Cogito Ergo Sum

Non è mai troppo tardi per realizzare i tuoi sogni nel cassetto e io sto realizzando il mio che ho accantonato 40anni fa. Finalmente scrivo dopo che ho fatto la chef, la guida a cavallo e la mamma a tempo pieno, e la sto ancora facendo. Che dire... la mia biografia ancora non riesco a scriverla.
Racconti Libri e Recensioni

Racconti Libri e Recensioni (17)

Sabato, 10 Giugno 2017 08:06

Luciana Ortu si racconta

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Gustiamoci la vita con Luciana Ortu Una parentesi di gusto e serenità con un’amica di penna ci voleva. Ma nel frattempo la curiosità che è in me, spinge a farle alcune domande sulla sua vita e professione di scrittrice. Se il gusto come le ciliegie, uno tira l’altro, anche le domande hanno un loro bel da fare. Luciana mi ha accontentato ed ha risposto ad alcune indiscrezioni. Leggiamole.

 

Rita: Cosa ti ha spinto a scrivere, qual è stata la tua ispirazione?

Luciana: Non riesco a tornare abbastanza indietro, diciamo che la scrittura mi ha attratto subito, dal primo momento che ho imparato a leggere e scrivere. Sono stata subito una bambina curiosa e avida di letture, di storie. E avevo molta voglia anche di scrivere delle storie mie. Per dire, il primo progetto di scrittura fu un quaderno a righe dove con mio padre scrivevamo delle poesiole e disegnavamo i protagonisti delle singole poesie: il cacciatore, gli uccelli, gli alberi e così via. Poi per anni è rimasta la passione ma mi limitavo a confusi appunti su quaderni e vecchie agende, parliamo del Cretaceo e di prima dei pc. Mettevo su carta sensazioni, avvenimenti, prima di tutto per fare chiarezza e analizzare situazioni che non riuscivo a gestire. Quindi le mettevo per iscritto “fiorite” con dettagli di ambientazione e personaggi più o meno immaginari.

Rita: Qual è stato il tuo primo libro?

Luciana: Prima di arrivare alla pubblicazione del mio primo romanzo, ho fatto dieci anni di gavetta scrivendo racconti. Ho partecipato a diversi concorsi, a volte venivo selezionata e a volte no. Ho continuato a scrivere racconti, mi divertivo a imbastire trame, fantasticare su persone curiose o bizzarre, fatterelli strani.

Rita: Quando hai un’idea per un racconto o romanzo, scrivi i tuoi appunti nel PC oppure hai un taccuino del cuore?

Luciana:A volte comincio con un file nuovo di zecca, ma di solito adopero quaderni e vecchie agende, bloc notes sparsi ovunque. Non sai mai dove e quando ti arriverà l'ispirazione. Di solito di notte, quindi sul comodino, oltre a una pila instabile di libri che sta in piedi per una legge della fisica ancora sconosciuta, tengo penne, matite, quadernini e agende. Prima di dormire scrivo, ma quando sono in piena fase creativa capita che mi risvegli verso le due di notte con una idea che mi pare buona, uno sviluppo di trama nuovo, o un ricordo riemerso dal passato “spendibile” con il progetto in corso, e allora accendo l'abat jour e lo fisso, almeno a grandi linee, per evitare che evapori. Poi ciascun romanzo ha il suo quaderno di bordo. Appunti preparatori, schede personaggi, scansione capitoli, punti deboli da verificare, o rimpolpare. Ormai ne ho collezionato diversi.

Rita: Quando vuoi stare tranquilla a pensare, preferisci il mare o la montagna?

Luciana: Adoro il mare, peccato che non possa andarci quanto vorrei. Ma in realtà, durante una passeggiata al mare o una in montagna, penso poco. È un ottimo modo di staccare la spina e mettere il cervello a basso consumo. Mi godo la pace e la tranquillità, o la confusione della spiaggia, anche. Anche in campagna è così. Con la differenza che gli odori, i profumi della campagna a volte funzionano da relais per far scattare i ricordi, e allora accade spesso che questi ricordi vengano trasformati in racconti o parti di romanzo. Però, mediamente, mi godo il momento, senza troppi pensieri.

Rita:  Racconta un episodio della tua vita che almeno una volta ti ha fatto dire:”basta non scrivo più” .

Luciana:  Ahahahah, non saprei. Neppure quando, dieci anni fa, ricevetti il primo no da una casa editrice che non volle la mia raccolta di racconti, ho mai pensato di non scrivere più. Non dico che mi fece piacere, ma, pur avendo rallentato l'attività scrittoria per motivi estranei a problemi “editoriali”, quando ho ripreso a scrivere, riottenuta la necessaria tranquillità, ho pensato subito a rimettermi in gioco. Infatti mandai racconti qua e là e nel 2013 pubblicai tre o quattro cose. Nel 2014 parve esserci un momento di calma, fino a dicembre, ma non avevo l'ansia da “Basta, non scrivo più.”

Rita:  I tuoi affetti, marito o famiglia, leggono i tuoi romanzi?

Luciana:  Mio marito molto poco. Prima gli leggevo alcuni racconti, a volte apprezzava e a volte meno. Neppure gli altri parenti mi leggono, forse un vecchio zio. Sarà che nessuno è profeta in patria, ma ho ricevuto recensioni e parole entusiaste da perfetti sconosciuti e da insospettabili, quindi... direi che va benissimo così.

Rita: Cucini spesso le ricette del tuo ultimo romanzo?

Luciana:  Sì, certo. Nel romanzo ho messo le ricette che preparo nella vita quotidiana, o nelle occasioni di festa. Che ho imparato da mia madre oppure ho sperimentato da sposata.

 Rita: Del tuo libro che ricetta ti piace di più?

Luciana: Uhm... i primi pasta al radicchio, o semplice pasta al sugo, risotti, e i dolci  come la crostata di ricotta o torta all'arancia.

 

Mi è venuta l'acquolina in bocca. Non posso dire corro a comprare il tuo libro perchè l'ho già letto, e ne sono rimasta entusiasta. Ma posso consigliare a chi ci ha letto di comprarlo subito e di godersi il gusto della vita insieme a te e alle  alle tue ricette.

Ciao Luciana,  a presto.

