea Madre straordinaria. Uri Da buon capo aveva trasmesso gli insegnamenti dei Giganti ai suoi sudditi. Aveva insegnato a cercare e scavare i metalli, che poi avrebbero fuso per forgiare le armi per la loro difesa e per l’alimentazione a base di cervi e cinghiali.

Non aveva mai trovato il lupo che uccise suo padre, ma la sua rabbia, indirizzata a dovere dalla Famiglia Reale, servì a fondare una comunità ricca e autosufficiente. Avevano costruito le torri di avvistamento sui monti vicini per precedere gli attacchi dei nemici. Stavano commerciando con il Popolo Nero. Loro portavano sale e pietre blu in cambio di pelli e carne secca.

 In quella terra l’inverno era mite e si coglievano i frutti tre volte l’anno.

Lavoravano il rame e la terracotta, costruendo utensili per la vita quotidiana e mettevano in pratica gli insegnamenti della Famiglia reale.  La tribù era diventata ricca e istruita sotto la guida di Uri.  Seduto sul bordo del torrente, ammirò il suo capolavoro: Una grande nave coperta.

La costruzione ebbe inizio alcuni mesi dopo la partenza della Famiglia Reale. Uri ricordava che la battaglia era cominciata perché un gigante della Famiglia Reale aveva avvertito un umano del cataclisma imminente.

 Riunì i pochi sopravvissuti alla guerra da altre tribù decimate. La costruzione del natante impiegò diciotto lune. Da allora Uri aspettava la grande onda. Fece costruire le torri e riempì le capanne di granaglie. Portò all’interno della nave, gli utensili e le pelli che sarebbero serviti per il viaggio e cominciò a scrivere sulle tavolette di scisto che nascose nel ventre dell’imbarcazione.

Scrisse dell’epopea dei Giganti, della guerra e incise la mappa del villaggio in una tavoletta. Dopo la guerra, i templi e gli edifici della Famiglia Reale erano diventati la Città Sacra dei Giganti.

 La tribù di Uri idolatrava e proteggeva quegli edifici come se fosse la propria vita.

Una mattina, un tuono squarciò il silenzio della valle. La terra tremò. Gli uomini del villaggio accorsero dai campi nella piazza comune per proteggere i bambini e le donne. La montagna vicina si aprì in due lasciando sgorgare acqua e detriti. Sembrava che la montagna volesse ingoiare il villaggio. Le urla terrorizzate delle donne e dei bambini sovrastavano un rumore che si avvicinava piano. Uri capì: La grande onda.

Gridò con tutto il fiato che aveva in corpo di salire sulla nave.

I guerrieri presero le donne e i bambini quasi di peso e corsero verso la nave. Nel frattempo lo sciamano aiutò i pastori a portare sulla nave le bestie. Uri pensò che avesse avuto la benevolenza degli Dei, era stato fatto tutto per tempo. Quaranta minuti dopo il primo terremoto stavano galleggiando attraverso un mare in tempesta. La sua lungimiranza aveva salvato la sua tribù.

Erano passati sei giorni da quando la nave di Uri aveva cominciato a galleggiare. La tempesta senza pioggia li aveva sballottati tra i marosi. Vedevano le cime delle montagne ora trasformate in isolotti.

Appena si accostavano le onde e le correnti allontanavano la nave. I guerrieri non erano abituati a navigare e cominciavano a protestare. Volevano tornare alla loro vita. Finalmente al tramonto dell’ottavo giorno l’acqua cominciò a calmarsi e la nave approdò in un’insenatura naturale. I guerrieri capitanati da Uri scesero per primi a perlustrare il territorio. Costatato che non c’erano pericoli fecero scendere donne e bambini. La notte stessa Uri radunò il consiglio e decise che dal giorno dopo, quello sarebbe stato il territorio della tribù. Chiunque non fosse felice della nuova sistemazione poteva andarsene. Rimasero tutti uniti.

All’alba della mattina dopo Uri ricevette la visita degli spiriti guida della Famiglia Reale. Dopo l’elogio per essere riuscito a scampare al disastro e per aver portato con sé la tribù gli consegnarono gli strumenti per costruire un nuovo villaggio.

Non erano gli strumenti che conosceva.

 Era una scatoletta con delle finestrelle colorate. Con lei c’erano le istruzioni per costruire i templi e i disegni per le nuove dimore dei Reali.

 La sua mente fu invasa da nozioni avveniristiche e impossibili, ma sapeva che poteva realizzare tutto ciò che lo spirito guida comunicava.

 I visitatori andarono via informando Uri che avrebbero fatto ritorno dopo la costruzione dei templi.

I templi erano quasi finiti. Molto tempo era passato. Uri sentiva il peso dell’età e della responsabilità. La costruzione di due templi a forma di piramide era stata ardua, nonostante la scatola magica.

 Aveva deciso di abdicare in favore di Acam il figlio maggiore.

 Acam era un valoroso guerriero, astuto e sapiente. La sua donna era una Dea Madre consacrata alla famiglia reale. Lei accudiva e nutriva i piccoli della tribù con passione e amore.  Aveva scolpito il betile d’oro del tempio con le immagini della caccia e della venuta degli Spiriti Guida.

 La Famiglia Reale aveva in serbo per lei una missione. Sapeva che doveva lasciare Acam e la sua tribù, ma non sapeva quando. Il dolore che provava al pensiero di lasciare il suo sposo le annebbiava la vista, ma non poteva tradire gli Dei, era stata scelta.

 Uri sovrintendeva ai lavori finali delle piramidi. Erano gemelle, in tutto e per tutto identiche. La scatola magica aveva compiuto dei miracoli trasportando le rocce che servivano alla costruzione. Solo premendo un quadratino, la roccia diventava leggera e si modellava come creta. Ma le trappole per tenere lontano i predatori, quelle no. Quelle le avevano costruite Uri, con il suo ingegno e l’aiuto di Acam e la sua donna.

 Nel loro ventre erano nascosti i segreti della Famiglia Reale. Gli spiriti guida erano venuti in gran segreto e avevano nascosto il loro tesoro nei meandri delle piramidi. Nessuno doveva svelare quel segreto. Erano passate molte lune e Uri non era più il capo. Invecchiava e aveva timore di non aver tempo per tramandare tutto il suo sapere ai propri figli, e ai figli dei figli. Gli venne in aiuto la donna di Acam che, con entusiasmo, incise le sue parole sopra pelli di cervo, conservandole poi in giare di terracotta.

 La Dea Madre, incise anche una tavoletta di scisto con un bel disegno della loro terra. Regalò quella pietra nera e lucida agli Dei, posandola nella riva del fiume poco lontano. Gli Dei avrebbero gradito il suo omaggio, magari non l’avrebbero più voluta con loro in cambio.

Una notte uno spirito guida si presentò nella sua capanna e gli comunicò che il tempo era finito, doveva tornare alla luce. Uri sorrise, soddisfatto della sua vita, non aveva nessuna remora a lasciare il suo corpo mortale.

L’alba trovò Uri senza vita. La tribù onorò il suo corpo cremandolo con un falò di legno di ginepro e frasche di rosmarino. Le sue ceneri furono lasciate al vento accompagnate da celebrazioni della sua lunga e onorata esistenza.

Morto Uri, Acam diventò il capo spirituale e temporale della tribù. La sua donna, la Dea madre della tribù, gli rimase accanto per due primavere. Scaduto il tempo, gli Spiriti Guida scesero sulla terra per prelevare Nantù, la donna di Acam. Tra le lacrime e la rassegnazione, Nantù promise amore eterno al suo compagno. Una luce brillante pervasa da un calore indescrivibile prese Nantù e la portò verso le stelle.

Gli spiriti guida arrivarono nella notte di luna piena. Era il solstizio di primavera, la luna annunciava il nuovo raccolto.

Un carro spaziale arrivò senza rumore, solo le luci azzurre annunciarono l’arrivo.

Gli spiriti guida si materializzarono davanti alla capanna di Acam.

Acam sentì la loro presenza. Le voci degli spiriti guida gli chiedevano di accompagnarli dentro la piramide. Avevano il “Seme” della civiltà dei Giganti con loro. Nessuno doveva sapere della presenza di quel tesoro. Acam avrebbe dovuto tenere il segreto, oppure la dinastia dei Giganti sarebbe andata perduta.

Quella volta Acam, prese coraggio e rivolse delle domande agli Spiriti.

Alle domande di Acam, gli Spiriti risposero di attendere, sarebbe stato esaudito di lì a poco.

Acam guidò i messaggeri all’interno della piramide con il tempietto, e li accompagnò al tempio dorato.  I Messaggeri vollero andare in un’altra camera disadorna, senza l’oro e gli affreschi. Stupito, Acam li guidò verso la sala, dove riposavano i resti del padre.

Gli spiriti adagiarono una sfera azzurra e luminescente sul pavimento, e si raccomandarono a Uri che fosse ben protetta da sette Betiles in granito con delle scritte incise sopra. Gli avrebbero dettato in seguito il testo.

Acam fece per uscire dalla sala quando un Gigante si materializzò davanti a lui. Per lo stupore, finì a terra.

La mano del Gigante si tese per porgli aiuto. Acam la prese e nello stesso momento che strinse quella mano poderosa, seppe la risposta alle sue domande.

Il Gigante instillò nella sua mente alcune scene del futuro e del passato.

“La storia comincia nei Cieli remoti. Eoni fa, quando il nostro sistema solare era ancora giovane, dallo spazio esterno fece la sua apparizione un grande pianeta celeste, in fuga da un altro sistema solare esploso. In seguito alla distruzione e delle collisioni che aveva provocato, nacquero la Terra e la cintura degli asteroidi.

 Il pianeta celeste fu catturato in un’orbita attorno al Sole, diventando il dodicesimo membro del sistema solare. La sua orbita è molto ampia e lo fa ritornare vicino alla Terra ogni tremilaseicento anni.”

Acam scoprì che la famiglia Reale dei Giganti non erano gli Dei del tempo, ERANO il tempo!

Loro plasmavano gli eventi a piacimento, ma avevano dei nemici che ostacolavano il progredire degli umani. I nemici erano i loro stessi fratelli, membri della Famiglia Reale, ma di una linea di pensiero repressiva e non progressista.

Loro, quelli che avevano combattuto nei cieli molte lune prime. Volevano la fine del genere umano. Gli umani, i terrestri, erano emotivi, molte volte sanguinari, ma fondamentalmente buoni, puri. C’era stata una guerra molto tempo prima sui cieli terrestri.

 Quella guerra non aveva decretato ne vinti né vincitori. La terra fu abbandonata dagli Dei per millenni. Quando Nibiru, il pianeta dei Giganti fu nuovamente vicino alla terra, la Famiglia Reale decise di guidare gli uomini attraverso la conoscenza materiale e spirituale. Alcuni membri della Famiglia erano contrari e avevano tramato contro la decisione.

Enki fu ostacolato da Enlil il comandante della missione, il suo fratellastro. Egli non voleva salvare il genere umano dal Diluvio. Ma Enki, signore della terra avvisò Ziusudra della venuta di una catastrofe: una cometa avrebbe colpito la Terra provocando inondazioni e terremoti.

 Gli disse di radunare la sua famiglia e le sue greggi per portarle in salvo su una barca. Nella grande barca Ziusudra fece posto anche ad altre specie animali, ripopolando così il territorio, una volta toccato terra.

Da quel momento Enlil giurò vendetta verso il fratellastro.

La terra fu teatro di scontri antichi, di battaglie cruente e sanguinarie, senza vincitori ne vinti. Di volta in volta i fratelli cercarono alleati. Terrestri ed extraterrestri erano chiamati a servire gli Dei in battaglia.

Furono costruite città monumentali che ospitavano templi a loro dedicati e piste d’atterraggio per navicelle e astronavi. Anche là, in quella terra di uomini valorosi furono costruite una città e una pista d’atterraggio, ma furono distrutte dalla grande onda a cui la tribù di Uri era scampata.

La guerra si protrasse per millenni e continua ancora. Il progresso dell’uomo consentirà a uno dei due, di vincere sull’altro.

Se vincerà Enlil, il genere umano sarà distrutto, e il sovrano di Nibiru, padre dei fratelli che fino ad ora è rimasto a guardare, non potrà fare più nulla. La legge dei Giganti precisa che non si può intervenire sul destino dei terrestri.

Già molto è stato fatto. Gli uomini hanno imparato molto da noi. Torneremo. La Luce ci guiderà fino a voi per l’ultima volta. Quel dì gli Annunaki si presenteranno al popolo terrestre.

Il radiofaro deposto dagli Spiriti Guida al centro della sala pulsava di luce azzurra.

Acam si voltò per ammirarlo ancora una volta.

Una luce bianca esplose nella piccola sala, il Gigante era sparito e gli spiriti guida con lui.

Tornando indietro Acam rifletté sull’avvertimento del Gigante “ Nessuno deve venire a conoscenza del radiofaro”

C’era un unico modo per mantenere il segreto su quel tesoro: il villaggio doveva sparire!

E con il villaggio i suoi abitanti.

Tornò nella sua capanna e convocò lo sciamano. Gli spiegò la situazione e insieme escogitarono il modo per far sparire il villaggio con tutti i suoi abitanti, compresi le greggi e gli animali da cortile.

Attesero la notte per agire, la tribù non doveva accorgersi di nulla. La mattina dopo avrebbe dato responsabilità agli Dei, di quello che era successo.

Lo Sciamano prese la scatola magica, dono dei giganti, dal gigantesco cedro al centro del villaggio.

“Il Villaggio dei Cedri svanirà agli occhi nemici, solo i Giganti, gli Dei, potranno trovarci” Disse con solennità.

Manovrando alcuni tasti della scatola magica il villaggio fu avvolto da una luminosità azzurrina e la nebbia lo avvolse completamente.

Lo Sciamano, recitando alcune litanie, spostò la scatola in direzione delle piramidi. La sfera luminosa avvolta da una foschia azzurra, penetrò dentro la prima piramide e la luce svanì.

All’alba il lavoro era fatto. Lo sciamano aveva previsto illuminazione e microclima adatto alla vita sottoterra. La scatoletta magica aveva provveduto alla vita perpetua in condizioni, altrimenti impossibili. Anche i giganteschi cedri alla periferia del villaggio furono trasferiti, rimanendo irti come Dei solitari al confine del mondo.

Al loro risveglio gli abitanti si buttarono a terra, prostrati in onore agli Dei. Non seppero mai che furono Acam insieme allo Sciamano i responsabili del trasferimento.

Quando Acam fu in punto di morte, ricevette la visita degli Spiriti Guida che gli comunicarono la fine del suo tempo. Portarono alcune tavolette di un metallo sconosciuto con delle iscrizioni in una lingua oscura. Acam prima di spirare ordinò di incidere quelle iscrizioni nei Betiles intorno alla Luce dei Giganti.

Non seppe mai che la lingua sconosciuta si tramutò in sardo antico appena incise sui Betiles.

Mercoledì, 07 Giugno 2017 15:09

Un caffè con Clara Cerri

 

ho preso un caffè con una cara amica, mamma scrittrice e donna coraggiosa: Clara Cerri. Questa donna forte e fragile allo stesso tempo è un vulcano di emozioni  e di ispirazioni  al punto che solo parlando con lei ti senti infuso d’energia.

 Ora leggiamo quello che ha dire questa incredibile donna che rispecchia la frase di Jean Paul Richter: "Nelle donne ogni cosa è cuore, anche la testa."

 

 Rita Come hai cominciato a scrivere? cosa ti ha spinto

 

 Clara Avevo delle storie nella mia testa e dovevo farle conoscere agli altri. Sono sempre vissuta per metà nella realtà e per metà in un mondo immaginario, a colloquio con i miei personaggi Ho sempre avuto una grandissima passione per le storie, e non appena ho imparato a scrivere ho voluto "farmele da sola" Poi ovviamente la vita ti costringe a delle scelte, e per lunghi anni ho messo davanti lo studio e la ricerca. Ho voluto prendermi un periodo di pausa per terminare il mio primo romanzo, ma ho continuato a lavorarci sopra per anni

 Rita Nella parte del mondo immaginario chi sei? Come ti vedi?