 

Biografia di Luciana

Sono nata e vivo da sempre in Sardegna.
L’amore per la lettura è la costante della mia vita. Appassionata di archeologia, amo scoprire le storie della mia terra millenaria e la magia dei siti archeologici di cui la Sardegna è ricca.
La passione per la scrittura è un altro punto fermo della mia vita. Finalista a concorsi letterari regionali e nazionali, ho diversi racconti pubblicati, su carta stampata e riviste online. Per citare le pubblicazioni più recenti, ricordo che a marzo 2013 il racconto "Crocus Oniricus" è compreso in un'antologia curata dalla associazione Alba Scriptorum, nata per finanziare un Parco Letterario nel cuore della Sardegna.
A maggio 2013 nell'antologia “50 sfumature di Sci-fi” (La Mela Avvelenata) è stato pubblicato il racconto intitolato “Ma che bontà”.
Ho partecipato all'antologia benefica del romanzo corale "Dodicidio" per il progetto POP di la Gru Edizioni scrivendo il capitolo "Ottobre", a luglio 2013.
A settembre dello stesso anno nella raccolta “Un clavicembalo ben temperato”, antologia di racconti partecipanti al concorso “Cartabianca 2013”, è stato pubblicato il mio “Note Malva”.
A dicembre 2014 il racconto “Una tazza di tè” è apparso sul magazine online “Scriveregiocando 2014”.

 

Dove trovare "Il Gusto della Vita", Sinossi e un po' di vita di Luciana Ortu

Sinossi

Una vita semplice quella di Laura, che perde il padre subito dopo aver sposato Josto. Il suo è il racconto dei piccoli gesti che si susseguono per andare avanti, nonostante il dolore e il senso di vuoto.
Le visite al cimitero, l'invadenza dei parenti, il velluto dei ricordi, si fondono con l'amore per i luoghi di Cagliari e con i momenti in cui Laura cucina per sé, per il marito o assieme alla madre.
Agli odori dei vicoli, si mescolano quelli dei cibi che soffriggono, si amalgamano, bollono.
Ricette sarde, ma non solo, raccontate in modo personale attraverso frammenti di vita che incasellano all'elaborazione del lutto nel corso di un anno. Conoscere gli ingredienti della tradizione, condividere la preparazione di un piatto e assaporare una pietanza con i propri cari, rinnova nei protagonisti il gusto per la vita e rafforza il senso delle radici, anche quando una di esse viene strappata.

L'autore

Luciana Ortu è nata e vive in Sardegna. L’amore per la lettura è la costante della sua vita. Appassionata di archeologia, adora camminare, sentire il profumo del tempo, scoprire la magia dei siti archeologici della sua terra. Ha corretto le bozze e collaborato alle ricerche per un saggio dedicato ai Grandi Padri, gli avi Nuragici, fornendo materiale a una rivista archeologica nazionale. Finalista a concorsi letterari regionali e nazionali, ha diversi racconti pubblicati, su carta stampata e riviste online.
 

 

Giovedì, 08 Giugno 2017 08:07

Gli Shrd e i Giganti

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Il cielo era infuocato, le esplosioni si susseguivano una dopo l’altra. Uri era nascosto dentro la conca dell’acqua, la stessa dove il giorno prima aveva ricevuto la benedizione del capo tribù. Era il suo quindicesimo “Beranu”. Poteva andare a cacciare con i “Crispesu” i cacciatori anziani. Uri era impaziente, molte lune prima un lupo aveva ucciso suo padre, voleva vendicarlo. La vendetta per il popolo delle torri, non era onorevole.

Uri era testardo si ostinava a perseguire in quel sentimento che un giorno l’avrebbe portato alla morte. L’arrivo degli Dei la notte prima aveva mandato all’aria i suoi piani. La tribù non si aspettava la visita della Famiglia Reale, doveva essere un evento straordinario.

La Famiglia Reale era benvoluta dalle tribù, che si adoperavano per offrirgli in dono frutta e pelli di animale. Il territorio degli Shrd era fertile e popolato da fauna variegata. Le sorgenti erano pure e le miniere da dove estraevano i metalli per le armi e i gioielli fornivano metalli senza troppi sforzi. La Famiglia Reale contribuiva alla crescita spirituale e scientifica del popolo inviando tra loro le Dee Madri e i “Nuros”.

La Dea Madre si occupava di far nascere i neonati, accudirli e guidare i genitori alla loro crescita. I “Nuros” si occupavano della loro istruzione, ma non erano molti i fortunati che potevano accedere all’insegnamento della scrittura e della caccia.

Uri era uno dei fortunati. Aveva imparato a scrivere sulla pelle e sullo scisto, a leggere la scrittura degli dei, ed era l’unico a saper trasformare un amalgama di minerali in un’arma affilatissima.

 Il fuoco era suo amico, lo aveva aiutato a realizzare l’arma che avrebbe ucciso il lupo assassino. Il Nuros che insegnava Uri a fondere i metalli cercava di infondere compassione dentro quel ragazzo, ma l’impresa era ardua. L’orgoglio che portava alla distruzione, non era ben visto dalla Famiglia Reale ma Uri era un privilegiato nelle arti e i Nuros chiudevano un occhio.

 L’esplosione vicino a lui lo riscosse facendogli cambiare posizione per evitare che i nemici scoprissero il suo nascondiglio. La notte prima la nave volante della Famiglia Reale era apparsa sulle loro teste. Alcune figure minute erano scese a cercar riparo mentre altre navi arrivavano precedute da lampi ed esplosioni.

 Gli uomini della tribù aiutarono le figure di luce che scesero dalle navi, accompagnandole dentro il tempio centrale. Le frecce non poterono nulla contro le navi nemiche, non poteva far nulla nemmeno la flotta della Famiglia Reale che pure rispondeva al fuoco. Erano perduti.

 Dentro il tempio si erano radunati undici dei dodici membri della Famiglia Reale, e i loro spiriti guida.  Un loro membro aveva avvisato un mortale che dopo poco tempo si sarebbe verificata una grande onda che avrebbe spazzato via tutta la vita sulla terra.

 Aveva consigliato di costruire una grande nave che potesse contenere la sua tribù e i suoi animali per sfuggire al cataclisma. I suoi fratelli non erano d’accordo e lo accusarono di tradimento.

La compassione che distingueva la Famiglia Reale dai Semplici era venuta meno. Si crearono due fazioni.

Una fazione si ribellò alla famiglia per conquistare il potere sui Semplici cosicché iniziò la guerra!

Uri entrò di corsa nel Tempio avvisando che il nemico aveva decimato gli abitanti del villaggio. Gli Dei dovevano scappare, non potevano restare lì. Sarebbero rimasti uccisi. Una figura di luce si avvicinò a Uri e gli disse che doveva scrivere tutto quanto era accaduto e disegnare sullo scisto la mappa della regione.