Clara Mi vedo molto simile a come sono nella realtà, non a caso Clara è anche un personaggio di "Dodici posti dove non volevo andare"; una persona non più giovanissima che però ha ancora molti sogni da realizzare e un grande amore per la vita.

Rita la scelta più greve a cui ti ha sottoposto la tua vita e quella più leggera.

 Clara Le cose più dure che mi sono accadute non sono state delle scelte ma delle sfide. Una delle quali è stato affrontare qualcosa cui la vita mi ha messo di fronte, nel modo che potevo. Senza dubbio la malattia di mio figlio è stata la peggiore. Però ho alle spalle una separazione che non è stata facile, perché il mio ex marito avrebbe preferito rimanere con me, anche se aveva un'altra. Senz'altro quella è stata una scelta difficile. La scelta più "scapestrata" è stata quella di dedicare mesi interi alla scrittura, lasciando indietro altri impegni. Però mi ha fatto sentire meglio, più completa.

Rita Una donna coraggiosa fa sempre delle scelte coraggiose. hai nominato la malattia di tuo figlio. Ti ha insegnato qualcosa tutto questo?

Clara Avere un figlio con un problema mentale ti costringe a interrogarti su cosa lo renda felice: andare al mare, prendere un gelato o un caffè insieme, ascoltare una canzone. Cose semplici che però fanno felice anche te. Le tue passioni e i tuoi sogni più ambiziosi rimangono, però apprezzi anche dei piaceri più semplici, più elementari

Rita Torniamo alla scrittura, hai detto che hai fatto la scelta scapestrata di dedicarti alla scrittura per mesi, cosa stavi scrivendo?

 Clara "Lettere fra l'erba", il romanzo uscito l'anno scorso in ebook e quest'anno in cartaceo. Erano anni che macinavo questa storia, ma non ero riuscita ad andare più avanti di 60-70 pagine. Poi durante un viaggio di studio ho avuto una "visione" Un giovane che si spogliava, per la prima volta, di fronte alla donna che desiderava da tanto. Ho cominciato a pensare che *dovevo* arrivare fino a quella scena, e ho cominciato a scrivere a tempo pieno.

 Rita Parliamo di lettere fra l'erba, quale personaggio ti somiglia di più?

 Clara Diciamo che ho sparso tracce di me stessa in tutti i personaggi. Un tempo avrei detto "Ilaria", perché mi sentivo più fragile, oggi mi accorgo di aver messo molto di me anche in Isabella. E in Antonio, perché ogni tanto bisogna vedere il mondo da un punto di vista maschile, se no che gusto c'è a inventarsi una storia?

Chiudo con rammarico questa chiacchierata. Vorrei continuare, ma la curiosità che hai suscitato in me con la "chicca" su lettere fra l'erba, mi spinge ad andare subito a comprarlo. 

Ti saluto con un arrivederci a presto, magari per un altro caffè insieme e un altro libro di cui parlare.

Lettere fra l'erba (sinossi)

Isabella è tornata a casa dal collegio e cerca di ritrovare la normalità con suo padre, la scuola, la sua passione per il teatro. Conoscere gli amici di sua madre, morta quando aveva pochi mesi, risveglia la sua curiosità verso di lei. Con fatica ricostruisce il suo vero volto dai loro racconti, dalle lettere di un'amica lontana, dallo stesso bisogno di amore e di bellezza che sente crescere dentro di sé. Ma dovrà farsi strada tra i rimorsi e i silenzi di suo padre e di tutti quelli che la circondano, attraverso momenti di rabbia e di sconforto, per trovare la sua verità su sua madre e sulla storia d'amore che ne ha segnato la vita, una storia iniziata nel 1990 con l'occupazione dell'università e col tentativo di suicidio di un amico pieno di talento ma fragile, che rimarrà ossessionato da lei e le starà accanto quando sarà lei a vedersi cadere il mondo addosso.

 

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Clara Cerri è nata e vive a Roma, ha studiato ebraico e lingue orientali antiche. Ha studiato musica classica e jazz e fa parte come cantante di diverse formazioni musicali. Ha pubblicato racconti sul web (per esempio sul blog Cronache Urbane) e in antologie come I piccoli e i grandi (edita dal sito genitoricrescono.it), Cocktail e Lunapark (edite da Lettere Animate), Strenne d'inchiostro (edita dal gruppo USE – Book lovers) e Oltre l'arcobaleno (ed. Amarganta). Dodici posti dove non volevo andare (ed. Lettere Animate), il suo libro di esordio nella narrativa, ha vinto nel 2015 il I Premio letterario Amarganta. Nel gennaio 2016 ha pubblicato il suo secondo romanzo, Lettere fra l'erba (ed. Lettere Animate), vincitore del Premio speciale "Amarganta Team" al II Premio letterario Amarganta. Ha curato le antologie Come vi siete conosciuti? e I morti non annegano per la Bel-Ami Edizioni e ne ha scritto la prefazione. Si occupa di editing, di promozione editoriale e di eventi culturali per il Circolo letterario Bel-Ami.

 

 Pagina facebook di Clara Cerri

 Twitter Clara Cerri

 

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Oppure: http://www.chipiuneart.it/wordpress/lettere-fra-lerba/

 

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Mercoledì, 07 Giugno 2017 12:31

Il mistero dei Giganti del Linas (prima parte)

 

 

 

 

Il boato svegliò tutti gli abitanti del quartiere. L'insolita sveglia fu data dal crollo della parete occidentale della Basilica di San Saturnino a Cagliari, durante le prime ore del mattino. Se non ci fosse stata la recinzione di sicurezza per i lavori di restauro, la parete avrebbe investito sicuramente la coppia che amoreggiava a poca distanza.

Un passante chiamò i carabinieri, che a loro volta chiamarono i pompieri e i responsabili del restauro. La facciata occidentale, parzialmente crollata, presentava la divisione in tre specchi. I due specchi laterali conservavano i portali, sormontati da semiarchi. Oltre la facciata si accedeva al piano di calpestio dello scomparso braccio ovest, oltre il quale si trovava l'attuale accesso alla chiesa. Il crollo aveva esposto alla vista un semiarco nascosto prima dalla giunzione del transetto con la parete adiacente.

Spuntò l'alba, i pompieri stavano mettendo in sicurezza la zona e l’archeologa responsabile del restauro Piera Loy, chiamata per l’urgenza, venne finalmente condotta all'interno della Basilica. Aveva solo sessant'anni, ma sembrava invecchiata di colpo. Appariva ingobbita e fragile. La Prof. Locomotiva, come la chiamavano i suoi allievi; quando si metteva un obbiettivo partiva proprio come un locomotore e non si fermava fino a quando non lo raggiungeva. Sessant’anni fino allora ben portati, sposata con un medico ricercatore, i suoi amici ammiravano la sua forza d’animo e il modo con cui affrontava le sfide. Fisico atletico, abbronzata per le molte ore passate in barca veleggiando con Roberto, suo marito.

Quando vide la devastazione, le salirono le lacrime agli occhi: il tratto in restauro, gli scavi, tutto da rifare! E come se non bastasse la distruzione di parte del sito, le si attribuivano delle responsabilità, come se fosse stata lei a far crollare tutto. L’ingegnere del comune la distolse dai quei pensieri e le indicò la voragine a metà del transetto. Inchinandosi vide solo due gradini, il resto spariva nel buio.

“Può procurarmi una lampada?” chiese all’ingegnere. “Certamente, arriva subito.”

Dopo pochi minuti si ritrovò a scendere quei gradini, curva, con le mani che tremavano e il cuore che batteva a mille per la fortuita scoperta. “Uno,due, tre, quattro, ecco, ora sembra che lo spazio mi permetta di stare eretta”. Emozionata come una bambina, ma determinata, in quel momento non avrebbe mai pensato che quell’evento fosse l’inizio dell’avventura più bella della sua vita.

“Ingegnere, il passaggio si allarga, può scendere.”

L’ingegner Pani scese pesantemente i gradini, con la sua mole e la sua altezza, era già un miracolo che riuscisse a entrare in quel poco spazio rivelatosi dopo il crollo. Arrivato alla fine dei gradini chiamò Piera: “Dottoressa?”

“Sono qui!”, rispose una voce da sotto terra. L'archeologa era scesa ancora di venti gradini, oltrepassando un finto muro a circa due metri dai primi: il muro era nascosto da una colonna rovesciata sopra la parete frontale. Lo spazio era angusto, puzzava di muffa e l’acqua gocciolava in piccole pozzanghere; l’umidità entrava nelle ossa e provocava brividi sgradevoli.

“Maledizione, qua mi trovano stecchito” pensò l’ingegnere.

Scese con prudenza gli altri scalini, resi scivolosi dall’umidità, e percorso l’ultimo tratto sgranò gli occhi di fronte allo spettacolo che le lampade rivelarono.

Uno spiazzo con rettangoli scavati e ricoperti da lastre di travertino, almeno così sembrava, una serie di tombe inviolate che terminavano in fondo alla grotta in una discarica d’inerti che arrivava da chissà dove.

Piera tremava per l’emozione, già immaginava tutto il lavoro di scavo e catalogazione, l’invidia dei colleghi e il lavoro sovrumano per impedire che la scoperta fosse messa a tacere. La lampada illuminava le tombe impolverate e il viso cereo dell’ingegnere.

“Accidenti, e ora? Qua ci scappa il finimondo, ma si rende conto, dottoressa, che siamo a due passi dal cimitero di Nostra Signora di Bonaria?…”

“Ingegner Pani, la prego, non metta paletti, prima dobbiamo avvisare l’università, poi sarà necessario richiedere una campagna di scavi.”

“Dottoressa Loy? Ingegner Pani? Dove siete, dovete firmare per l’intervento!”

 Il richiamo del capo dei pompieri interruppe il dialogo…

“Ora risaliamo, e, ingegnere, non faccia parola con i pompieri di ciò che abbiamo trovato!”

“Ma...”

“Per favore, la prego…”

Risalirono i gradini e si ritrovarono in superficie, dove li attendeva il comandante dei vigili del fuoco: “Signori la zona è in sicurezza, almeno per il momento, l’ingegnere sa bene cosa fare ora. Chiamateci per la verifica”. “Arrivederci, comandante” dissero, quasi all’unisono. “Che cosa deve fare ingegnere? Che verifica?”

 “In questi casi devo allertare una squadra, mettere transenne e tappare le voragini”

 “Non vorrà nascondere tutto?”

“Devo, mi dispiace, poi i vigili del fuoco torneranno per i sigilli.”

“No, la prego, è un tesoro inestimabile, una scoperta eccezionale, non può, non deve…”

“Senta. Io faccio il mio dovere. Intanto non ho detto nulla ai vigili del fuoco, quindi dovrebbe bastarle, ma per venirle incontro posso solo ritardare il mio rapporto. Se vuole dare un’occhiata, ha fino a domani mattina alle dieci, quando depositerò il rapporto nell’ufficio del sindaco.”

Piera prese il cellulare, allontanandosi dall’ingegnere del comune senza salutare o ringraziare:

“Pronto, Mattew?” “Hallo Piera”, una voce gioviale con accento inglese rispose all’altro capo del telefono. Matthew, uno scrittore inglese di origine sarda, in quel momento trascorreva le ferie nel paese della madre a poca distanza da Cagliari.

La madre di Matthew era una cara amica di Piera, tant’è che le chiese di fare da madrina a suo figlio, diventando così la sua tutrice dopo la morte dei genitori. Affezionatissimo a Piera, quando si sentiva in crisi o c’era qualcosa che non andava nel suo lavoro, la chiamava con nomignoli e ruoli che le facevano molto piacere. Quando la chiamava zia per lei, era una gioia immensa. Non avendo avuto figli, lui e Diana, figlia di una sorella, erano gli unici affetti rimasti dopo la sua partenza per l’Irlanda.

“Devi aiutarmi Matthew, ho bisogno di un assistente agli scavi.”

 “Ma… Io non so nulla di scavi”

“Lo so, caro… Ma ricordo, parecchi anni fa, quando nel colle di Sant’Elia aiutasti me e tua madre a dissotterrare le ossa di quel cane. Ricordi? Lo avevi scambiato per lo scheletro di un sardo antico!”

Matthew rimase interdetto, pensò che lo stesse fregando in qualche modo, ma ebbe solo il tempo di dire: “Non affondare il coltello nella piaga! D’accordo, ti aiuto, ma come mai tutta questa fretta?”

Che Piera aveva già deciso di coinvolgerlo, anche senza il suo benestare.

“Ti spiegherò poi, ci vediamo tra un’ora a San Saturnino.”

“Cosa? Ma devo arrivarci...”

L'ultima frase cadde nel vuoto: Piera aveva già riattaccato.

 

1° capitolo

Era arrivato all’appuntamento trafelato e in ritardo. Piera lo guardò storto e gli indicò l’entrata della galleria apertasi la notte prima.

“Prendi zaino e attrezzatura, scendiamo!” La sua determinazione lo indusse a tacere e ubbidì. “Quando si mette in testa una cosa…” Pensò, mentre la seguiva.

Rifecero il tragitto che Piera aveva già percorso la mattina, fermandosi appena le lampade illuminarono le tombe.

“Dammi una mano, Matthew.” Presero di peso una lastra di travertino che copriva la prima tomba allineata alla parete e la spostarono piano. In quella, un flash illuminò la grotta, si voltarono di scatto e un sorriso smagliante li sorprese:

“Ciao Diana, sei arrivata un po’ in ritardo, ma vedo che non hai avuto problemi a trovarci”

L’espressione di Piera non era delle migliori mentre distoglieva lo sguardo da Diana, la nipote appena entrata che impugnava la sua fedele compagna, la macchina fotografica professionale, e lo fermava sul viso di Matthew.

“E tu? Scommetto che il tuo amico ti ha subito informato, vero?”

“Dai, zia non prendertela. Ero curiosa di sapere che cosa avete scoperto, e poi una brava reporter non poteva mancare, ti pare?”

“D’accordo, mettetevi al lavoro”. Un sospiro di condiscendenza e rassegnazione accompagnò le parole di Piera.

Spinta la lastra bene in fondo illuminarono la tomba: VUOTA! Dissero insieme, ma…ma… “Apriamone un’altra, Matthew , forza”

Spostata la lastra della tomba successiva, si resero conto che era vuota anche quella

“Una scoperta, sì ma dell’acqua calda”, disse Matthew deluso, e girandosi inciampò in un cordolo di scisto, era talmente saldato al terreno che sembravano tutt’uno. La delusione era palpabile, mentre si chiedevano quale sorte avevano avuto i corpi contenuti in quelle catacombe, ora spariti. “Zia, vieni un po’, guarda qua: vedi?” il cordolo di scisto si allungava verso una tomba, Piera si avvicinò. Il coperchio era ancora chiuso e vide dei segni stilizzati, incisi nel travertino che la copriva, quasi invisibili, corrosi dal tempo.

“Proviamo a sollevarla”,

Rianimatisi, sollevarono la lastra e la posarono sul pavimento, all’interno non si trovava un corpo, come avevano sperato, ma un’altra lastra questa volta di scisto nero come la pece, Piera prese il pennello e spazzò via la polvere vecchia di secoli accompagnata dal flash di Diana. Lo stupore a quella vista fu enorme, la lastra di scisto era lavorata finemente ai bordi, mentre al centro vi erano incisi caratteri cuneiformi,

“Sumero credo, devo portarla al laboratorio dell’università per esserne sicura”

“ Sarà finita qua dopo che i sardi furono invasi dai romani. Quanti reperti, frutti di tesori rubati alle popolazioni conquistate, sono stati trovati anche in Egitto?” Intervenne Diana con voce annoiata.

Lo sguardo della zia la fece tacere, costringendola a cambiare discorso e scattare fotografie.

 

In un altro luogo e in un altro tempo:

Una costruzione in riva a uno specchio d’acqua scintillante, palme e roveti, mirti, elicrisi e edere che si arrampicavano dappertutto, la macchia boschiva era di un verde brillante, l’azzurro dell’acqua emanava pace.

Due persone conversavano all’ombra dei maestosi cedri, due sciamani, i detentori del sapere universale: Tziu Ladreddu il custode del tempo e Melkart, lo spirito della terra.

“Tziu Ladreddu, i “semplici” sono sulla via, la scopriranno presto”

“Non preoccuparti Melkart, è avvenuto perché è scritto, i saggi sono al sicuro, tu rientra tra gli umani, e fai in modo che tutto si svolga senza intoppi. Sarà l’inizio della consapevolezza per i “semplici”. Ora va”

“Adiosu Tziu Ladreddu”

 

All’università di Cagliari:

L’eccitazione era palpabile, la tavoletta poggiata in un panno di mussola, dava bella mostra di se nella scrivania del rettore. Piera non stava più nella pelle, un volume grande quanto una valigia sottobraccio e il viso arrossato dall’emozione accompagnavano una situazione ben più emozionante di quanto si aspettasse un’ora prima.

Il rettore, un personaggio dall’aria burbera e arcigna spostava lo sguardo da Piera alla tavoletta e scuoteva la testa come un “cagnolino no no” .

“Dott. Puxeddu dica qualcosa…” Fece Piera, impaziente di sentire cosa ne sarebbe stato della sua scoperta.

“Dottoressa, lei non doveva fare ricerche senza il mio nullaosta, lo sa? Sa che potrebbe perdere il lavoro sul sito per questo? E forse anche la cattedra?” Il viso di Piera diventò di tutti i colori e si affrettò a rispondere:

“Non ho fatto ricerche, è che…”quando Diana rivelò il pensiero che le provocava il buonumore: “Ho la fotografia della tavoletta” disse candidamente. “Non voglio sentire pretesti. Questa tavoletta andrà al museo, ma prima passerà un po’ di tempo in restauro, arrivederci Dottoressa!”

Con le braccia al livello del terreno e il morale ancora più sotto, Piera raggiunse i compagni d’avventura nella scalinata fronte l’ateneo. Li guardo e sollevò le spalle, come a dire niente tavoletta, ne scavi né altro!

 “Com’è andata?…ha…”

“Zitto Matthew, ho un diavolo per capello”

Diana che aveva capito la situazione, aveva un sorriso stampato in faccia che fece innervosire ancora di più Piera. Stava per sbottare

 

2° capitolo.

 

A casa di Diana, radunati intorno al tavolo del soggiorno, con una gigantografia della tavoletta in scisto sotto gli occhi, i tre amici cercavano di tradurre i caratteri incisi in quella che loro credevano fosse la lingua scritta del popolo sumero.

“Qua c’è bisogno di un esperto. La scrittura cuneiforme fu inventata dai Sumeri in Mesopotamia nel III millennio A.C. Una lingua che genealogicamente non è imparentata né con quelle semitiche, né con quelle indoeuropee. Il cuneiforme fu adottato dai Babilonesi, popolazione semitica, che si servì di questo sistema di scrittura fino al primo millennio a.C., con una serie di adattamenti e semplificazioni, fino alla scrittura semi alfabetica cuneiforme dell´impero persiano. Quindi, che ci fa una tavoletta con la scrittura sumera dentro una tomba precristiana?”

 Piera espresse i suoi pensieri ad alta voce.

“Diana, conosci qualcuno che studia questa lingua e potrebbe tradurre? Tu sei sempre in giro per il mondo per partecipare ai congressi”. Chiese Matthew.

Diana portò lo sguardo verso l’alto, non voleva chiamare Paolo, aveva avuto una discussione accesa l’ultima volta che si erano visti. Aveva promesso a se stessa di non avere più nulla a che fare con lui. L’aveva combinata grossa. Non gli perdonava di averle soffiato il lavoro alla rivista “Archeo”. Aveva scelto giornalismo come indirizzo, ma voleva conoscere anche l’archeologia, Piera Loy, sua zia, l’aveva iniziata alle gioie delle antichità sarde. E ora, all’età di 26 anni si ritrovava a mandare curriculum a tutti i giornali come reporter d’assalto per i misteri archeologici. Aveva avuto la possibilità di lavorare per Archeo, una rivista autorevole, ma Paolo, chissà come, le aveva soffiato il lavoro. Le aveva detto che lui aveva una marcia in più, e cioè la laurea in archeologia e un’altra in lingue antiche, non solo il biennio come lei, quindi le aveva consigliato di riprendere gli studi e laurearsi in archeologia.

“ Si lo conosco, ma non mi va di contattarlo”

“ E’ una persona di cui ci possiamo fidare?”

“Sì ma è odioso, anche se è il migliore nel campo”.

Matthew non poté fare a meno di commentare la spiegazione di Diana: “ Anch’io sono odioso, ma mi vuoi bene lo stesso! Fai uno sforzo, ti prego, chiamalo”

Diana gli mostrò un ringhio degno di un pitbull, e si chiuse in un silenzio ostinato.

“ Zia, a questo punto, lascia stare, per il capriccio della nostra “socia”, non possiamo andare avanti. Io non conosco nessuno e tu non puoi chiedere di nessuno, sempre che non voglia rischiare il lavoro.”

Diana si girò di scatto dicendo: “ Ok, va bene, ma ti do il numero di telefono e lo chiami tu. Siamo d’accordo?”

“ Mi rendi l’uomo più felice della terra, non è vero zia?”

Paola tirò un sospiro di sollievo vedendo che i ragazzi avevano raggiunto un accordo senza litigare. Annotò il numero del cellulare su un foglietto, salutò i nipoti e si diresse verso casa a pochi passi dalla Basilica di Bonaria.  Nel frattempo chiamò Roberto, suo marito. Gli raccontò in breve l’accaduto e del dialogo avuto con il rettore a proposito della scoperta. Roberto si lanciò in una serie di epiteti poco lusinghieri verso il rettore. Le chiese se avesse bisogno di lui. Sarebbe tornato in quel caso, e poi la salutò affettuosamente fissando un appuntamento telefonico per la sera.  Dopo venti minuti era arrivata a casa. Finalmente andò a dormire, era sveglia da ventidue ore e la stanchezza cominciava a farsi sentire. Una doccia e a letto, senza nemmeno mangiare un boccone. I suoni della strada attutiti dalle finestre semichiuse le fecero da ninna nanna e in breve si addormentò.

Erano le due del mattino passate da quindici minuti quando si svegliò di colpo. In dormiveglia pensò che magari la fame le stesse giocando un brutto tiro facendogli brontolare lo stomaco. Lo stomaco però non aveva rumore di passi. Scese dal letto e si avviò verso la cucina, guardinga e in allerta. All’improvviso una figura le sbatté contro facendola cadere e urtare la spalla contro il mobile del soggiorno. La figura in nero, incappucciata, si defilò dalla finestra, evidentemente da dove era entrata. Piera si rialzò spaventata e contusa, prese il cellulare e compose il numero dei carabinieri per denunciare l’effrazione.

I carabinieri arrivarono a tempo di record. Controllarono l’appartamento e dissero a Piera, di andare a fare denuncia l’indomani mattina in caserma e di portare con sé la lista degli oggetti mancanti. Andati via i carabinieri, Piera si guardò intorno e vide il soggiorno e lo studio annesso, completamente sottosopra. Mancava la borsa del computer portatile con dentro dei documenti, compresi i moduli rilasciati dai vigili del fuoco la mattina prima, dopo il sopralluogo alla Basilica di San Saturnino.

“La foto della tavoletta!!! era la dentro?”

Non ricordava, con quella confusione non sapeva se la foto l’avesse ancora Diana o l’aveva presa con sé per studiarla quella sera. Chiamò la ragazza, che con voce sonnolenta rispose che la foto era ancora sul tavolo in soggiorno. Alle spiegazioni di Piera, si risvegliò di colpo, e preoccupata chiese se poteva raggiungerla per farle compagnia.

“No grazie, resta pure a letto, non credo che avrò altre sorprese stanotte, anzi, stamattina, sono già le cinque.”

“No zia arrivo subito da te”.

Dicendo questo, stava già infilandosi la tuta e le scarpe per correre da lei. Prendendo la borsa, vide la foto della tavoletta, la arrotolò, la mise in un tubo da cianografia e se la mise sottobraccio.

Uscì da casa mentre albeggiava, la città si dipinse di un colore caldo e l’aria era fresca. Si sentiva la brezza del mare, a pochi passi dal porto la vita a quell’ora era frenetica e colorata. Arrivando in viale Bonaria rallentò la piccola corsa che aveva iniziato in via Roma trasformandola in un passo veloce e allungato. Le pulsazioni scesero e il respiro rallentò. Si fermò per fare un po’ di straching. Chinandosi per massaggiare il polpaccio vide con la coda dell’occhio un uomo in giacca e cravatta che correva verso di lei. Era in compagnia di un altro dall’aspetto non proprio raccomandabile. Un campanello d’allarme mise in guardia tutto il suo essere, non sapeva da cosa, ma era in allerta. Le pulsazioni ripresero a salire e con uno scatto da velocista riprese la corsa. Girandosi vide che i due avevano aumentato l’andatura e la seguivano.

 “ Avevo ragione!”

Con un balzo scese dal marciapiedi. Attraversò la strada rischiando di farsi investire e si diresse verso il bar dell’hotel Mediterraneo. A quell’ora in genere andavano a far colazione gli agenti della POLSTRADA che finivano il turno di notte. Infatti, non si era sbagliata:

nel bar c’erano tre agenti in divisa che prendevano il caffè.

Si avvicinò a loro e spiegò che due uomini la stavano seguendo dalla via Roma. Immediatamente si affacciarono nella piazzetta adiacente, videro appena i due uomini che salivano in un SUV partendo in tutta fretta. “Non si preoccupi signorina, può darsi che avevate lo stesso percorso, sono andati via”

Li ringraziò calorosamente e uscì dal bar.

Diana si avviò verso casa di Piera e dopo pochi minuti arrivò in via Milano. Suonò il campanello. La zia aprì quasi subito, era già pronta per uscire. Le raccontò ciò che era successo. Tutte e due preoccupate, andarono in caserma per denunciare l’effrazione di quella notte, raccontando anche l’avventura di Diana. Dopo varie rassicurazioni i carabinieri promisero di far di tutto per ritrovare i documenti trafugati la notte prima in casa di Piera. Uscendo dalla caserma, Piera, chiamò Paolo togliendo dagli impicci Matthew che aveva promesso a Diana di chiamarlo. Gli fissò un appuntamento per quella sera. Salendo su un taxi, prese una nota mentale di tutto ciò che dovevano fare per permettere a Paolo di tradurre la tavoletta.

Paolo, un ragazzo prodigio, all’età di soli ventidue anni aveva già conseguito la laurea in archeologia, iniziando poi il corso di letteratura antica e lingue morte. Laureato a pieni voti fu subito assunto dalla rivista Archeo per consulenze sugli articoli. Il lavoro d’ufficio però non soddisfaceva il suo bisogno di avventura e ogni estate si arruolava nell’esercito di ragazzi che scavavano, qua e la per il mondo, alla ricerca di antiche civiltà. Nella prima stagione di scavi dopo la laurea conosce Diana. Mentre stava per nascere una storia, Paolo aveva accettato il lavoro alla rivista Archeo. Aveva saputo poi che anche Diana era in lista per quel lavoro e aveva parlato troppo senza saperlo. L’aveva cercata, ma lei era già partita e non aveva potuto porre rimedio. Probabilmente le avrebbe ceduto il lavoro, pur di continuare a vederla.

3°capitolo

Quella sera si ritrovarono tutti riuniti in casa di Piera. Diana che guardava in cagnesco Paolo, che a sua volta abbassava lo sguardo evidentemente imbarazzato.  Piera e Matthew cercavano di smorzare l’atmosfera elettrica che si andava formando intorno ai due.

“Bene”, disse Piera sistemando la gigantografia sul tavolo del salotto.

Questa è la foto della tavoletta. All’università ci hanno impedito di portare alla luce alcune delle tombe presenti sotto la Basilica di San Saturnino. Con la foto fatta da Diana possiamo studiare il manufatto anche senza averlo qua. Potremo ottenere il permesso per continuare lo scavo dal ministero, scavalcando la burocrazia dell’università”

Paolo stava già osservando l’immagine

“Non l’avete pulita bene prima dello scatto”.

“Non credevo la sequestrassero. Scattavo foto solamente per documentare la scoperta” Rispose piccata Diana.

“Non intendevo criticare. Calmati, dicevo solo che è più complicato così” Diana finse di interessarsi a qualcosa d’altro per non rispondere. Rossa in volto, prese un taccuino e finse di scrivere qualcosa.

“Ecco questa che sembra una ragnatela, secondo me rappresenta una mappa. Qua, in questo punto, ecco vedete? Un fiume e un massiccio montuoso. Sembra la parte occidentale della Sardegna. Quella appena sopra l’iglesiente, ma non si vede bene, può essere ma può non essere.”

Paolo era assorto nell’esame di quella poteva essere una mappa o un’imperfezione della pietra. Decise, poi di passare alla traduzione dei caratteri incisi sulla tavoletta.

“Anche qua non è molto nitida”. Lanciò uno sguardo verso Diana aspettandosi un rimbrotto. “Comunque datemi un paio d’ore e cercherò di dare un significato a tutto questo.”

La sera passò con una lentezza esasperante. Tra un andirivieni dalla cucina al salotto di Piera. Caffè e the bancha scorrevano a fiumi. Meno male che le discussioni graffianti tra Diana e Paolo furono poche e in sordina. Verso le undici di notte, finalmente Paolo sollevò la testa dalla fotografia e spiegò cosa aveva trovato. Tradotto parzialmente, ma qualcosa l’aveva concretata.

“Avevo ragione, è una mappa e riporta al massiccio del Linas. Ma ha delle incongruenze, forse non è fedele a oggi, e c’è qualcosa che non quadra. I caratteri cuneiformi citano una zona ai piedi del Linas, ricca di minerali e di acqua. Si legge che una famiglia reale è a capo di una società progredita. Poi questo: Dal mare, verso il mezzo dell'intera isola, c'era una pianura. La più bella e la più fertile di tutte le pianure, e rispetto al centro sorgeva una montagna non molto alta...”.

“Infatti, sembra che ai piedi del presunto massiccio del Linas ci sia il mare, non la pianura del Campidano. Di che epoca stiamo parlando?>>

“Sei sicuro Paolo? Non è che hai fatto qualche piccolo errore?”

Intervenne Piera,

“No, no. Sicurissimo. Dice questo, e poi, guardate la mappa! Qua sotto c’è un’altra iscrizione. “ La miniera è il mezzo per la luce divina”… E ancora: la luce splende riflessa attraverso l’oricalco del gigante mandato dagli dei”

“Che cosa vorrebbe dire?” Chiese Diana.

“Ah, questo non lo so!”

La consapevolezza del fallimento, come una doccia ghiacciata, investì i partecipanti allo studio. Paolo si sentiva parte della loro sconfitta e voleva assolutamente trovare un modo per passare più tempo con Diana, per parlare, per spiegarsi. “La mappa fa riferimento a una zona dei boschi di Villacidro, dove c’erano le miniere d’estrazione di minerali dei nuragici. Andiamo a farci un weekend a Villacidro?”

 

4° capitolo

Inizia l’avventura

La giornata ventosa e umidiccia a causa dello scirocco li accolse appena fuori dall’auto. Risparmiati dall’aria condizionata che li aveva accompagnati per i quaranta minuti del tragitto Cagliari-Villacidro, l’impressione fu come se un muro d’acqua li avesse investiti bagnandoli fino all’osso. Il panorama era insolito quel pomeriggio d’ottobre. I colori degli alberi, il Monte Omo bruciato dai fuochi e dal sole svettava sopra di loro. Il sole faceva scintillare lo scisto. Sembrava che piangesse lacrime di solitudine.

 “Scisti cristallini e graniti rosati dominano l’intero paesaggio montuoso che si trova al centro di una ricca zona metallifera, ampiamente sfruttata dall’uomo sin dall’antichità, come testimoniano i resti di numerosi impianti minerari disseminati nella zona. Proprio uno di questi, Canale Serci, è la nostra meta.”

Disse Paolo.