Le pelli e la pietra incisa dovevano essere tramandati di padre in figlio, perché i Semplici potessero, un giorno, trovare le loro origini. Uri tremante e rosso in volto per l’emozione, chinò il capo in segno di obbedienza.

La famiglia Reale si mise in cerchio, gli spiriti guida si elevarono su di loro. All’unisono con un cenno del capo diventarono luce e sparirono. Nelle ore seguenti Uri vide la sua tribù annientata, si salvarono solo due famiglie e Amir.

Amir, sorella di Uri si era nascosta sotto l’altare in granito. L’esplosione che distrusse il tempio la lasciò miracolosamente illesa.

 

Uri sedeva sul bordo del torrente. Ripensava alla partenza della famiglia Reale e all’onore che gli fu consegnato. Erano passati cinque anni dalla guerra dei carri di fuoco e Uri aveva fondato una tribù di cui lui era il capo.

 Amir, la sorella era diventata una Dea Madre straordinaria. Uri Da buon capo aveva trasmesso gli insegnamenti dei Giganti ai suoi sudditi. Aveva insegnato a cercare e scavare i metalli, che poi avrebbero fuso per forgiare le armi per la loro difesa e per l’alimentazione a base di cervi e cinghiali.

Non aveva mai trovato il lupo che uccise suo padre, ma la sua rabbia, indirizzata a dovere dalla Famiglia Reale, servì a fondare una comunità ricca e autosufficiente. Avevano costruito le torri di avvistamento sui monti vicini per precedere gli attacchi dei nemici. Stavano commerciando con il Popolo Nero. Loro portavano sale e pietre blu in cambio di pelli e carne secca.

 In quella terra l’inverno era mite e si coglievano i frutti tre volte l’anno.

Lavoravano il rame e la terracotta, costruendo utensili per la vita quotidiana e mettevano in pratica gli insegnamenti della Famiglia reale.  La tribù era diventata ricca e istruita sotto la guida di Uri.  Seduto sul bordo del torrente, ammirò il suo capolavoro: Una grande nave coperta.

La costruzione ebbe inizio alcuni mesi dopo la partenza della Famiglia Reale. Uri ricordava che la battaglia era cominciata perché un gigante della Famiglia Reale aveva avvertito un umano del cataclisma imminente.

 Riunì i pochi sopravvissuti alla guerra da altre tribù decimate. La costruzione del natante impiegò diciotto lune. Da allora Uri aspettava la grande onda. Fece costruire le torri e riempì le capanne di granaglie. Portò all’interno della nave, gli utensili e le pelli che sarebbero serviti per il viaggio e cominciò a scrivere sulle tavolette di scisto che nascose nel ventre dell’imbarcazione.

Scrisse dell’epopea dei Giganti, della guerra e incise la mappa del villaggio in una tavoletta. Dopo la guerra, i templi e gli edifici della Famiglia Reale erano diventati la Città Sacra dei Giganti.

 La tribù di Uri idolatrava e proteggeva quegli edifici come se fosse la propria vita.

Una mattina, un tuono squarciò il silenzio della valle. La terra tremò. Gli uomini del villaggio accorsero dai campi nella piazza comune per proteggere i bambini e le donne. La montagna vicina si aprì in due lasciando sgorgare acqua e detriti. Sembrava che la montagna volesse ingoiare il villaggio. Le urla terrorizzate delle donne e dei bambini sovrastavano un rumore che si avvicinava piano. Uri capì: La grande onda.

Gridò con tutto il fiato che aveva in corpo di salire sulla nave.

I guerrieri presero le donne e i bambini quasi di peso e corsero verso la nave. Nel frattempo lo sciamano aiutò i pastori a portare sulla nave le bestie. Uri pensò che avesse avuto la benevolenza degli Dei, era stato fatto tutto per tempo. Quaranta minuti dopo il primo terremoto stavano galleggiando attraverso un mare in tempesta. La sua lungimiranza aveva salvato la sua tribù.

Erano passati sei giorni da quando la nave di Uri aveva cominciato a galleggiare. La tempesta senza pioggia li aveva sballottati tra i marosi. Vedevano le cime delle montagne ora trasformate in isolotti.

Appena si accostavano le onde e le correnti allontanavano la nave. I guerrieri non erano abituati a navigare e cominciavano a protestare. Volevano tornare alla loro vita. Finalmente al tramonto dell’ottavo giorno l’acqua cominciò a calmarsi e la nave approdò in un’insenatura naturale. I guerrieri capitanati da Uri scesero per primi a perlustrare il territorio. Costatato che non c’erano pericoli fecero scendere donne e bambini. La notte stessa Uri radunò il consiglio e decise che dal giorno dopo, quello sarebbe stato il territorio della tribù. Chiunque non fosse felice della nuova sistemazione poteva andarsene. Rimasero tutti uniti.

All’alba della mattina dopo Uri ricevette la visita degli spiriti guida della Famiglia Reale. Dopo l’elogio per essere riuscito a scampare al disastro e per aver portato con sé la tribù gli consegnarono gli strumenti per costruire un nuovo villaggio.

Non erano gli strumenti che conosceva.

 Era una scatoletta con delle finestrelle colorate. Con lei c’erano le istruzioni per costruire i templi e i disegni per le nuove dimore dei Reali.

 La sua mente fu invasa da nozioni avveniristiche e impossibili, ma sapeva che poteva realizzare tutto ciò che lo spirito guida comunicava.

 I visitatori andarono via informando Uri che avrebbero fatto ritorno dopo la costruzione dei templi.

I templi erano quasi finiti. Molto tempo era passato. Uri sentiva il peso dell’età e della responsabilità. La costruzione di due templi a forma di piramide era stata ardua, nonostante la scatola magica.

 Aveva deciso di abdicare in favore di Acam il figlio maggiore.

 Acam era un valoroso guerriero, astuto e sapiente. La sua donna era una Dea Madre consacrata alla famiglia reale. Lei accudiva e nutriva i piccoli della tribù con passione e amore.  Aveva scolpito il betile d’oro del tempio con le immagini della caccia e della venuta degli Spiriti Guida.

 La Famiglia Reale aveva in serbo per lei una missione. Sapeva che doveva lasciare Acam e la sua tribù, ma non sapeva quando. Il dolore che provava al pensiero di lasciare il suo sposo le annebbiava la vista, ma non poteva tradire gli Dei, era stata scelta.

 Uri sovrintendeva ai lavori finali delle piramidi. Erano gemelle, in tutto e per tutto identiche. La scatola magica aveva compiuto dei miracoli trasportando le rocce che servivano alla costruzione. Solo premendo un quadratino, la roccia diventava leggera e si modellava come creta. Ma le trappole per tenere lontano i predatori, quelle no. Quelle le avevano costruite Uri, con il suo ingegno e l’aiuto di Acam e la sua donna.

 Nel loro ventre erano nascosti i segreti della Famiglia Reale. Gli spiriti guida erano venuti in gran segreto e avevano nascosto il loro tesoro nei meandri delle piramidi. Nessuno doveva svelare quel segreto. Erano passate molte lune e Uri non era più il capo. Invecchiava e aveva timore di non aver tempo per tramandare tutto il suo sapere ai propri figli, e ai figli dei figli. Gli venne in aiuto la donna di Acam che, con entusiasmo, incise le sue parole sopra pelli di cervo, conservandole poi in giare di terracotta.

 La Dea Madre, incise anche una tavoletta di scisto con un bel disegno della loro terra. Regalò quella pietra nera e lucida agli Dei, posandola nella riva del fiume poco lontano. Gli Dei avrebbero gradito il suo omaggio, magari non l’avrebbero più voluta con loro in cambio.

Una notte uno spirito guida si presentò nella sua capanna e gli comunicò che il tempo era finito, doveva tornare alla luce. Uri sorrise, soddisfatto della sua vita, non aveva nessuna remora a lasciare il suo corpo mortale.

L’alba trovò Uri senza vita. La tribù onorò il suo corpo cremandolo con un falò di legno di ginepro e frasche di rosmarino. Le sue ceneri furono lasciate al vento accompagnate da celebrazioni della sua lunga e onorata esistenza.

Morto Uri, Acam diventò il capo spirituale e temporale della tribù. La sua donna, la Dea madre della tribù, gli rimase accanto per due primavere. Scaduto il tempo, gli Spiriti Guida scesero sulla terra per prelevare Nantù, la donna di Acam. Tra le lacrime e la rassegnazione, Nantù promise amore eterno al suo compagno. Una luce brillante pervasa da un calore indescrivibile prese Nantù e la portò verso le stelle.

Gli spiriti guida arrivarono nella notte di luna piena. Era il solstizio di primavera, la luna annunciava il nuovo raccolto.

Un carro spaziale arrivò senza rumore, solo le luci azzurre annunciarono l’arrivo.

Gli spiriti guida si materializzarono davanti alla capanna di Acam.

Acam sentì la loro presenza. Le voci degli spiriti guida gli chiedevano di accompagnarli dentro la piramide. Avevano il “Seme” della civiltà dei Giganti con loro. Nessuno doveva sapere della presenza di quel tesoro. Acam avrebbe dovuto tenere il segreto, oppure la dinastia dei Giganti sarebbe andata perduta.

Quella volta Acam, prese coraggio e rivolse delle domande agli Spiriti.

Alle domande di Acam, gli Spiriti risposero di attendere, sarebbe stato esaudito di lì a poco.

Acam guidò i messaggeri all’interno della piramide con il tempietto, e li accompagnò al tempio dorato.  I Messaggeri vollero andare in un’altra camera disadorna, senza l’oro e gli affreschi. Stupito, Acam li guidò verso la sala, dove riposavano i resti del padre.

Gli spiriti adagiarono una sfera azzurra e luminescente sul pavimento, e si raccomandarono a Uri che fosse ben protetta da sette Betiles in granito con delle scritte incise sopra. Gli avrebbero dettato in seguito il testo.

Acam fece per uscire dalla sala quando un Gigante si materializzò davanti a lui. Per lo stupore, finì a terra.

La mano del Gigante si tese per porgli aiuto. Acam la prese e nello stesso momento che strinse quella mano poderosa, seppe la risposta alle sue domande.

Il Gigante instillò nella sua mente alcune scene del futuro e del passato.

“La storia comincia nei Cieli remoti. Eoni fa, quando il nostro sistema solare era ancora giovane, dallo spazio esterno fece la sua apparizione un grande pianeta celeste, in fuga da un altro sistema solare esploso. In seguito alla distruzione e delle collisioni che aveva provocato, nacquero la Terra e la cintura degli asteroidi.

 Il pianeta celeste fu catturato in un’orbita attorno al Sole, diventando il dodicesimo membro del sistema solare. La sua orbita è molto ampia e lo fa ritornare vicino alla Terra ogni tremilaseicento anni.”

Acam scoprì che la famiglia Reale dei Giganti non erano gli Dei del tempo, ERANO il tempo!

Loro plasmavano gli eventi a piacimento, ma avevano dei nemici che ostacolavano il progredire degli umani. I nemici erano i loro stessi fratelli, membri della Famiglia Reale, ma di una linea di pensiero repressiva e non progressista.

Loro, quelli che avevano combattuto nei cieli molte lune prime. Volevano la fine del genere umano. Gli umani, i terrestri, erano emotivi, molte volte sanguinari, ma fondamentalmente buoni, puri. C’era stata una guerra molto tempo prima sui cieli terrestri.

 Quella guerra non aveva decretato ne vinti né vincitori. La terra fu abbandonata dagli Dei per millenni. Quando Nibiru, il pianeta dei Giganti fu nuovamente vicino alla terra, la Famiglia Reale decise di guidare gli uomini attraverso la conoscenza materiale e spirituale. Alcuni membri della Famiglia erano contrari e avevano tramato contro la decisione.

Enki fu ostacolato da Enlil il comandante della missione, il suo fratellastro. Egli non voleva salvare il genere umano dal Diluvio. Ma Enki, signore della terra avvisò Ziusudra della venuta di una catastrofe: una cometa avrebbe colpito la Terra provocando inondazioni e terremoti.

 Gli disse di radunare la sua famiglia e le sue greggi per portarle in salvo su una barca. Nella grande barca Ziusudra fece posto anche ad altre specie animali, ripopolando così il territorio, una volta toccato terra.

Da quel momento Enlil giurò vendetta verso il fratellastro.

La terra fu teatro di scontri antichi, di battaglie cruente e sanguinarie, senza vincitori ne vinti. Di volta in volta i fratelli cercarono alleati. Terrestri ed extraterrestri erano chiamati a servire gli Dei in battaglia.