“Secondo la mezza mappa, perché non l’avete pulita del tutto prima di fotografarla - incisa sulla tavoletta - la zona che dobbiamo cercare è qua”.

 Gli sguardi opachi e assenti, espressioni dovute al caldo umido di ottobre, di Diana e Matthew lo lasciarono senza parole. Piera continuò:

“Non siamo qui per cercare di capire che ci faceva una tavoletta del periodo nuragico in una tomba precristiana?”

Gli sguardi dei due diedero di nuovo segno di vita e sorrisero imbarazzati.

“Che c’è?” Ribatté Paolo

 “Stavamo pensando che è meglio pranzare e poi andare verso le montagne. Sia mai che ci si perda, meglio avere lo stomaco pieno!” Diana sembrava avesse perso il rancore verso Paolo.

 Con il solito entusiasmo prese la macchina fotografica e cercò qualche nuovo soggetto. Propose di passare da “Su Dominariu de Sarais” dove aveva passato momenti bellissimi con i nonni, nei suoi primi anni di vita. Diana figlia della sorella di Piera era stata cresciuta nella fattoria dei nonni paterni a Su Dominariu, insieme agli animali e agli ulivi millenari. Aveva sempre sentito un richiamo fin dentro l’anima per quella fattoria. Molte notti sognava di volare intorno ai meravigliosi cedri del Libano piantati nel lontano 1934. Di raccogliere il rosmarino e l’elicriso che cresceva solo li, in nessun’altra parte della zona. La mattina dopo questi sogni si svegliava rinvigorita, trovando la soluzione a problemi che l’assalivano durante il giorno.

 Diana sapeva che certe leggende parlano di località come Villacidro. Paesi che attirano i curiosi, magari perché sperano di vedere le streghe, o le fate. Luoghi che sono stati teatro di disgrazie e sono permeati di superstizioni. Uno di questi luoghi è proprio Villacidro, il paese, dove si trova “ Su Dominariu”. Un appezzamento dove si trovano i ruderi di una vecchia fattoria sulle rive di un invaso formato dalla diga sul Rio Leni a Villacidro. E Diana di questo, ne era assolutamente convinta. Tutti in paese la pensavano come lei, o quasi tutti, e avrebbe voluto approfondire queste leggende, ma arrivata all’adolescenza il suo interesse per la zona scemò in favore degli studi. Le mancavano molto i nonni e si sentiva legata a doppio filo a Su Dominariu ma la vita l’aveva portata lontano.

Più tardi, presa la via per Monti Mannu, Paolo prese a descrivere la zona:

“ Tracce di attività estrattiva risalenti al periodo nuragico sono state rinvenute nel 1873, si tratta di brevi e rudimentali gallerie con cumuli di materiale già scavato e di una notevole quantità di cassiterite. La struttura si trova in piena montagna, nel demanio di Monti Mannu. Ciò che in questo momento rimane della miniera è avvolto da una lussureggiante e ricca vegetazione. I Nuragici disponevano di almeno cinque miniere di stagno in giacimenti primari come i solfuri, e sotto forma di cassiterite. In particolare sfruttarono la miniera di "Canale Serci" di Villacidro, la più ricca d'Italia, dove ancora oggi ci sono stimate riserve che superano le centomila tonnellate.” “E il gigante dove sarebbe?” disse Diana di rimando. Infatti, nessuno capiva chi e dove fosse questo gigante.

Percorsero la strada che costeggiava il lago Leni, attraversarono il ponte che segnava i confini di Villascema con la strada de “Is campus de monti” e si ritrovarono a girare a sinistra verso “Su Dominariu”

Un ometto piccolo e magro li accolse, Diana volò tra le sue braccia. “Tziu Ladreddu” disse con entusiasmo. “Quanto tempo, ma sei sempre lo stesso, non invecchi mai!” L’ometto abbracciò la ragazza che in quel momento emozionante era tornata bambina. Ladreddu invito lei e i suoi amici ad accomodarsi nella veranda antistante alla costruzione. L’edera verdissima e la macchia mediterranea profumata li accolsero nei profumi intensi e avvolgenti. Si sedettero all’ombra di un ulivo millenario circondati dal profumo dell’elicriso “Montelinasarum” una specie di elicriso endemico della zona e dall’odoroso rosmarino delle siepi vicine.

Tziu Ladreddu servì il caffè e il famoso liquore Villacidro a base di zafferano.

“Allora bimba mia, che ci fai qua con questa bella gente?” domandò Ladreddu. Raccontarono in grandi linee che stavano andando a cercare nuraghi e tombe sul Linas, a Monti Mannu per una ricerca per il dottorato di Paolo. “Allora vi posso dare una mano, o meglio vi posso indicare alcune rovine, che altri non hanno ancora scoperto”. Vi disegno una mappa del sentiero, dovete portarvi sulla sommità che guarda la laveria di Canale Serci, poi proseguite con la mappa che vi darò.”

“Grazie Tziu Ladreddu come il solito sei prezioso. Con aria sognante Diana si lasciò andare alla memoria: “Ti ricordi delle favole che mi raccontavi, delle Janas che abitavano qua intorno? Io alla fine credevo anche di vederle e ci giocavo. Mi divertivo a raccogliere i fiori del rosmarino insieme con loro, inventare incantesimi e correre a perdifiato.”

“Forse non le hai sognate bimba mia”

Piera sorrise, l’ometto era l’unico guardiano de Su Dominariu. Da quando erano morti i nonni di Diana, la solitudine era diventata la sua compagna di vita, e vecchio com’era, doveva essere alle porte della senilità. A un certo punto delle chiacchiere, Diana ebbe un momento di assenza, le voci provenivano ovattate dal gruppo di fronte a lei. La sua vista si appannò e al posto della casa tanto amata apparve una nebbiolina bianca luminescente con il viso di Tziu Ladreddu. Le diceva che era il momento di essere se stessa e di non aver paura, lui le sarebbe stato vicino. In  quel momento un amore dimenticato tra le pieghe del tempo, la travolse, amore protezione, fede, sensazioni uniche provate solo nella sua infanzia e poi sparite. All’improvviso la conversazione degli amici con Ladreddu si fece più chiara e continuò come prima. Pensò di essere stanca, il caldo di quella mattina di ottobre non era normale per quella stagione, doveva averle fatto scendere la pressione. Con questa convinzione salutò Tziu Ladreddu congedandosi e promettendogli che sarebbe tornata a fargli visita presto.

Arrivarono a destinazione a Canale Serci, scesi dall’auto e chiesto il permesso di visitare la miniera agli agenti della caserma della forestale, si avviarono verso la costruzione semidistrutta. La miniera di Canale Serci fu chiusa nel 1947 perché il suo sfruttamento era ormai diventato antieconomico.

Della miniera rimanevano ancora numerose testimonianze di edifici e strutture. Un tempo usate come alloggi per i minatori, ora l'edificio della direzione, attualmente ristrutturato è stato adibito a uffici dell'Ente Foreste della Sardegna. Lì intorno erano visibili numerose gallerie e discariche che rendevano la zona molto pericolosa.

“L’edificio è pericolante, non entrare sarebbe la cosa migliore”, Intervenne Matthew,

“Gli agenti non erano tanto d’accordo, cerchiamo di rispettare i divieti”

“Sei un’Indiana Jones fallito”, lo schernì Paolo. In silenzio superarono l’edificio in rovina e avvistarono l’imbocco di un pozzo, ma non era accessibile per via di un cancello con lucchetto. Evidentemente messo lì allo scopo di tener fuori i curiosi.

“ E’ chiuso, aggiriamolo, magari vediamo qualcosa d’interessante, anche se sembra di cercare un ago in un pagliaio” Paolo aprì la mappa disegnata da Ladreddu e presero il sentiero contrassegnato che aggirava la galleria della miniera.

Il sentiero, agevole, costeggiato da lecci e da corbezzoli piegati dal vento si estese per circa 5/6 Km. All’improvviso si chiuse, deviandoli in un sentiero strettissimo battuto solo dalle capre e dai cervi.

“ Hei, guardate, rocce squadrate, possono essere resti di un nuraghe?”

“Si, credo di si”, disse Diana “sono le rovine disegnate nella mappa. Stiamo andando bene…”,

Nel momento in cui stava per aggiungere qualcos’altro, inciampò e cadde lunga distesa sopra un cespuglio di elicriso, profumando l’aria intorno a loro. Alzandosi mise un piede in fallo, la caduta la trascinò giù per un buco profondo almeno due metri. Per fortuna non era a picco, ma leggermente in discesa e la caduta non le procurò danni, ma solo un grande spavento. “Diana, ti sei fatta male? Aspetta che ti aiuto” disse Paolo, cercando di scivolare anche lui dentro quella voragine. “No, aspettate non ho bisogno d’aiuto. Venite, è una galleria della miniera.”

 

5° capitolo

Muniti di caschetto da minatore e buona volontà il gruppo scese dentro il pozzo. Percorsi alcune decine di metri, si accorsero che quello non era un pozzo minerario. Era una galleria scavata tempo prima, forse dai bracconieri per avere un riparo dalle intemperie e dagli occhi indiscreti delle guardie forestali. Infatti, all’interno c’erano resti di un bivacco non troppo lontano nel tempo.

“Usciamo e cerchiamo di fare il punto.”

La delusione di Piera frenò l’entusiasmo dei ragazzi.

All’improvviso il terreno franò sotto i piedi di Matthew e Paolo, trascinandoli verso il basso. La caduta non durò a lungo. Il pozzo era obliquo come quello precedente, ma più lungo.

Una colonia di pipistrelli sbatteva le ali intorno a lui, sibilando.

Poi Matthew, con voce roca e spezzata, gridò: «Oddio!»

Matthew percepì subito il movimento dei pipistrelli e abbassò la torcia, ma i pipistrelli disturbati scapparono con i caratteristici squittii. Timidamente puntò la luce sul soffitto illuminando anche Paolo che guardava stupefatto il soffitto.

Sulla sua testa campeggiavano un dipinto della volta celeste con i pianeti e la Via Lattea, a sinistra, solitario, un gigantesco toro rossiccio, lanciato al galoppo verso il fondo della caverna, con le zampe posteriori a terra e le anteriori nell’atto di rampare. Aveva la testa bassa, le corna protese con fare combattivo e le narici aperte.

Più avanti, su ambedue le pareti, c'erano cervi giganteschi, con palchi di corna grandi la metà del corpo, e con le teste dritte, gli occhi stravolti e le bocche aperte per bramire.

“Heiiiii ci siete? State bene?” Diana gridò, agitata e preoccupata per la sorte dei suoi amici. Piera, preoccupatissima, guardava il buco scuro da dove emergevano le voci lontanissime.

“Scendete, state attente si scivola. Non immaginerete mai cosa c’è quaggiù Mentre osservavano i dipinti rupestri arrivarono Diana e Piera unendosi alla loro meraviglia.

La grotta proseguiva in lunghezza, e il gruppo continuando l’esplorazione, incontrò altri disegni rupestri che raffiguravano una mappa ben nota: Posidonia, capitale di Atlantide secondo la descrizione fattane da Platone.

Il silenzio tra loro sembrava più pesante dell’aria, nessuno osava fiatare. All’improvviso un flash illuminò la caverna, si girarono tutti insieme verso Diana che diventò rossa come un peperone.

 “Che c’è? Devo fotografare, non posso lasciarmi sfuggire tutto questo”

“Non con il flash, aggiunse Paolo, usa il digitale, no?”

“Questi disegni, non credo siano recenti, ma nemmeno molto antichi, qualcuno ha pensato di escogitare una burla”

“No Paolo, guarda, il monte dietro Posidonia, sembra proprio il massiccio del Linas, ho paura a dirlo, ma sembra che abbiamo fatto una scoperta straordinaria”.

Matthew puntò la torcia verso il fondo della caverna che si apriva come una piazza, disturbando altri pipistrelli notando che la caverna diventava più alta. Sembrava una cupola geodetica, perfettamente tonda, o almeno quella era l’impressione. Al centro della grotta un laghetto circolare, immobile come uno specchio. L’acqua non si sentiva sciabordare, al centro una specie di manufatto, sembrava un altare, ma non ci si arrivava camminando, bisognava bagnarsi.

“D’accordo” intervenne Piera “Facciamo il punto della situazione. Venite qua, Matthew avvicinati, punta la torcia sulla foto della tavoletta. Da ora, e dico ORA, nessuno di noi deve fare un altro passo senza pensare alle conseguenze. Concordo con l’euforia della scoperta, ma non dimentichiamoci che siamo studiosi e non predatori di tombe o vandali!”

Matthew puntò la torcia sulla foto evidenziando la mappa antica da dove era partito tutto quanto. “Ecco, qua sembra che ci sia il mare come nel dipinto. Il tratto dei monti del dipinto e della tavoletta si somigliano. Sembra infatti, il massiccio del Linas, ma non possiamo esserne sicuri. Dobbiamo tornare dal rettore e convincerlo a fare un piano di scavi. Dopo la scoperta dei dipinti rupestri credo che non abbia nulla da obbiettare. “Nonostante il suo discorso responsabile, la stessa Piera non credeva una parola di quello che aveva appena affermato. Infatti, tutti la guardavano con incredulità e Paolo stava per aggiungere qualcosa, quando un rumore di un petardo e subito dopo un tonfo, li fece voltare. Corsero verso l’imbocco del tunnel giusto in tempo per vedere un polverone avanzare verso la grotta e investirli rendendoli bianchi come fantasmi.

“Che è successo” disse Diana. Matthew andò verso il tunnel da dove erano entrati e con un sonoro ” porca miseria”, decretò che era franata la volta della galleria. “Chiamo i vigili del fuoco, spero che ci sia campo” Paolo prese il cellulare e cercò di digitare il numero del pronto intervento. Il cellulare non dava segni di linea, erano sottoterra, circondati da rocce ferrose.

“E ora?” Diana stava cedendo al panico.

“Calmi, stiamo calmi e pensiamo: se c’erano i pipistrelli un’altra uscita ci deve pur essere”

“Hai ragione Paolo, cerchiamo di individuarla”

Voltarono le torce verso la volta, non c’era nemmeno l’ombra dei pipistrelli, erano volati via durante i primi cinque minuti della loro intrusione verso l’interno della grotta. “Dobbiamo aspettare che ritornino al tramonto, è quasi L’una. Aspettare ci può tornare utile. Cerchiamo di catalogare i dipinti, fotografarli e se siamo fortunati trovare altri reperti” Paolo, che era stato in diversi campi di scavo, non si perse d’animo e cercò di tenere occupato il resto del gruppo. Piera consigliò di risparmiare le batterie delle torce, e propose di mangiare un boccone, attingendo alle provviste che si erano portati dietro per l’escursione.

Seduti in cerchio, ripercorsero i fatti che li avevano condotti a quel punto, d’improvviso Diana si alzò e andò verso il laghetto. L’acqua limpida era affascinante, si vedeva il fondo ed era invitante, mise le mani a coppa, le immerse e bevve un sorso di quell’acqua cristallina. Gli amici la guardarono sorridere, fece una smorfia e disse:

“Buonissima!, è fresca al punto giusto, molto gradevole”

“Potrebbe essere inquinata da batteri e protozoi, non dimenticare che qua vive una colonia di pipistrelli!”

“No, è troppo limpida, poi non sembra stagnante deve essere alimentata da una sorgente sotterranea, venite, assaggiatela.”

Uno dopo l’altro s’inginocchiarono in riva al laghetto e bevvero l’acqua cristallina, riempiendone anche le borracce.  