Furono costruite città monumentali che ospitavano templi a loro dedicati e piste d’atterraggio per navicelle e astronavi. Anche là, in quella terra di uomini valorosi furono costruite una città e una pista d’atterraggio, ma furono distrutte dalla grande onda a cui la tribù di Uri era scampata.

La guerra si protrasse per millenni e continua ancora. Il progresso dell’uomo consentirà a uno dei due, di vincere sull’altro.

Se vincerà Enlil, il genere umano sarà distrutto, e il sovrano di Nibiru, padre dei fratelli che fino ad ora è rimasto a guardare, non potrà fare più nulla. La legge dei Giganti precisa che non si può intervenire sul destino dei terrestri.

Già molto è stato fatto. Gli uomini hanno imparato molto da noi. Torneremo. La Luce ci guiderà fino a voi per l’ultima volta. Quel dì gli Annunaki si presenteranno al popolo terrestre.

Il radiofaro deposto dagli Spiriti Guida al centro della sala pulsava di luce azzurra.

Acam si voltò per ammirarlo ancora una volta.

Una luce bianca esplose nella piccola sala, il Gigante era sparito e gli spiriti guida con lui.

Tornando indietro Acam rifletté sull’avvertimento del Gigante “ Nessuno deve venire a conoscenza del radiofaro”

C’era un unico modo per mantenere il segreto su quel tesoro: il villaggio doveva sparire!

E con il villaggio i suoi abitanti.

Tornò nella sua capanna e convocò lo sciamano. Gli spiegò la situazione e insieme escogitarono il modo per far sparire il villaggio con tutti i suoi abitanti, compresi le greggi e gli animali da cortile.

Attesero la notte per agire, la tribù non doveva accorgersi di nulla. La mattina dopo avrebbe dato responsabilità agli Dei, di quello che era successo.

Lo Sciamano prese la scatola magica, dono dei giganti, dal gigantesco cedro al centro del villaggio.

“Il Villaggio dei Cedri svanirà agli occhi nemici, solo i Giganti, gli Dei, potranno trovarci” Disse con solennità.

Manovrando alcuni tasti della scatola magica il villaggio fu avvolto da una luminosità azzurrina e la nebbia lo avvolse completamente.

Lo Sciamano, recitando alcune litanie, spostò la scatola in direzione delle piramidi. La sfera luminosa avvolta da una foschia azzurra, penetrò dentro la prima piramide e la luce svanì.

All’alba il lavoro era fatto. Lo sciamano aveva previsto illuminazione e microclima adatto alla vita sottoterra. La scatoletta magica aveva provveduto alla vita perpetua in condizioni, altrimenti impossibili. Anche i giganteschi cedri alla periferia del villaggio furono trasferiti, rimanendo irti come Dei solitari al confine del mondo.

Al loro risveglio gli abitanti si buttarono a terra, prostrati in onore agli Dei. Non seppero mai che furono Acam insieme allo Sciamano i responsabili del trasferimento.

Quando Acam fu in punto di morte, ricevette la visita degli Spiriti Guida che gli comunicarono la fine del suo tempo. Portarono alcune tavolette di un metallo sconosciuto con delle iscrizioni in una lingua oscura. Acam prima di spirare ordinò di incidere quelle iscrizioni nei Betiles intorno alla Luce dei Giganti.

Non seppe mai che la lingua sconosciuta si tramutò in sardo antico appena incise sui Betiles.

Mercoledì, 07 Giugno 2017 12:31

Il mistero dei Giganti del Linas (prima parte)

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Il boato svegliò tutti gli abitanti del quartiere. L'insolita sveglia fu data dal crollo della parete occidentale della Basilica di San Saturnino a Cagliari, durante le prime ore del mattino. Se non ci fosse stata la recinzione di sicurezza per i lavori di restauro, la parete avrebbe investito sicuramente la coppia che amoreggiava a poca distanza.

Un passante chiamò i carabinieri, che a loro volta chiamarono i pompieri e i responsabili del restauro. La facciata occidentale, parzialmente crollata, presentava la divisione in tre specchi. I due specchi laterali conservavano i portali, sormontati da semiarchi. Oltre la facciata si accedeva al piano di calpestio dello scomparso braccio ovest, oltre il quale si trovava l'attuale accesso alla chiesa. Il crollo aveva esposto alla vista un semiarco nascosto prima dalla giunzione del transetto con la parete adiacente.

Spuntò l'alba, i pompieri stavano mettendo in sicurezza la zona e l’archeologa responsabile del restauro Piera Loy, chiamata per l’urgenza, venne finalmente condotta all'interno della Basilica. Aveva solo sessant'anni, ma sembrava invecchiata di colpo. Appariva ingobbita e fragile. La Prof. Locomotiva, come la chiamavano i suoi allievi; quando si metteva un obbiettivo partiva proprio come un locomotore e non si fermava fino a quando non lo raggiungeva. Sessant’anni fino allora ben portati, sposata con un medico ricercatore, i suoi amici ammiravano la sua forza d’animo e il modo con cui affrontava le sfide. Fisico atletico, abbronzata per le molte ore passate in barca veleggiando con Roberto, suo marito.

Quando vide la devastazione, le salirono le lacrime agli occhi: il tratto in restauro, gli scavi, tutto da rifare! E come se non bastasse la distruzione di parte del sito, le si attribuivano delle responsabilità, come se fosse stata lei a far crollare tutto. L’ingegnere del comune la distolse dai quei pensieri e le indicò la voragine a metà del transetto. Inchinandosi vide solo due gradini, il resto spariva nel buio.

“Può procurarmi una lampada?” chiese all’ingegnere. “Certamente, arriva subito.”

Dopo pochi minuti si ritrovò a scendere quei gradini, curva, con le mani che tremavano e il cuore che batteva a mille per la fortuita scoperta. “Uno,due, tre, quattro, ecco, ora sembra che lo spazio mi permetta di stare eretta”. Emozionata come una bambina, ma determinata, in quel momento non avrebbe mai pensato che quell’evento fosse l’inizio dell’avventura più bella della sua vita.

“Ingegnere, il passaggio si allarga, può scendere.”

L’ingegner Pani scese pesantemente i gradini, con la sua mole e la sua altezza, era già un miracolo che riuscisse a entrare in quel poco spazio rivelatosi dopo il crollo. Arrivato alla fine dei gradini chiamò Piera: “Dottoressa?”

“Sono qui!”, rispose una voce da sotto terra. L'archeologa era scesa ancora di venti gradini, oltrepassando un finto muro a circa due metri dai primi: il muro era nascosto da una colonna rovesciata sopra la parete frontale. Lo spazio era angusto, puzzava di muffa e l’acqua gocciolava in piccole pozzanghere; l’umidità entrava nelle ossa e provocava brividi sgradevoli.