Dopo la pausa si misero a catalogare i dipinti rupestri e a esplorare la grotta in lungo e in largo. Stavano aspettando il ritorno dei pipistrelli per individuare l’uscita, quando Diana li chiamo dal fondo della caverna, oltre il laghetto. Informò il gruppo che aveva trovato un altro tunnel. I compagni d’avventura arrivarono di corsa e si accalcarono davanti all’apertura nella roccia. Facendo pochi passi al suo interno, scoprirono che anche in quel tunnel c’erano dei dipinti. Questa volta raffiguranti navi e arcieri, pugilatori e dee madri. Altre figure non identificate, ritratte con colori vividi e così ben conservate da sembrare dipinti il giorno prima. Un panorama con la montagna alle spalle di una città costruita al centro di tre cerchi concentrici separati da canali che erano alimentati da un mare non riconoscibile. Le costellazioni di Orione e dell’Orsa Maggiore separati da una ziggurat con una V verso la ziggurat e sulla sommità, nella parte larga, una piccola costellazione sconosciuta. Stupiti da quei disegni e cominciando a credere che di li a poco la storia della Sardegna sarebbe stata riscritta, proseguirono in silenzio, ammirando i disegni così precisi e colorati che sembravano prendere vita intorno a loro.

 

6° capitolo

Mentre il gruppo si avventurava nelle viscere della terra, in città, e precisamente all’università, c’era chi tramava contro: Un individuo in giacca e cravatta con scarpe di Armani e ventiquattrore Samnsonite, conversava in un salottino privato all’interno di una biblioteca che annoverava tra i suoi libri, edizioni di un valore inestimabile. Il suo interlocutore sembrava un cane bastonato che implorava perdono al padrone.

“Non ha fatto abbastanza Puxeddu. E soprattutto l’ha fatto in modo approssimativo, doveva fermarli!”

“Lo so…” Replicò il rettore

“Credevo che dopo la lavata di capo, Piera Loy si fosse rassegnata”

“I suoi uomini hanno fallito, dopo che mi aveva assicurato che il problema è stato risolto alla radice. Ora ci penso io, ma non intendo altre interferenze in questa faccenda”

“Si, si, le assicuro che non ci saranno più problemi”

”Me lo auguro per lei!”.

Intanto nella grotta a Monti Mannu, le ore passavano e il gruppo continuò incessante l’esplorazione delle caverne che sembravano moltiplicarsi. A un certo punto, Piera fermò gli amici, li incitò ad ascoltare. Si sentiva un fruscio, sembrava vento tra gli alberi, acqua, oppure… Matthew pregò che fossero vicini all’uscita, spaventato dalla prospettiva di rimanere sepolto vivo.

“Una luce, mi sembra di vedere una luce. Spegnete le torce, così vediamo da dove arriva, e se è una luce” Esclamò Paolo. Spensero le torce e una volta abituati all’oscurità distinsero una luminosità in fondo alla grotta che stavano esaminando. Presero gli zaini, il materiale raccolto e si avviarono verso la luce. In pochi minuti raggiunsero un pertugio che dava in superficie, filtrava luce e il rumore di acqua, sembrava un ruscello, anche se da lì non si capiva bene. Si arrampicarono fino a raggiungerlo, attraverso rocce probabilmente franate in altri tempi. “Finalmente usciamo da questo buco, ma non facciamo l’errore della scoperta della Basilica però…”

La frase gli morì sulle labbra. Matthew rimase con la bocca aperta, ammutolito dallo spettacolo che gli si parò di fronte agli occhi: erano arrivati sulla cima di una montagna dove i resti di un nuraghe ben conservato li accolse. Il panorama a perdita d’occhio della valle del Cixerri dimostrava che avevano camminato almeno una decina di chilometri sottoterra. La zona era quella, ma non combaciava con il nuraghe. In quella posizione sarebbe dovuto esserci il tempio punico, non il nuraghe. E nemmeno una sorgente con relativo ruscello. “Dove siamo finiti? Riconosco la zona, ma i punti di riferimento sono cambiati” Diana fu la prima a dare voce ai dubbi di tutto il gruppo.

 “Non importa, ci penseremo dopo” disse

“Scendiamo,la strada è laggiù, sta facendo sera, poi vedremo di raccapezzarci con i punti di riferimento”

Paolo fu il primo a scendere dalla collinetta dove si trovava il nuraghe, seguito uno dopo l’altro dai compagni d’avventura. Pensieroso non bado a ciò che Diana, invece vide sulla destra del sentiero costeggiato dal rocciaio “Fermi, guardate qua, sembrano anelli di ferro” anelli di ferro con il diametro di circa quaranta cm erano murati alla parete di roccia, gli stessi anelli che servivano a tenere ancorate le barche nei porti fenici. “Non ci siamo, qua ci sono troppe cose che non combaciano. Il nuraghe al posto del tempio punico, anelli che non ho mai visto, eppure sono stato molte volte qua” Paolo era confuso, gli altri si guardavano attorno e intanto la sera scendeva sulle montagne e sulle loro domande!

“Fa buio” Intervenne Matthew, “torniamo nella grotta, almeno saremo al riparo dal freddo”. Il gruppo fu d’accordo, anche se non erano entusiasti della scelta, ma era la migliore delle opzioni che potevano scegliere. Non avevano cibo, ma almeno l’acqua c’era. Quella stessa acqua che, ipotizzò Piera tra se, poteva essere la causa della visione artefatta del panorama. Comunque dovevano aspettare fino all’alba del giorno dopo. Sarebbero scesi fino a trovare un po’ di campo nei cellulari e avrebbero chiesto soccorso. Si sedettero in cerchio con gli zaini sulle spalle per proteggersi dall’umidità della notte e tirarono le somme il che li portò ad avere le idee ancora più confuse. Chiacchierando con entusiasmo e con paura ripercorsero la loro avventura e le loro scoperte. Il sonno si fece sentire dopo un paio d’ore e cercarono di dormire poggiati l’uno all’altra. Paolo e Diana sotterrarono l’ascia di guerra e chiacchierarono ancora un po’ mentre gli altri sembravano già nel mondo dei sogni. Diana a un certo punto diventò rossa d’imbarazzo e disse che aveva bisogno del bagno, e si allontanò verso l’interno della grotta. Pochi secondi dopo si sentì un urlo che svegliò il gruppo dal sonno appena arrivato. Paolo fu il primo che arrivò da Diana, che tenendosi la testa, controllava un bernoccolo provocato dall’urto dello spuntone di roccia. Fissava un incavo nella parete che conteneva una scatola di pietra lunga circa un metro e largo cinquanta cm. Il coperchio di pietra messo di traverso faceva intravedere un teschio umano circondato da modelli di barche nuragiche, bronzetti raffiguranti la dea madre, e una miniatura di un gigante simile a quelli di Monte Prama, alto circa venti cm. Tutti puntarono le torce verso l’incavo, stupiti dal ritrovamento. Matthew prese il coperchio e lo posò per terra, chiese a Paolo di aiutarlo a tirar fuori il sarcofago. Lo tirarono fuori con cautela anche perché era molto pesante, appena posato sul pavimento la parete di roccia che lo conteneva, si incrinò visibilmente franando su se stessa facendoli arretrare appena in tempo per non essere travolti. La grotta si riempì di polvere, e si senti la voce di Diana che li rimproverava dicendo che non erano ragazzini. Avrebbero dovuto accertarsi della solidità della roccia prima di compiere qualche atto pericoloso. Si lamentò di non aver scattato nessuna foto prima del crollo e che ora era tutto andato. La polvere si diradò tra lamentele di Diana e “State tutti bene?” da parte dei componenti del gruppo.

“Guardate!!!” Piera puntò il dito verso la roccia crollata rivelando una parete levigata con venature di quarzo e oro. Lo stupore della scoperta fece calare il silenzio tra i quattro esploratori che si avvicinarono all’inaspettata formazione rocciosa. Avvicinandosi sentirono un fischio sordo, come quando si entra in una camera pressurizzata. La parete si mosse, percorsa da onde concentriche che partivano dal centro. Sparirono lentamente facendo intravedere un corridoio di pietra nera lucida. Entrarono, come ipnotizzati dentro quel corridoio. All’improvviso il corridoio sparì lasciando il posto a una piazza con al centro una statua su un piedistallo. Un gigante, uguale a quelli di Monte Prama, ma con dei dischi dorati al posto degli occhi cerchiati. Paolo puntò la torcia sugli occhi che luccicavano

“L’oricalco del gigante”, disse, cadendo in ginocchio sopraffatto dall’emozione. La luce della torcia del casco da minatore riflessa sugli occhi del gigante fece scattare un meccanismo all’interno del piedistallo. Si senti chiaramente un altro fischio, questa volta meno intenso e tante piccole luci uscirono da sotto i piedi della statua. Queste formarono una serie d’immagini che muovendosi come fotogrammi di un film cominciarono una descrizione di un popolo scomparso da millenni.

Vista dall'alto, sembrava quasi una moneta poggiata in un pezzo di mare. Era un'isola quasi interamente ricoperta di verde, alle spalle la montagna, al centro una costruzione che ricordava una piramide quadrata, con la punta mozza. Foreste, prati, e canali che la circondavano ad anelli. Era la Mitica Atlantide di Platone descritta nel Krizia. Nei prati piccole costruzioni adiacenti ai porti, dove navi per il commercio erano attraccate, torri che erano somiglianti ai nuraghi, con il tetto a tolos, ai lati di ogni ponte che attraversava i canali per andare verso la costruzione centrale. Figure che si muovevano indaffarate. La montagna alle spalle era ricca di boschi e di acqua punteggiata da nuraghi collegati con piccole mulattiere. Il punto di vista dell’inquadratura scendeva, trascinando con sé il gruppo ammutolito, come se loro stessi fossero parte della scena. Riprendendo le faccende degli abitanti di quest’isola, fino al centro, entrando nella grande costruzione di scisto nero. A sinistra e a destra delle mura c’erano delle vetture, sembravano auto, ma più slanciate, somigliavano a piccoli aerei argentei senza ruote e senza ali. L’ologramma li portò direttamente in una sala, dove dodici giganti seduti in cerchio parlavano una lingua misteriosa, le espressioni simili alle statue di Monte Prama, sembravano preoccupati. Al centro dell’assemblea un altare, con un cristallo gigantesco, che ruotava lentamente su se stesso. I giganti tolsero la lingua di fuori incrociarono le braccia al petto e intorno all’assemblea si levò una nebbia sottilissima e subito dopo un enorme disco grande quanto la sala sollevò il conclave, il cristallo sprofondò e tutto quanto sparì come se non fosse mai esistito. Un rombo li fece tremare ma subito compresero che era parte dell’ologramma. La ripresa era di nuovo in alto, si scorgeva in lontananza da sud, un’onda enorme, sembrava alta più di duecento metri, i piccoli veicoli intravisti nel cortile dell’edificio centrale presero il volo. Le figure che si davano da fare intorno al porto scapparono in tutte le direzioni. Ma non c’era più nulla da fare, l’onda stava arrivando. In una manciata di secondi quel mondo così lontano sparì di colpo, lasciando una distesa d’acqua punteggiata da relitti.

L’ologramma si ritirò lasciando una traccia di nebbia luminosa e un’emozione palpabile.

“Abbiamo visto tutti?” Paolo fu il primo a riprendersi dall’evento.

“E’ incredibile, dobbiamo uscire subito da qui per chiamare l’università, i media, le autorità, non si può lasciare nascosta questa meraviglia…”

Diana non smetteva di parlare e Piera ancora scossa, pensò che gli incidenti, la reazione del rettore e altri piccoli segnali, prendessero un diverso aspetto dopo quello che avevano visto.

“Calmi ragazzi, Diana, fai delle foto e poi nascondi la memory card, mettine un’altra nella macchina. Cercate di nascondere gli appunti e la catalogazione dei reperti che abbiamo visto. Matthew e Paolo cercate il modo di farci tornare al più presto a casa. Mi raccomando, non fatene parola con nessuno”

Finito di dare le direttive, Piera recuperò le sue cose e le mise nello zaino, tolse la borraccia e ne bevve un sorso. Per prima prese il tunnel per il rientro seguita da Diana, Matthew e Paolo in coda. A metà tunnel Paolo, si accorse di aver lasciato la borraccia per terra vicino al gigante e corse indietro per riprenderla. La borraccia era a due passi dal piedistallo, il gigante lo guardava fisso con quegli occhi d’oro. S’inchinò per riprendere la borraccia e qualcosa gli cadde in testa, era un cerchio d’oro, il gigante aveva perso il suo occhio luminoso. Fece per chiamare i suoi amici, ma decise di mettersi in tasca il cerchietto di metallo, pensò che comunque il gigante ne avesse un altro, e quello “preso in prestito”, gli poteva servire per datare la fusione del metallo. Tornò indietro di corsa, raggiunse i suoi amici che in quel momento stavano scavalcando le rocce franate. Appena fuori dalla frana si girarono e videro la parete di roccia che con le sue onde concentriche si richiuse lasciando una parete di roccia liscia. Non si poteva certo immaginare che ci fosse un’apertura verso un mondo incredibile.

Le ore che seguirono furono concitate e piene di domande senza risposta, di preoccupazioni e di esaltazione. Uscirono finalmente dalle grotte, che l’alba si stava affacciando all’orizzonte. Impolverati, sporchi e affamati ripresero la discesa verso il paese guardando continuamente la linea del cellulare per poter chiamare finalmente i soccorsi. Diana si accorse che l’ambiente era cambiato, non sapeva dire come, ma era cambiato. A un certo punto Paolo si accorse di qualcosa e disse “ Ecco, questo è il tempio punico che conoscevo, qualche ora fa c’era un nuraghe, credo che stanotte sia avvenuto qualcosa che non riusciremo a spiegare fino in fondo, anche questo ci voleva ora!”

Mentre Piera pensava di aver avuto ragione, una risata liberatoria, alle parole di Paolo, esplose nel gruppo

La risata comune alleviò lo stress e decisero che avrebbero ripreso il discorso di quello che era avvenuto, appena si fossero riposati e mangiato qualcosa.

Presero il sentiero del ritorno, che dalle tombe di Matzannì portava alla strada di Gariazzo e da lì a “Su Dominariu”.

 

7° capitolo

Il rettore dell’università di Cagliari era a colloquio con il sindaco, quando il suo telefono trillò: “Pronto? Si sono io, …. Senta Dottoressa Loy, le avevo detto di non proseguire con … Come? Ora dove siete? Sì, ho capito…no vado io da lei, mi aspetti là”

Chiuse il cellulare e digitò un altro numero. “Buonasera, ci sono dei problemi…si lo avevo detto, ma risolvo tutto io….si ne sono consapevole….Sto andando a prenderli a Villacidro, si sono fermati là, sono scesi a piedi dalla montagna… Sì, gli porterò via tutto, e sarà come se non fosse mai successo. Le comunicherò il risultato tra poche ore”

Piera mise giù il telefono, guardò gli altri e pensò che forse stesse facendo un grande errore. Avvisare il rettore solo dopo aver parlato con il suo avvocato, la faceva sentire paranoica, ma il ricordo dei fatti successi qualche giorno prima non la abbandonava e voleva sentirsi sicura almeno un po’. Aveva ricordato ai suoi compagni d’avventura di nascondere il materiale portato giù dalle grotte, e aveva ripassato con loro le ventiquattro ore precedenti mentre mangiavano un panino seduti in compagnia di Tziu Ladreddu. I ragazzi avevano annuito rassicurandola. Diana conoscendo più che bene la casa, aveva deciso di ricorrere al suo nascondiglio preferito, dove lasciava i messaggi alle sue amiche Janas. Entrò nel salone padronale si avvicinò al caminetto con le colonnine ai fianchi, appena dietro la colonnina di sinistra c’era un mattoncino rettangolare che spostandosi rivelava un vano abbastanza grande da farci stare una scatola di circa 10 cm quadri, nascose lì la memory card della sua reflex. Tornando nella veranda, vide i suoi amici uscire dalle stalle, e tornare al tavolo.

Il rettore arrivò con un Suv passo lungo e li fece salire in auto. Mentre li accompagnava alla caserma della forestale per riprendere l’auto pretese una spiegazione immediata. Piera prese la parola e spiegò l’avventura fin nei dettagli, ottenendo una lunga risata di scherno e un “non ci credo” a volume troppo alto!

“Avete delle prove? Sa, prima di arrivare sulla montagna, spendere risorse e tempo, vorrei qualche prova”.

 “Certamente, ma non qua” rispose Piera. A quel punto il rettore mise in moto promettendo un licenziamento in tronco alla Dottoressa e probabilmente anche una denuncia per gli altri, per cosa ci avrebbe pensato in seguito, a suo dire non voleva essere preso in giro da quattro scalmanati.