“Maledizione, qua mi trovano stecchito” pensò l’ingegnere.

Scese con prudenza gli altri scalini, resi scivolosi dall’umidità, e percorso l’ultimo tratto sgranò gli occhi di fronte allo spettacolo che le lampade rivelarono.

Uno spiazzo con rettangoli scavati e ricoperti da lastre di travertino, almeno così sembrava, una serie di tombe inviolate che terminavano in fondo alla grotta in una discarica d’inerti che arrivava da chissà dove.

Piera tremava per l’emozione, già immaginava tutto il lavoro di scavo e catalogazione, l’invidia dei colleghi e il lavoro sovrumano per impedire che la scoperta fosse messa a tacere. La lampada illuminava le tombe impolverate e il viso cereo dell’ingegnere.

“Accidenti, e ora? Qua ci scappa il finimondo, ma si rende conto, dottoressa, che siamo a due passi dal cimitero di Nostra Signora di Bonaria?…”

“Ingegner Pani, la prego, non metta paletti, prima dobbiamo avvisare l’università, poi sarà necessario richiedere una campagna di scavi.”

“Dottoressa Loy? Ingegner Pani? Dove siete, dovete firmare per l’intervento!”

 Il richiamo del capo dei pompieri interruppe il dialogo…

“Ora risaliamo, e, ingegnere, non faccia parola con i pompieri di ciò che abbiamo trovato!”

“Ma...”

“Per favore, la prego…”

Risalirono i gradini e si ritrovarono in superficie, dove li attendeva il comandante dei vigili del fuoco: “Signori la zona è in sicurezza, almeno per il momento, l’ingegnere sa bene cosa fare ora. Chiamateci per la verifica”. “Arrivederci, comandante” dissero, quasi all’unisono. “Che cosa deve fare ingegnere? Che verifica?”

 “In questi casi devo allertare una squadra, mettere transenne e tappare le voragini”

 “Non vorrà nascondere tutto?”

“Devo, mi dispiace, poi i vigili del fuoco torneranno per i sigilli.”

“No, la prego, è un tesoro inestimabile, una scoperta eccezionale, non può, non deve…”

“Senta. Io faccio il mio dovere. Intanto non ho detto nulla ai vigili del fuoco, quindi dovrebbe bastarle, ma per venirle incontro posso solo ritardare il mio rapporto. Se vuole dare un’occhiata, ha fino a domani mattina alle dieci, quando depositerò il rapporto nell’ufficio del sindaco.”

Piera prese il cellulare, allontanandosi dall’ingegnere del comune senza salutare o ringraziare:

“Pronto, Mattew?” “Hallo Piera”, una voce gioviale con accento inglese rispose all’altro capo del telefono. Matthew, uno scrittore inglese di origine sarda, in quel momento trascorreva le ferie nel paese della madre a poca distanza da Cagliari.

La madre di Matthew era una cara amica di Piera, tant’è che le chiese di fare da madrina a suo figlio, diventando così la sua tutrice dopo la morte dei genitori. Affezionatissimo a Piera, quando si sentiva in crisi o c’era qualcosa che non andava nel suo lavoro, la chiamava con nomignoli e ruoli che le facevano molto piacere. Quando la chiamava zia per lei, era una gioia immensa. Non avendo avuto figli, lui e Diana, figlia di una sorella, erano gli unici affetti rimasti dopo la sua partenza per l’Irlanda.

“Devi aiutarmi Matthew, ho bisogno di un assistente agli scavi.”

 “Ma… Io non so nulla di scavi”

“Lo so, caro… Ma ricordo, parecchi anni fa, quando nel colle di Sant’Elia aiutasti me e tua madre a dissotterrare le ossa di quel cane. Ricordi? Lo avevi scambiato per lo scheletro di un sardo antico!”

Matthew rimase interdetto, pensò che lo stesse fregando in qualche modo, ma ebbe solo il tempo di dire: “Non affondare il coltello nella piaga! D’accordo, ti aiuto, ma come mai tutta questa fretta?”

Che Piera aveva già deciso di coinvolgerlo, anche senza il suo benestare.

“Ti spiegherò poi, ci vediamo tra un’ora a San Saturnino.”

“Cosa? Ma devo arrivarci...”

L'ultima frase cadde nel vuoto: Piera aveva già riattaccato.

 

1° capitolo

Era arrivato all’appuntamento trafelato e in ritardo. Piera lo guardò storto e gli indicò l’entrata della galleria apertasi la notte prima.

“Prendi zaino e attrezzatura, scendiamo!” La sua determinazione lo indusse a tacere e ubbidì. “Quando si mette in testa una cosa…” Pensò, mentre la seguiva.

Rifecero il tragitto che Piera aveva già percorso la mattina, fermandosi appena le lampade illuminarono le tombe.

“Dammi una mano, Matthew.” Presero di peso una lastra di travertino che copriva la prima tomba allineata alla parete e la spostarono piano. In quella, un flash illuminò la grotta, si voltarono di scatto e un sorriso smagliante li sorprese:

“Ciao Diana, sei arrivata un po’ in ritardo, ma vedo che non hai avuto problemi a trovarci”

L’espressione di Piera non era delle migliori mentre distoglieva lo sguardo da Diana, la nipote appena entrata che impugnava la sua fedele compagna, la macchina fotografica professionale, e lo fermava sul viso di Matthew.

“E tu? Scommetto che il tuo amico ti ha subito informato, vero?”

“Dai, zia non prendertela. Ero curiosa di sapere che cosa avete scoperto, e poi una brava reporter non poteva mancare, ti pare?”

“D’accordo, mettetevi al lavoro”. Un sospiro di condiscendenza e rassegnazione accompagnò le parole di Piera.

Spinta la lastra bene in fondo illuminarono la tomba: VUOTA! Dissero insieme, ma…ma… “Apriamone un’altra, Matthew , forza”

Spostata la lastra della tomba successiva, si resero conto che era vuota anche quella

“Una scoperta, sì ma dell’acqua calda”, disse Matthew deluso, e girandosi inciampò in un cordolo di scisto, era talmente saldato al terreno che sembravano tutt’uno. La delusione era palpabile, mentre si chiedevano quale sorte avevano avuto i corpi contenuti in quelle catacombe, ora spariti. “Zia, vieni un po’, guarda qua: vedi?” il cordolo di scisto si allungava verso una tomba, Piera si avvicinò. Il coperchio era ancora chiuso e vide dei segni stilizzati, incisi nel travertino che la copriva, quasi invisibili, corrosi dal tempo.

“Proviamo a sollevarla”,

Rianimatisi, sollevarono la lastra e la posarono sul pavimento, all’interno non si trovava un corpo, come avevano sperato, ma un’altra lastra questa volta di scisto nero come la pece, Piera prese il pennello e spazzò via la polvere vecchia di secoli accompagnata dal flash di Diana. Lo stupore a quella vista fu enorme, la lastra di scisto era lavorata finemente ai bordi, mentre al centro vi erano incisi caratteri cuneiformi,

“Sumero credo, devo portarla al laboratorio dell’università per esserne sicura”

“ Sarà finita qua dopo che i sardi furono invasi dai romani. Quanti reperti, frutti di tesori rubati alle popolazioni conquistate, sono stati trovati anche in Egitto?” Intervenne Diana con voce annoiata.

Lo sguardo della zia la fece tacere, costringendola a cambiare discorso e scattare fotografie.

 

In un altro luogo e in un altro tempo:

Una costruzione in riva a uno specchio d’acqua scintillante, palme e roveti, mirti, elicrisi e edere che si arrampicavano dappertutto, la macchia boschiva era di un verde brillante, l’azzurro dell’acqua emanava pace.

Due persone conversavano all’ombra dei maestosi cedri, due sciamani, i detentori del sapere universale: Tziu Ladreddu il custode del tempo e Melkart, lo spirito della terra.

“Tziu Ladreddu, i “semplici” sono sulla via, la scopriranno presto”

“Non preoccuparti Melkart, è avvenuto perché è scritto, i saggi sono al sicuro, tu rientra tra gli umani, e fai in modo che tutto si svolga senza intoppi. Sarà l’inizio della consapevolezza per i “semplici”. Ora va”

“Adiosu Tziu Ladreddu”

 

All’università di Cagliari:

L’eccitazione era palpabile, la tavoletta poggiata in un panno di mussola, dava bella mostra di se nella scrivania del rettore. Piera non stava più nella pelle, un volume grande quanto una valigia sottobraccio e il viso arrossato dall’emozione accompagnavano una situazione ben più emozionante di quanto si aspettasse un’ora prima.

Il rettore, un personaggio dall’aria burbera e arcigna spostava lo sguardo da Piera alla tavoletta e scuoteva la testa come un “cagnolino no no” .

“Dott. Puxeddu dica qualcosa…” Fece Piera, impaziente di sentire cosa ne sarebbe stato della sua scoperta.

“Dottoressa, lei non doveva fare ricerche senza il mio nullaosta, lo sa? Sa che potrebbe perdere il lavoro sul sito per questo? E forse anche la cattedra?” Il viso di Piera diventò di tutti i colori e si affrettò a rispondere:

“Non ho fatto ricerche, è che…”quando Diana rivelò il pensiero che le provocava il buonumore: “Ho la fotografia della tavoletta” disse candidamente. “Non voglio sentire pretesti. Questa tavoletta andrà al museo, ma prima passerà un po’ di tempo in restauro, arrivederci Dottoressa!”

Con le braccia al livello del terreno e il morale ancora più sotto, Piera raggiunse i compagni d’avventura nella scalinata fronte l’ateneo. Li guardo e sollevò le spalle, come a dire niente tavoletta, ne scavi né altro!

 “Com’è andata?…ha…”

“Zitto Matthew, ho un diavolo per capello”

Diana che aveva capito la situazione, aveva un sorriso stampato in faccia che fece innervosire ancora di più Piera. Stava per sbottare

 

2° capitolo.

 

A casa di Diana, radunati intorno al tavolo del soggiorno, con una gigantografia della tavoletta in scisto sotto gli occhi, i tre amici cercavano di tradurre i caratteri incisi in quella che loro credevano fosse la lingua scritta del popolo sumero.

“Qua c’è bisogno di un esperto. La scrittura cuneiforme fu inventata dai Sumeri in Mesopotamia nel III millennio A.C. Una lingua che genealogicamente non è imparentata né con quelle semitiche, né con quelle indoeuropee. Il cuneiforme fu adottato dai Babilonesi, popolazione semitica, che si servì di questo sistema di scrittura fino al primo millennio a.C., con una serie di adattamenti e semplificazioni, fino alla scrittura semi alfabetica cuneiforme dell´impero persiano. Quindi, che ci fa una tavoletta con la scrittura sumera dentro una tomba precristiana?”

 Piera espresse i suoi pensieri ad alta voce.

“Diana, conosci qualcuno che studia questa lingua e potrebbe tradurre? Tu sei sempre in giro per il mondo per partecipare ai congressi”. Chiese Matthew.

Diana portò lo sguardo verso l’alto, non voleva chiamare Paolo, aveva avuto una discussione accesa l’ultima volta che si erano visti. Aveva promesso a se stessa di non avere più nulla a che fare con lui. L’aveva combinata grossa. Non gli perdonava di averle soffiato il lavoro alla rivista “Archeo”. Aveva scelto giornalismo come indirizzo, ma voleva conoscere anche l’archeologia, Piera Loy, sua zia, l’aveva iniziata alle gioie delle antichità sarde. E ora, all’età di 26 anni si ritrovava a mandare curriculum a tutti i giornali come reporter d’assalto per i misteri archeologici. Aveva avuto la possibilità di lavorare per Archeo, una rivista autorevole, ma Paolo, chissà come, le aveva soffiato il lavoro. Le aveva detto che lui aveva una marcia in più, e cioè la laurea in archeologia e un’altra in lingue antiche, non solo il biennio come lei, quindi le aveva consigliato di riprendere gli studi e laurearsi in archeologia.

“ Si lo conosco, ma non mi va di contattarlo”

“ E’ una persona di cui ci possiamo fidare?”

“Sì ma è odioso, anche se è il migliore nel campo”.

Matthew non poté fare a meno di commentare la spiegazione di Diana: “ Anch’io sono odioso, ma mi vuoi bene lo stesso! Fai uno sforzo, ti prego, chiamalo”

Diana gli mostrò un ringhio degno di un pitbull, e si chiuse in un silenzio ostinato.

“ Zia, a questo punto, lascia stare, per il capriccio della nostra “socia”, non possiamo andare avanti. Io non conosco nessuno e tu non puoi chiedere di nessuno, sempre che non voglia rischiare il lavoro.”