“Le prove le faremo presenti tra qualche giorno, non tema. La sua arroganza ha portato l’archeologia sarda agli ultimi posti in Italia, se ne pentirà di aver detto questo” E con l’atmosfera da omicidio, il gruppo viaggiò verso Monti Mannu.

Il giorno dopo nel pomeriggio Paolo e Diana andarono a Villacidro, a trovare Tziu Ladreddu.

 Ladreddu li informo che nella notte c’era stato un incendio che aveva coinvolto le stalle. Diana andò di corsa a cercare la sua memory card, nel camino del grande salone, scoprendo che il suo tesoro non aveva subito nessun danno.

Intanto a Cagliari:

Il rettore offrì il caffè al suo ospite seduto in poltrona. “Dott. Puxeddu ha rimediato ai suoi errori, mi congratulo”

 “Per fortuna sono venuto a sapere, dove avevano nascosto i reperti e ho mandato a ritirarli. Questa notte anche la questione grotte sarà risolta, sarà bonificato tutto quanto, cercheremo anche altri ingressi facili da scoprire e li chiuderemo”

La nostra confraternita è estesa a tutto il pianeta, lei lo sa bene, ma la Sardegna è il centro della nostra cultura. I nostri avi devono riposare in pace, non si può turbarli con degli scavi per cercare qualche bronzetto”

 “Non si preoccupi Dott. Melkart, abbiamo tutto sotto controllo, gli abitanti della terra devono restare all’oscuro della nostra presenza. Solo alcuni possono accedere alla conoscenza”.

Paolo era costernato, Piera era disperata, Diana non aveva ancora rivelato che la sua parte di prove era illesa “Piera, non è ancora detta l’ultima parola, torniamo alle grotte, ormai sappiamo da dove si può entrare, rifaremo tutto” Paolo cercò di rincuorarla, ma sembrava non riuscirci.

“Domani andremo alle grotte, più attrezzati e la sera stessa saremo pronti per l’appuntamento con il rettore. ”Va bene, ma non sono sicura che potremo rifare tutto, ho la vaga impressione che i fatti accaduti non siano coincidenze, ma il piano di qualcuno che non vuole portare alla luce questa scoperta”

Il giorno successivo di buon mattino, armati di zaini contenenti macchina fotografica, blocchi da disegno e computer palmari, salirono in auto e arrivarono alle tombe di Matzannì. Le superarono, parcheggiando. Scesero dall’auto e si misero in cammino. Dopo venti minuti arrivarono nel punto in cui la mattina precedente erano usciti dalla grotta. Non trovarono l’accesso, ma una frana che scendeva dalla collina sovrastante formando cumuli di detriti che superavano in altezza gli alberi vicini. Lo sconforto li prese costringendoli a sedere, Diana pianse in silenzio, Paolo diede un pugno contro un moncone d’albero, Matthew non riuscì a dire nulla e Piera non seppe dire altro che. “ Mi devo cercare un altro lavoro”.

Mestamente ridiscesero la montagna e arrivarono in città, nessuno disse nulla, ognuno fece ritorno a casa propria. Paolo entrò in casa sbattendo la porta imprecando fra se. Entrò in bagno e vide gli abiti del giorno prima per terra, si era spogliato distrattamente per farsi la doccia e non aveva messo i jeans a lavare, li raccolse e senti un tintinnio per terra, pensò fossero le chiavi dell’armadietto della palestra, si chinò per cercarle e vide una cosa che non avrebbe mai sperato di vedere: l’occhio del gigante!!!

Quella notte Diana sognò di volare sulla fattoria della sua infanzia, volava con le Janas, sue amiche da sempre. Vide Tziu Ladreddu che le sorrideva e le carezzava il viso, la nonna morta da tempo le offriva un rametto di rosmarino, la luna piena l’accompagnava carezzandole dolcemente i capelli, lei bagnava il rosmarino nel Rio Leni e si trasformava in tante piccole luci. Sognò Posidonia, la flotta degli Shardana, che miracolosamente scampò al maremoto approdando sulle cime del monte Arci.

Si svegliò più lucida del giorno prima con una nuova consapevolezza. Le radici della Sardegna sarebbero state rivelate, la storia deve essere riscritta, non si sarebbe fermata fino a che il mondo non avesse conosciuto la verità.

In un altro tempo e in un altro luogo, intanto…

“Tziu Ladreddu non è andata come volevamo, Diana non è passata oltre”

“Calmo Melkart, sei un’anima giovane, quando arriverai alla mia età, saprai che non c’è, né un inizio né una fine, e le cose si sistemano sempre, in un modo o nell’altro. I fatti della vita insegnano, anche se al momento sembra non andare come vorremo. Il risultato ci premierà”.

In quel momento Piera aspettava nell’anticamera del rettore. L’appuntamento per il colloquio era mezzora prima, la stava facendo aspettare per punirla. Pensare che il rettore fosse un sadico, la aiutava a non commiserarsi per il fallimento della loro avventura, si sentiva responsabile. Non riusciva a darsi pace, continuava a chiedersi come avevano fatto a saper dove erano nascosti gli zaini con le loro prove.

… Dottoressa, prego. La voce della segretaria del rettore la riscosse dai suoi pensieri, si alzò e si diresse verso l’ufficio del Dott. Puxeddu. Un tappeto persiano messo a bella posta prima della porta decise di fare una piega proprio in quel momento facendola inciampare. Atterrò sopra un divanetto messo di fianco alla scrivania della segretaria. Il ginocchio si mise di traverso, non seguì il resto della gamba, e toccando terra si ruppe, facendo uscire un urlo di dolore dalla bocca di Piera e facendola svenire dal dolore. I minuti seguenti si alternarono a lucidità mista a fitte lancinanti, i paramedici dell’ambulanza, la barella, la faccia corrucciata e seccata del rettore e il viso spaventato della segretaria. In ambulanza si riprese del tutto, le dissero che aveva la rotula fratturata e i legamenti rotti, aveva battuto anche la testa nella caduta. Il rettore si era preoccupato che non lo denunciasse per non esserci sicurezza nel suo studio. Non si era per nulla preoccupato del suo stato di salute, le dissero i paramedici. Un paio d’ore dopo era sul letto dell’ospedale, chiese un telefono per avvisare Diana e Matthew, e aspettò che i nipoti arrivassero.

“Zia, come stai, al telefono mi hai fatto preoccupare, cos’è successo?”. Diana al solito era melodrammatica e iniziò a piangere. La ragazza era emotiva in tutto, anche nella gioia ma questa sua caratteristica attirava la simpatia di tutti, trasudava fascino da tutti i pori.

Piera spiegò che era successo. A metà racconto arrivò anche Matthew che la abbracciò forte e le tenne la mano fino alla fine del racconto.

“Ragazzi, vi lascio il testimone. Credo che il rettore non proporrà il mio licenziamento, avrà paura che gli chieda il conto della caduta”.

Risero a quel discorso. Proposero di coinvolgere anche Paolo nella seconda ricerca, e Piera acconsentì. Le raccomandazioni non finivano mai: Piera fece una lista orale delle cose che potevano o non potevano fare, durante la nuova ricerca della grotta. Alla fine si congedarono e fissarono un appuntamento telefonico con la zia nelle ore successive.

Diana chiamò Paolo, gli rispose la segreteria e gli comunicò che Piera si era fatta molto male. Paolo che era sotto la doccia in quel momento, ascoltò il messaggio e si precipitò a casa di Diana. Lei era già in pigiama, aprì la porta e fu quasi travolta dall’irruenza di Paolo. “Ma che fai? Sei sempre il solito, calmati e ascoltami. Piera non è in pericolo, è solo caduta nell’ufficio del rettore e ha lasciato a noi il compito di trovare un altro ingresso alle grotte, in silenzio, senza dire nulla a chicchessia.”

“Devo dirti una cosa, ricordi il gigante con gli occhi d’oro? Quando sono rientrato a prendere la borraccia, un occhio del gigante mi è caduto in testa, mi sono ricordato di averlo solo il giorno dopo, l’ho mandato a Verona da un mio amico per analizzarlo e farlo datare.” Diana lo guardò con un misto di approvazione e di rimprovero. Stava per dire qualcosa, ma annui e gli diede una pacca sulla spalla, lasciando cadere l’argomento per concentrarsi su come avrebbero intrapreso l’escursione a Monti Mannu.

I ragazzi si misero d’accordo per andare il giorno dopo a Villacidro, le ricerche sarebbero cominciate nello stesso punto in cui era caduta Diana la prima volta, alla miniera di Canale Serci.  E sarebbero proseguite fino a trovare un altro ingresso alle grotte.

 

8° capitolo

 

Diana vestiva come gli altri: una tuta mimetica comprata ai magazzini militari di via Baylle a Cagliari, con scarponcini da trekking, e zaino sulle spalle. La tenuta non la rendeva goffa e sgraziata, ma esaltava il fisico atletico e la sua determinazione. Matthew e Paolo la guardavano parlare e discutere delle grotte o dei giganti, scattare qualche foto. Si rendevano conto che Diana era cambiata, non avrebbero saputo dire, come o perché, però era cambiata. Oltrepassata la miniera, s’inoltrarono nella macchia, come alcuni giorni prima, e riconobbero l’ingresso della prima galleria. Era crollata, sembrava avessero scaricato dentro un tir di pietrame, era evidente che la causa non fosse naturale. Proseguirono guardando la piccola mappa di Ladreddu. Arrivarono a un grande albero di fillirea poggiato a una parete rocciosa a strapiombo, un capello di roccia sovrastava quel monumento di pietra. Nella mappa c’era scritto “ cappello delle fate” sorrisero per la fantasia di Ladreddu, e cominciarono a cercare l’ingresso del tunnel dietro la Fillirea, che doveva essere nascosto da una roccia rossa di forma ovale. La roccia ferrosa stava tra la parete a strapiombo e un ruscello. Questi formava un gomito e proseguendo cadeva per circa due metri, formando una piccola cascatella. “Ecco il punto deve essere quello, dove si forma la cascatella. Matthew, Paolo, abbiamo finito la pausa, andiamo”

Diana, determinata a trovare un ingresso si slanciò verso le rocce che costeggiavano il corso d’acqua, scese fino a bagnarsi le scarpe e lo vide. Un cespuglio di elicriso enorme, che lasciava intravedere un’apertura nel terreno, sembrava angusto. Avvicinandosi, vide che c’era lo spazio per passare una persona, ma dovevano strisciare, non si poteva neppure passare carponi, dovevano strisciare come vermi. “Sicuri che non sia la tana di qualche animale? Non vorrei essere cacciato dal proprietario arrabbiato, a suon di morsi”. Esclamò Matthew. Risero alla battuta, e uno dopo l’altro con gli zaini davanti a loro, strisciarono dentro il pertugio che andava allargandosi dopo pochi metri diventando un corridoio dove si poteva camminare chini. Dopo una decina di metri il corridoio diventò una galleria a tutti gli effetti. La bussola non funzionava erano circondati da rocce ferrose, allora seguirono la galleria, comunque non c’era altro da fare. Dopo circa quindici minuti incontrarono un bivio, allora si misero il problema su dove andare. Dovevano trovare la grande grotta, quella, dove c’era il laghetto. Diana prese la borraccia, verso un po’ di acqua nelle rocce che formavano il pavimento della galleria e osservò che direzione prendeva. Paolo sorrise soddisfatto, e disse che il sistema era ottimo, dovevano scendere per poter raggiungere il laghetto.

Nell’ora che seguì, i ragazzi, s’interrogarono sul mistero del gigante e sulle strane coincidenze, che avevano provocato i vari incidenti di cui erano stati vittime. Non avevano ancora trovato le risposte, quando un nuovo bivio li sorprese, ma in fondo all’altra galleria videro il laghetto. Rincuorati, attinsero ancora a quell’acqua buonissima, si riposarono dieci minuti e ripreso il cammino cercando di non dirigere il fascio di luce delle torce sugli abitanti della grotta che rumoreggiavano al loro passaggio, evidentemente disturbati. Arrivarono dove la volta precedente Diana scoprì l’incavo nella parete rocciosa contenente la scatola di pietra e la frana provocata dalla loro imprudenza. Si avvicinò e un fischio fino allora in sordina aumentò d’intensità. Le orecchie si otturarono, era evidente il cambio di pressione. Assistettero nuovamente al miracolo, la roccia sembrò disciogliersi, trasformarsi in un lago verticale. Un cerchio partì dal centro, ne seguirono altri, come quando si butta una pietra in uno stagno. I ragazzi si affrettarono a passare l’uscio e proseguire nella galleria di pietra nera, lucida, sembrava un tubo, era perfetta.

Eccola, apparve come un miraggio, la statua del gigante, senza un occhio, Diana guardò prima la statua e poi Paolo con un sorriso di complicità. Si avvicinarono e Matthew fece un giro intorno alla statua, sollevo lo sguardo e lanciò un’esclamazione di sorpresa e meraviglia. La volta di quella grotta circolare era dipinta, precedentemente non erano state notate. Erano rappresentate le costellazioni, la Via Lattea, i pianeti del nostro sistema solare, il sole, tutto dipinto con colori vividi e sgargianti. Sembravano luminosi, come le stelline che si mettono nelle camerette dei bambini. Stavano naso all’insù ammirando il dipinto, quando Diana si rese conto che c’era qualcosa che non andava. “Guardate: mercurio, venere, terra, marte, giove, saturno, urano e nettuno! Otto!  Nove con Plutone. E quello? Quello è un pianeta, è più grande della terra, sta al limite del sistema solare, lontano dal sole.”

 “Quel pianeta non esiste nei nostri libri” fece eco Matthew. “Questi esseri che hanno tutta la tecnologia per costruire un ologramma, e tutti gli aggeggi che abbiamo visto fin’ora non sono terreni. Sono extraterrestri, almeno credo. Anche la presenza di un altro pianeta nel nostro sistema solare dipinto in bella mostra lo dimostra.” Matthew, appassionato di X files prese la palla al balzo per interpretare la situazione. “Paolo, punta la torcia nell’occhio sano del gigante” disse Diana. Appena il fascio luminoso si rifletté sul dischetto d’oro, da sotto i piedi del gigante uscirono fiotti di pixel che radunandosi dettero vita a un ologramma. Spandendosi in tutta la grotta a volta, li trasportò dentro la metropoli e videro ancora Posidonia, la città di Atlantide, il mito di tutti i tempi. Si trovarono al centro della fortezza reale, i velivoli intravisti la prima volta erano parcheggiati vicino alle mura, girandosi videro i nuraghi a guardia dei ponti. Persone affaccendate nella pesca, donne con pettorali da guerra e spade al fianco, cavalli con aratri che aravano i campi lontani. Frutteti di limoni, arance e cedri che profumavano l’aria. Si stupirono dei profumi, sembrava proprio di stare dentro la città. Avanzarono, o forse era l’ologramma che si spostava verso la reggia. Entrarono in stanze enormi con le volte dipinte e arrivarono nella sala dei giganti. In cerchio attorno al piedistallo con il cristallo che roteava su se stesso, i giganti conversavano tra loro. A un certo punto si voltarono verso di loro “Impossibile” pensò Paolo….I giganti iniziarono a comunicare con loro.

Parlarono contemporaneamente, e la cosa strabiliante, era che i ragazzi capivano. L’assembla dei giganti parlò e disse: “Benvenuti. Siamo i figli di Tiamat, il popolo Heloim. Il nostro mondo fu distrutto dal pianeta errante Nibiru. La nostra stirpe era sulla terra da millenni prima dell’antica catastrofe cosmica. Siamo guidati da uno Yahweh il nostro spirito guida. La catastrofe ha generato la grande onda, distruggendo la nostra città, ma non il nostro popolo. Tra voi vivono i nostri figli, ambasciatori di pace, molti ignorano la loro natura. Vi trovate nel centro dell’area sacra che comprende la montagna e la pianura circostante. Esistono porte che si aprono solo ai senzienti, alcuni “semplici” notano la nostra presenza, scambiandoci per fate, o streghe, i bambini per esempio, o gli animali. “I risvegliati” sono guaritori e mediatori per l’altra dimensione, un mondo parallelo al vostro, quello in cui siamo ora.

Abbiamo vissuto qui sulla terra per molti eoni, nell’ultima era vi abbiamo insegnato l’agricoltura, l’allevamento, la filosofia, lo spirito. Abbiamo costruito per voi, vi abbiamo insegnato alcune pratiche dell’anima che avete dimenticato. Ci sono alcuni di voi che hanno ereditato un nostro dono, che è stato trasmesso tramite geni da una generazione all’altra. Non vi rendete conto della vostra natura, siete “semplici” ma se siete arrivati qua, tra voi c’è uno di noi, un nostro discendente. Una linea di sangue che attraverso i millenni è arrivata a voi. Una Jana, un essere di luce con poteri enormi di guarigione e di saggezza. Abbiamo forgiato gli abitanti di questa terra a vivere sentendo la natura, aborrire la guerra e custodire la saggezza del nostro popolo. Ma alcuni avevano l’animo avido e ci hanno mosso guerra, distruggendosi senza averci fatto alcun male. Le Janas, le anime femminili, si occupavano di mantenere la pace nel nostro mondo e nel vostro. Vivevamo in pace, ma l’odio serpeggiava tra le menti grette e ostili, e noi non abbiamo fatto nulla per salvarli. Una decina di saggi, nostri discendenti, custodi del sapere del tempo popolano la vostra terra preservando le Janas. Quando sarà il momento e noi torneremo, ci riveleremo a voi, al vostro mondo. Ora, però, vi chiediamo di non divulgare la nostra presenza, la vostra gente non è ancora pronta per conoscere la verità. Le nostre costruzioni. I nuraghi, sono radiofari, orientati con le stelle guida che si risveglieranno con le chiavi. Molti sono stati distrutti dalla guerra, altri dalla grande onda, ma quelli che rimangono sono efficienti. I saggi sulla vostra terra ci aiuteranno a tornare, mentre le Janas avranno il potere di far conoscere la nostra cultura, Diana sarà la vostra guida” Diana aveva gli occhi spalancati, era immobile le braccia distese lungo il corpo, i palmi delle mani in su. Sembrava in estasi, annuì, quando i giganti la chiamarono in causa. “Non divulgate la nostra presenza, noi stiamo tornando.”

Poi i giganti tirarono fuori la lingua in segno di approvazione e nebbia finissima invase la grotta e l’assemblea sparì.

I ragazzi storditi tornarono alla realtà, Diana si guardò le mani, erano luminose, lei era luminosa. Era fosforescente. Paolo la scosse “Stai bene? Perché il gigante ha detto che sarai la nostra guida? Sai qualcosa di cui noi siamo all’oscuro?”,

“No, non so… O forse lo so… Ora non riesco a mettere a fuoco, un po’ d’acqua forse mi farà bene, ho la bocca riarsa”.

In un altro tempo e in un altro luogo:

“Hai visto Melkart? Mai perdere la fiducia, Diana ha finalmente compreso il suo ruolo in questo mondo. Quando era bambina, aveva un cuore sconfinato, rimetteva in vita anche le lucertole. Lei non si spiegava come toccandole, le lucertole scappassero via come se il gatto non le avesse mai uccise.”

“Ora dobbiamo pensare al rettore, Dott. Puxeddu, non è affidabile, è impulsivo e violento, per poco non faceva del male a Diana e a Piera, cercando di riprendere il materiale.”

“Oh, non preoccuparti, ho mandato un bel regalo a Dott. Puxeddu, una bottiglia di Villacidro…. Corretto! Credo che dopo uno o due bicchieri di quel rosolio delicatissimo, non ricorderà più l’avventura di Piera Loy e dei ragazzi.”

Appena fuori dalle gallerie parlarono di quello che era accaduto, e con rammarico decisero di non svelare la presenza del popolo dei giganti al mondo, almeno fino a che non fossero tornati. Convennero che l’umanità non era pronta a quell’evento, ricordando che anche la Bibbia parla degli Heloim degli Dei, e pure loro erano dei giganti. Non riuscivano a contenere l’entusiasmo per far parte di un popolo eletto. La Sardegna era Atlantide, non ci credevano ancora… “I nuraghi torri di vedetta e radiofari, e le tombe dei giganti, erano usati a quello scopo, anche se non credo che i “nostri giganti” muoiano, almeno nel nostro tempo”, intervenne Matthew. Gli altri annuirono e andarono verso l’auto. Diana aveva promesso a Tziu Ladreddu che sarebbe passata a salutarlo, e si affrettarono per raggiungere “Su Dominariu” prima di sera.

Entrando nell’aia di fronte alla casa di Su Dominariu, Diana scorse Tziu Ladreddu seduto nella poltrona in vimini. Sembrava dormisse, ma non si svegliò al rumore dell’auto. Si avvicinò e gli diede un affettuoso bacio sulla guancia. Era freddo. Si accorse che il vecchio era spirato, aveva il sorriso beffardo di sempre stampato sulla faccia. Dagli occhi di Diana scese una lacrima silenziosa, Paolo la abbracciò per farla sentire al sicuro. Diana Si sedette accanto all’uomo che aveva popolato di bei ricordi la sua infanzia. Gli tenne la mano. Negli occhi della mente i giochi della sua infanzia dove Ladreddu era onnipresente, e i suoi nonni che ridevano allegramente delle sue peripezie. La vista si annebbiò e comparve una luce, dove lentamente appariva l’immagine di Ladreddu che le sorrideva.

“Non sono morto, sono in un altro luogo. Ora tocca a te prenderti cura de “ Su Dominariu”, è la tua casa e delle Janas, sei stata scelta per guidarle”

“No, come posso io? Non so nulla, non so nemmeno più chi sono!”.

“Lo sai, solo che la naturale consapevolezza non è ancora arrivata alla coscienza, vedrai, ce la farai. Fai riposare il mio corpo terreno sotto il cedro dietro la casa. Ci rivedremo presto”. Scossa dolcemente da Paolo, Diana si risvegliò dalla trance, si girò di scatto sperando che fosse stato tutto un sogno, ma la realtà la colpì come un pugno, provocando un fiume di lacrime. Consolata dai due ragazzi, organizzò l’ultima dimora del vecchio. Stranamente a Villacidro non esisteva nessun Leonardo Mandis, noto Ladreddu, i ricordi di un ometto con quel nome c’erano, ma risalivano a 50anni prima. Siccome non c’erano documenti che ne determinavano l’esistenza, Ladreddu riposò in pace sotto il cedro piantato dietro la casa dal lontano 1934.

Due giorni dopo erano riuniti intorno a Piera, gli raccontarono l’avventura vissuta fuori dal mondo. Emozionata dalle parole dei ragazzi, li abbracciò forte. Squillò il cellulare di Paolo, quando rispose, si sentì solo sì… sì… sì.. e un “ciao” distratto.

L’espressione era stupefatta. Spiegò che era l’amico di Verona, gli rispondeva sull’analisi del dischetto d’oro. L’analisi della fusione aveva dato, e ridato lo stesso risultato per dieci tentativi. Non si era fermato a spiegare come gli isotopi lavorano per determinare l’età di qualsiasi oggetto, ma aveva detto questo: “ Il tuo dischetto deve ancora essere fuso, sembra che non sia mai nato.

Diana guardò Paolo con dolcezza “ Abbiamo qualcosa che possiamo toccare grazie alla tua incoscienza” Sorrise e baciando la zia, salutò.

La guardarono andare via, Paolo aveva lo sguardo triste, aveva paura di non rivederla più.

la porta si chiuse con un “clic”. Matthew abbracciò Piera salutandola e prese per un braccio Paolo trascinandolo via dalla stanza d’ospedale. Piera doveva riposare.

“Non preoccuparti, la mia cuginetta ha solo bisogno di un pò di tempo, poi tornerà e vi potrete chiarire. Il tempo passava e sia Paolo che Matthew tornarono alla routine di tutti i giorni. Paolo perse la speranza di potere risentire Diana, Il numero di cellulare era inesistente e Piera che poteva avere il suo contatto, non era raggiungibile. Matthew partì a Londra per un dottorato e quasi si dimenticarono dell’avventura vissuta poco tempo prima.

Fine prima parte

Martedì, 06 Giugno 2017 07:21

Clafoutis alle ciliege e fondente

Da alcuni mesi non realizzavo più dolcetti e torte per via del caldo. Oggi complice la pioggia e uno yougurt bianco e delle ciliegie di Villacidro grosse quanto delle noci, ho deciso di fare un clafoutis con alcune varianti. Il risultato è stato vincente: una pasta morbidissima e un sapore particolare dato dal cioccolato fondente. Siete curiosi? Ecco la ricetta.

 

 

Ingredienti per la torta

150g di farina

150 g di zucchero di canna

1 vasetto di yogurt bianco

3 uova

300 g di ciliegie snocciolate

1 cucchiaino di bicarbonato di sodio

 

Ingredienti per la farcia

100 g di cioccolato fondente

50 g di zucchero

250g di latte

25 g di fecola di patate oppure di farina 00

½ bicchierino di liquore, io ho usato il villacidro a base di zafferano e con il profumo di anice.

 

Per la glassa

1 albume

100 g di zucchero al velo

 

Uno stampo in silicone del diametro di 20 cm, o in alternativa uno stampo normale imburrato e infarinato.

 

 

Procedimento

 

Snocciolate le ciliegie e copritele con un velo di zucchero.

 

Versare le uova e lo zucchero in una planetaria alla velocità massima. Quando il composto è diventato gonfio e molto chiaro incorporate la farina setacciata insieme al bicarbonato. Mescolate delicatamente alla velocità minima e aggiungete lo yogurt.

Versate le  ciliegie nello stampo e coprite con la pastella.  Sbattete l’albume insieme allo zucchero al velo e versatelo sula torta. Cuocete per circa 25/30 minuti in forno ventilato a 180 gradi.

 

Nel frattempo fate la crema al cioccolato. Mettete il latte e lo zucchero a riscaldare e prima dell’ebollizione versateci il fondente a pezzetti. Una volta sciolto il cioccolato versateci la fecola e mescolate energicamente. Il risultato sarà una crema velluta e al sapore di fondente.

 

Sfornate e fate intiepidire la torta. Tagliatela a metà e farcitela con la crema al cioccolato.

 

Accompagnate la torta con un the ai frutti rossi o con l’ormai consolidato caffè.

Mercoledì, 31 Maggio 2017 13:10

La zuppa antincendio

C’era una volta nelle campagne a ovest di Villacidro, uno sperone di roccia che nascondeva una grotta umida e buia. Era solo un’illusione per tenere lontano i curiosi. Dovete sapere che dopo pochi metri la grotta si allargava diventando un’enorme cava, piena di colori, stalattiti e meraviglia delle meraviglie, illuminata da tanti piccoli funghi che scintillavano di tutti i colori. Questi piccoli funghi rendevano l’ambiente colorato come un arcobaleno.

In questo meraviglioso luogo si riunivano alcune Cogas (streghe villacidresi) per cucinare le loro zuppe d’amore, i brodetti anti invidia e le torte contro il malocchio. Nella vita di tutti i giorni questa Cogas erano mogli e madri, o sorelle e figlie. Insomma nessuno era a conoscenza della loro vera identità. Erano guaritrici e facevano del bene a tutti quelli che ne avevano bisogno. Un giorno capitò la sfortuna più grande che un paese come Villacidro avrebbe potuto avere!

Il sindaco cadde in preda ad un sortilegio! E sì cari amici era proprio così; ma non spaventatevi, le nostre care amiche Cogas avrebbero risolto il problema.

 Già! Se avessero capito e trovato un… Ingrediente! Ma andiamo con ordine:

Il sindaco ricevette un bel cesto di frutta e verdura dal capomastro del suo cantiere. Tutto contento prese un grappolo di ciliegie che venivano addirittura da Ruynas e comincio a sgranocchiarle. Subito dopo il sindaco cadde in trance e si mise a scrivere, scriveva, scriveva, e poi ancora scriveva….. sapete che scriveva? “Legatemi o sarò costretto a dare fuoco a tutti gli alberi di Villacidro,  fino a che non ne resterà neppure uno!”

Infatti anche se si tratteneva, la sua mano cominciò a cercare i fiammiferi e la pece per poter dare fuoco ai boschi. I gendarmi andarono ad arrestare il capomastro. Lo trovarono legato come un salame. Raccontò loro che uno stregone malvagio di nome Montis aveva preso le sue sembianze per giocare un brutto tiro ai Villacidresi.

I cittadini non sapevano come fare, il loro sindaco era una brava persona e non avrebbero voluto metterlo agli arresti. Non c’era altro da fare: fecero girare la voce che le Cogas erano chiamate a servire il paese.

I villacidresi non avrebbero dovuto cercarle perché avevano timore di loro, ma erano costretti dalle vicende e così lo fecero.

Le Cogas si presentarono in incognito con dei cappucci che nascondevano il viso, e sentirono ciò che i cittadini avevano da dire.

Brevemente i paesani raccontarono la faccenda. Le Cogas annuirono dicendo però che era difficile salvare il sindaco, perché la maledizione di Montis era molto forte.

Comunque Giarranas, la prima Coga, disse:

“Riusciremo a vincere Montis tutti insieme”. Bassella  la seconda Coga disse: “Dovremmo trovare alcune erbe per la nostra zuppa leva-maledizioni”

 Narti, invece la più piccola delle Cogas, e la più ottimista disse categorica:

 “Costi quel che costi ci riusciremo!”

La sera stessa si riunirono attorno al pentolone delle zuppe e cantarono:

Gira, gira il mestolo

Tira su il coperchio

Fuoco, fuoco notte e dì

Le streghe fan così.

Notte buia notte scura  

ora devi aver paura!

Notte buia di spavento

fuori soffia forte il vento!

Sulle ali di un pipistrello

io ti succhierò il cervello...

 

Dopo la canzone propiziatoria, cominciarono a pensare agli ingredienti da metterci dentro. Finalmente verso l’alba dopo aver cantato a squarciagola e fatto scappare i pipistrelli, trovarono la formula.

“Una bella zuppa di cavoli con erbe magiche!”

Vi scriverò la ricetta così se capiterà anche a voi di avere un problema simile sapete cosa fare.

Tutte intorno alla marmitta che ribolliva di acqua di sorgente della Spendula e dell’olio di oliva di Soddu e Pani cantavano e gettavano gli ingredienti. Prima il cavolo, raccolto in una notte senza luna nell’orto di Chicchino. Per secondo cipolle tagliate fresche da zia Maria. Le olive di Francischinu, che sono buone e belle. Le mandorle pelate da S’Ardittu, e il pepe e il sale che aveva portato un pipistrello da chissà dove.

Era arrivato il momento delle erbe, ma dove si potevano raccogliere le erbe per essere efficaci?

 “Al paese del vento” fecero tutte in coro.

Allora salite su rami di ciliegio fiorito, d’altronde le scope erano fuori moda, presero il volo e raggiunsero il paese del vento dove  cominciarono a raccogliere le erbe anti-maledizione.

Basilisco, Becco di gru comune, Betonica fetida, Bietola selvatica, Boccione maggiore, Borracina azzurra, Borragine comune.

Ne fecero un trito e tornarono subito all’antro colorato, ma quando la zuppa era quasi pronta si accorsero che mancava un ingrediente: il più importante. L’Helichrysum montelinasanum. Si strapparono i capelli e le gonne, che poi rimisero a posto per fortuna. Era quasi l’alba, e la loro missione salva boschi era compromessa, ma a Giarranas venne un’idea:  

 “Potremo andare da Linas, la strega buona, lei di sicuro ne avrà”.

Rimontarono sui rami di ciliegio e andarono da Linas che si fece promettere qualcosa prima di dargli l’ultimo ingrediente.

Tornate alla grotta buttarono dentro la zuppa, l’helichrysum e la portarono subito alla casa del Sindaco a San Sisinnio. Là era legato il sindaco su una sedia che stava cedendo, tanto era lo sforzo che faceva per slegarsi. Gli fecero mangiare la zuppa, e devo dire che la gradì tanto che se la mangiò tutta.

 Passarono neanche dieci secondi che si illuminò tutto e  la maledizione sotto forma di fuoco e fiamme che non bruciavano, lasciò il corpo del sindaco. La popolazione fece festa per una settimana. Mangiavano e bevevano fino a stramazzare per terra. Il piatto forte della festa era la zuppa cucinata dalle Cogas, poverine hanno dovuto cucinare per l’intera popolazione. Grati per lo scampato pericolo i villacidresi chiesero alle Cogas quale compenso volessero per il lavoro portato a termine, e che lavoro!

Giarranas, Bassella e Narti dissero di non voler niente, ma avevano promesso a Linas una cosa e volevano la collaborazione dei paesani.

La richiesta fu presto fatta: “Vorremmo portare lo stregone Montis nella nostra grotta ma voi lo dovrete catturare”

“Cosa ne farete chiese il sindaco”. “Noi nulla. La promessa fatta a Linas è che Montis tutte le estati dovrà pulire i nostri monti e le nostre pinete in modo da scongiurare gli incendi. E se per caso ce ne fossero, deve spegnerli subito! Ecco questa è la promessa fatta a Linas, ed è una bella condanna per aver fatto un così brutto sortilegio”

 Ridendo e cantando per tutto il paese, i gendarmi andarono a catturare Montis e lo portarono al cospetto delle Cogas che pensarono di fargli subito l’incantesimo anti-fuoco, questa volta però andando a prendere subito le erbe al paese del vento appena fuori dalla Via Lattea, subito dopo Nettuno!

Giovedì, 25 Maggio 2017 15:27

Bartholomew

  

Sdraiata nella cuccetta, sento lo sciabordio delle onde. Calma e silenzio si impadroniscono del mio corpo.

Sento la voce di Francesca che mi guida. Il petto si solleva al ritmo della marea che sembra invadere il mio pensiero.

Distolgo l’attenzione dal blu del mare che si è impossessato dei miei pensieri.

Riporto la concentrazione sulle gambe, ormai è quasi finita.

Francesca mi dice di sprofondare nel materasso e schioccando le dita mi guida con voce calma e profonda giù per quella scala che sembra infinita.

Il buio mi circonda ma vedo davanti un puntino luminoso. Sento un profumo che non riesco a riconoscere. Altri gradini.

Scendo ancora verso la mia anima, dentro il mio inconscio nascosto.

Altro schiocco di dita: Francesca mi dice, ora ci sei!

Mi trovo su un acciottolato, una puzza di fogna ed escrementi mi invade le narici.

Dove sono? E’ buio, non riesco a riconoscere nulla.

I ciottoli con cui è realizzato il pavimento della strada sono tondi e sporchi.

Mi guardo i piedi e li vedo nudi. Il freddo mi pervade, tremo. Mi guardo le mani, sono sporche e ferite.

La consapevolezza che sono un ragazzo di vent’anni arriva di colpo e mi sconvolge. Sono un ragazzo.

Le mie gambe sembrano di piombo, ma cerco di andare avanti. Voglio scoprire di più.

Una voce al mio fianco mi chiama: Bartholomew.

Ecco, mi chiamo così. Che strano nome.

Mi giro, è una donna di mezza età che mi tira il braccio e mi dice di fare in fretta, altrimenti ne pagherò le conseguenze.

Mi trovo sul bordo di un pontile in pietra, la strada acciottolata ha lasciato il posto ad una piazzetta che costeggia un porto.

Guardo intorno a me… E scopro dove sono. E’ incredibile, quella è la Tower Bridge di Londra.

Ecco, ora so perché l’inglese mi è sempre sembrato familiare e non ho mai avuto, o quasi, problemi di pronuncia.

Stanno attirando la mia attenzione. Arriva un uomo alto e grasso, con il panciotto da Lord, e una cipolla agganciata ai bottoni.

Ma non è un Lord, ci si atteggia ma è sporco e con la barba lunga. Poco curato. Sta urlando verso di me, mi dice che per colpa mia il traghetto ha ritardato. Dovevo portare un sacco pieno di minerale ma avevo sete e mi sono attardato a bere dell’acqua.  

Mi guardo la spalla destra, ho un sacco di iuta appeso alle mie spalle. La fila di altri ragazzi con un sacco alle spalle mi precede di alcuni metri, non sono così in ritardo.

Mi strappano la sacca dalle mani e mi danno uno spintone.

 Finisco nel fiume e annaspo, l’acqua mi entra in gola, nel naso, in bocca.

Riemergo respirando a bocca aperta, ma torno giù e bevo. L’acqua nera del Tamigi mi sommerge e perdo conoscenza.

Uno schiocco di dita mi riporta alla realtà. Mi sveglio serena, nonostante abbia vissuto, presumo, la mia morte in una vita precedente a questa.

 Ora mi spiego parecchie cose, come quella della paura dell’acqua, del mare, eppure esserne affascinata.

Forse Bartholomew non è morto, qualcuno lo avrà tirato fuori, magari sarà rinvenuto e nuotato fino alla salvezza; non mi è dato saperlo.

La prossima volta lo scoprirò.

Martedì, 23 Maggio 2017 10:55

Intervista a Daisy Franchetto

Per conoscere meglio un autore niente di meglio di un’intervista con domande “prefabbricate”.

Ma per conoscere una donna straordinaria che scrive, e conoscerne l’anima, si può uscire fuori dall’ordinario e formulare domande anticonformiste.

Daisy Franchetto è un personaggio a dir poco fuori dagli schemi: donna, madre e scrittrice che vive nel bosco circondata da alcuni amici come il capriolo raffreddato e il cinghiale, ma questa è un’altra storia.

Daisy gestisce un sito, www.daisyfranchetto.com nel quale realizza interviste oniriche ad autori, illustratori e blogger. La pagina dedicata alla protagonista della sua trilogia www.facebook.com/iosonolunar

Allora, squillo di trombe e rullo di tamburi... E diamo il via all’intervista.

 

 

 Rita - Tu cosa sogni?

 

Daisy - I miei sogni sono molto vividi, nel bene e nel male mi lasciano addosso sensazioni e ricordi forti, a volte per giorni. Spesso sogno immagini laceranti che non sempre suscitano in me turbamento. Sono abituata a lavorare con i miei sogni, a trasformarli e a usarli.

 

Rita - Quali colori ha la tua vita?

 

Daisy - Anche se vesto sempre di “color catrame”, come dice mio figlio, la mia vita ha tutti i colori possibili. Sempre colori accesi, in ogni caso. Non sono il tipo da tinte pastello. Ho imparato ad apprezzare il grigio, quando c’è, il rosso sangue, il rosa acceso, il giallo. Il verde invece è il colore su cui si posano più spesso i miei occhi, perché vivo in un bosco, perché mio figlio frequenta una scuola che si trova in un bosco, perché in fondo ho imparato a cercare le piante in ogni luogo. Mi danno conforto.

 

Rita - Quale tuo personaggio è il tuo alter ego?

 

Daisy - Non c’è. Tutti i personaggi, anche quelli più terribili, sono una rappresentazione di quel che sono. A volte portata ad esasperazione, ma pur sempre qualcosa di mio.

 

Rita - Come nascono le tue scritture dark?

 

Daisy - Nascono dai sogni, dalle mie paure, dai miei dolori. Dal lavoro che faccio quotidianamente su di me e dal confronto con le persone. Tutto ciò che mi attraversa crea suggestioni e qualcosa finisce sulla carta, inevitabilmente.

 

Rita - Se dovessi dare un sapore alle tue emozioni quando stai scrivendo, che sapore daresti?

 

Daisy - È un sapore dolceamaro. Scrivere è l’esperienza più totalizzante che vivo, ma è anche molto sofferta. Non sono mai convinta di quel che ho creato, sono critica, spietata con me stessa. Inseguo un ideale che non raggiungo mai, e forse è meglio così.

 

Rita - L'animale che ti somiglia?

 

Daisy - Non saprei. Mi piacerebbe assomigliare a un lupo, ma credo di essere più simile a un passerotto. Ahimè. (Con tutto rispetto per i passeriformi). A volte per contro mi sento un elefante, perché non riesco a trovare leggerezza e non riesco a dimenticare.

 

Rita - Che sogni hai per il tuo futuro?

 

Daisy - Quello che desidero è poter continuare a scrivere, ma questo presuppone avere delle storie che meritino di essere raccontate. Allora desidero ardentemente che le storie non finiscano mai.

 

 

 

Grazie Daisy. Aspetto con ansia altre tue pubblicazioni e ti auguro di soddisfare tutti i tuoi desideri.

 

Scheda autore Daisy Franchetto
Sono nata quarant’anni fa a Vicenza, città intrisa di grazia palladiana, ma vivo a Torino, città del mistero. Mi occupo di counseling.
La scrittura è una passione nascosta che ho iniziato a coltivare tardi.
Ciò che scrivo nasce dalle esperienze vissute. Il lavoro nelle comunità psichiatriche e per disabili, i viaggi come volontaria in zone di guerra, l’impegno per la difesa dei diritti umani. L’ascolto delle persone in difficoltà e, prima ancora, l’ascolto di me stessa. Il mondo onirico e la ventennale attività di scavo nella mia psiche.
La scrittura mi rende una persona migliore.

Le Pubblicazioni di Daisy
Dodici Porte è il romanzo d’esordio. Primo della trilogia Io Sono Lunar, edito da Dark Zone Edizioni.
Tre giorni, è una ghost story, disponibile in formato digitale.
Sei Pietre Bianche è il secondo romanzo della trilogia dedicata a Lunar. Edizioni Dark Zone.
Sono stati poi pubblicati i seguenti racconti:
“Ragnatele” nella raccolta “Obsession” curata da Lorenzo Spurio, edizioni Limina Mentis (2013), sempre lo stesso racconto è pubblicato nella raccolta Short Story 2, edito da Lettere Animate Editore.
“Margherite tra i capelli” nella raccolta la “Forza della Diversità”, Edizioni Montag (2013)
“Bottiglie di cielo”, racconto pubblicato dalla rivista letteraria “Euterpe” numero 12, 2014
“Teoria della Creatività”, racconto pubblicato dalla rivista “Coachmag” numero 13, 2014
“Ombra e Luce”, per la raccolta Short Story 1, Lettere Animate Editore, aprile 2015
Sempre insieme, ricordi?, racconto per la raccolta horror Buio, Lettere Animate Editore ottobre 2015
Trapezio, racconto inserito nella raccolta Sognando, edita da Panesi Edzioni.

 

 

La torre sorvegliava la spiaggia sottostante e l'area del Lazzaretto, per segnalare eventuali incursioni verso le saline. Era inoltre in contatto visivo con le vicine torri di Calamosca, Cala Fighera, Sant'Elia e le fortificazioni di Cagliari. Essendo a circa 34 m slm, aveva una portata ottica di circa 23 km. 
La denominazione della torre variò nei secoli, a partire dal toponimo "Capo Bernat" o anche "Cala Bernat" o "San Bernardo" in epoca spagnola. Nel '700 venne denominata "di Santo Steffano detta del Lazzaretto", "de la Prajola" (della spiaggiola), "Vecchia" nel XX secolo. Il nome attuale "del Prezzemolo" o "de su Perdusemini" o "Petro Semolo", già attestato nel XVIII-XIX secolo, è in realtà preso in prestito dalla torre di Cala Fighera, come risulta da un documento del 1740. 
Nel 1578 si segnalava la presenza di due torri, una a Calamosca e una Capo Bernat, mantenute a spese della città di Caller. La costruzione della torre risalirebbe a quell'epoca. Ma già nel 1597, dopo pochi anni dalla costruzione, la torre di Capo Bernat era in restauro. All'epoca la guarnigione era costituita da due torrieri. Un ulteriore restauro si ebbe nel 1605, quando fu sistemato nell'ingresso un balconcino pensile. Nel 1606 e 1615 venne aumentata la guarnigione. La torre è presente nella carta spagnola dell'Archivio di Simancas datata 1625. 
La torre del Prezzemolo è una costruzione dalla classica forma troncoconica ma di dimensioni ridotte. Tra le torri costiere è quella più piccola avendo un diametro di fondazione di appena 4,5m e un'altezza residua di 11 m. Ciò è dovuto all'angustia del sito dove fu edificata, uno spuntone roccioso con accesso da un'unica direzione, a ridosso della caletta sottostante. La torre, destinata soltanto alla funzione di avvistamento, era definita "torrezilla". 
Come le altre torri del cagliaritano, l'alloggio interno presentava un'unica apertura che corrispondeva all'ingresso. Questo è realizzato con piedritti e architrave in pietra, a circa 4 m dal suolo. Tramite una botola nella volta a cupola si raggiungeva la piazza d'armi, cioè la terrazza esterna, a sua volta coperta da una mezzaluna (tettoia in canne e coppi utilizzata per dare riparo a soldati e munizioni, dalla forma a semicerchio). 
Nel 1638, in seguito all'entrata in attività della vicina torre di Calamosca, fu dimessa e non comparirà più negli atti ufficiali del XVII e XVIII secolo. In realtà una torre del Lazzaretto compare nella relazione del Cagnoli, I Commissario di Artiglieria, Fabbriche e Fortificazioni, nel 1720. Comunque solo nel 1772 si pensò di riarmarla come punto di posta per fucilieri e per sostegno di una compagnia di fanteria leggera. 
In occasione dell'attacco francese del 1793, l'ingegnere Lorenzo fece disporre una piccola batteria di cannoni a ridosso della torre, grazie alla quale venne evitato lo sbarco nella spiaggia sottostante. Dopo questo episodio, però, la torre venne definitivamente abbandonata. Nel dicembre 1916 venne restaurata e nel 1967 venne puntellata la roccia su cui sorge, per evitarne lo sfaldamento.

Il promontorio di Sant’Elia fu interessato da eventi storici di portata anche internazionale, come l’attacco anglo-olandese del 1708 durante la guerra di successione spagnola, quello francese nel 1793 e il secondo conflitto mondiale.

I resti presenti nel colle testimoniano visibilmente le varie epoche che si sono succedute nella nostra Isola, tra questi ricordiamo soprattutto la Torre di Sant’Elia, poco distante dalla cisterna punica, la cui presenza è documentata fin dal XIII sec. La torre prese il nome dalla chiesetta poco distante intitolata proprio al santo, ma pare che anticamente fosse chiamata Lanterna perché nel ripiano superiore era presente un braciere di segnalazione.
Attualmente restano in piedi solo scarsi ruderi della parte basale e di quella sommitale.

Durante l'epoca spagnola furono edificate altre torri tra le quali ricordiamo soprattutto quella DEL POUET o Poetto costruita sicuramente dopo il 1590, dal momento che non fa parte dell'elenco delle torri presenti nella "Chorographia" del Fara, scritta tra il 1580 e il 1585 e che viene invece menzionata  nella "Description della Isla y Reino de Sardena", una carta del XVII secolo.

Probabilmente aveva la funzione di controllare la parte occidentale del golfo di Quartu e l'insenatura sottostante corrispondente all'attuale Marina Piccola. Si esclude invece una funzione militare vista l'esiguità dello spessore murario.

Durante il governo piemontese fu costruito il forte di Sant'Ignazio, abbiamo due teorie circa l'anno della sua edificazione, una lo vede costruito frettolosamente nel 1792, quando era imminente l'attacco francese, mentre l'altra opta per un periodo successivo compreso tra il 1793 e il 1795. In ogni caso, in occasione dell’attacco dei francesi rivoluzionari, l'area partecipò attivamente alla battaglia sparando cannonate contro gli invasori.

Durante la Seconda Guerra Mondiale (1940-1945) Sant’Elia per breve tempo diventò nuovamente uno dei baluardi della città di Cagliari perché fu sede di un centro d’ascolto e di batterie antinavi e antiaeree.

 

Notizie tratte da:

Web
Giovanni Spano, Guida della città di Cagliari
Bartolo Guido, De Waele Jo & Tidu Alessandro (2005) - Il Promontorio di Sant'Elia in Cagliari. Oristano; S'Alvure; 347 pp

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