Diana si girò di scatto dicendo: “ Ok, va bene, ma ti do il numero di telefono e lo chiami tu. Siamo d’accordo?”

“ Mi rendi l’uomo più felice della terra, non è vero zia?”

Paola tirò un sospiro di sollievo vedendo che i ragazzi avevano raggiunto un accordo senza litigare. Annotò il numero del cellulare su un foglietto, salutò i nipoti e si diresse verso casa a pochi passi dalla Basilica di Bonaria.  Nel frattempo chiamò Roberto, suo marito. Gli raccontò in breve l’accaduto e del dialogo avuto con il rettore a proposito della scoperta. Roberto si lanciò in una serie di epiteti poco lusinghieri verso il rettore. Le chiese se avesse bisogno di lui. Sarebbe tornato in quel caso, e poi la salutò affettuosamente fissando un appuntamento telefonico per la sera.  Dopo venti minuti era arrivata a casa. Finalmente andò a dormire, era sveglia da ventidue ore e la stanchezza cominciava a farsi sentire. Una doccia e a letto, senza nemmeno mangiare un boccone. I suoni della strada attutiti dalle finestre semichiuse le fecero da ninna nanna e in breve si addormentò.

Erano le due del mattino passate da quindici minuti quando si svegliò di colpo. In dormiveglia pensò che magari la fame le stesse giocando un brutto tiro facendogli brontolare lo stomaco. Lo stomaco però non aveva rumore di passi. Scese dal letto e si avviò verso la cucina, guardinga e in allerta. All’improvviso una figura le sbatté contro facendola cadere e urtare la spalla contro il mobile del soggiorno. La figura in nero, incappucciata, si defilò dalla finestra, evidentemente da dove era entrata. Piera si rialzò spaventata e contusa, prese il cellulare e compose il numero dei carabinieri per denunciare l’effrazione.

I carabinieri arrivarono a tempo di record. Controllarono l’appartamento e dissero a Piera, di andare a fare denuncia l’indomani mattina in caserma e di portare con sé la lista degli oggetti mancanti. Andati via i carabinieri, Piera si guardò intorno e vide il soggiorno e lo studio annesso, completamente sottosopra. Mancava la borsa del computer portatile con dentro dei documenti, compresi i moduli rilasciati dai vigili del fuoco la mattina prima, dopo il sopralluogo alla Basilica di San Saturnino.

“La foto della tavoletta!!! era la dentro?”

Non ricordava, con quella confusione non sapeva se la foto l’avesse ancora Diana o l’aveva presa con sé per studiarla quella sera. Chiamò la ragazza, che con voce sonnolenta rispose che la foto era ancora sul tavolo in soggiorno. Alle spiegazioni di Piera, si risvegliò di colpo, e preoccupata chiese se poteva raggiungerla per farle compagnia.

“No grazie, resta pure a letto, non credo che avrò altre sorprese stanotte, anzi, stamattina, sono già le cinque.”

“No zia arrivo subito da te”.

Dicendo questo, stava già infilandosi la tuta e le scarpe per correre da lei. Prendendo la borsa, vide la foto della tavoletta, la arrotolò, la mise in un tubo da cianografia e se la mise sottobraccio.

Uscì da casa mentre albeggiava, la città si dipinse di un colore caldo e l’aria era fresca. Si sentiva la brezza del mare, a pochi passi dal porto la vita a quell’ora era frenetica e colorata. Arrivando in viale Bonaria rallentò la piccola corsa che aveva iniziato in via Roma trasformandola in un passo veloce e allungato. Le pulsazioni scesero e il respiro rallentò. Si fermò per fare un po’ di straching. Chinandosi per massaggiare il polpaccio vide con la coda dell’occhio un uomo in giacca e cravatta che correva verso di lei. Era in compagnia di un altro dall’aspetto non proprio raccomandabile. Un campanello d’allarme mise in guardia tutto il suo essere, non sapeva da cosa, ma era in allerta. Le pulsazioni ripresero a salire e con uno scatto da velocista riprese la corsa. Girandosi vide che i due avevano aumentato l’andatura e la seguivano.

 “ Avevo ragione!”

Con un balzo scese dal marciapiedi. Attraversò la strada rischiando di farsi investire e si diresse verso il bar dell’hotel Mediterraneo. A quell’ora in genere andavano a far colazione gli agenti della POLSTRADA che finivano il turno di notte. Infatti, non si era sbagliata:

nel bar c’erano tre agenti in divisa che prendevano il caffè.

Si avvicinò a loro e spiegò che due uomini la stavano seguendo dalla via Roma. Immediatamente si affacciarono nella piazzetta adiacente, videro appena i due uomini che salivano in un SUV partendo in tutta fretta. “Non si preoccupi signorina, può darsi che avevate lo stesso percorso, sono andati via”

Li ringraziò calorosamente e uscì dal bar.

Diana si avviò verso casa di Piera e dopo pochi minuti arrivò in via Milano. Suonò il campanello. La zia aprì quasi subito, era già pronta per uscire. Le raccontò ciò che era successo. Tutte e due preoccupate, andarono in caserma per denunciare l’effrazione di quella notte, raccontando anche l’avventura di Diana. Dopo varie rassicurazioni i carabinieri promisero di far di tutto per ritrovare i documenti trafugati la notte prima in casa di Piera. Uscendo dalla caserma, Piera, chiamò Paolo togliendo dagli impicci Matthew che aveva promesso a Diana di chiamarlo. Gli fissò un appuntamento per quella sera. Salendo su un taxi, prese una nota mentale di tutto ciò che dovevano fare per permettere a Paolo di tradurre la tavoletta.

Paolo, un ragazzo prodigio, all’età di soli ventidue anni aveva già conseguito la laurea in archeologia, iniziando poi il corso di letteratura antica e lingue morte. Laureato a pieni voti fu subito assunto dalla rivista Archeo per consulenze sugli articoli. Il lavoro d’ufficio però non soddisfaceva il suo bisogno di avventura e ogni estate si arruolava nell’esercito di ragazzi che scavavano, qua e la per il mondo, alla ricerca di antiche civiltà. Nella prima stagione di scavi dopo la laurea conosce Diana. Mentre stava per nascere una storia, Paolo aveva accettato il lavoro alla rivista Archeo. Aveva saputo poi che anche Diana era in lista per quel lavoro e aveva parlato troppo senza saperlo. L’aveva cercata, ma lei era già partita e non aveva potuto porre rimedio. Probabilmente le avrebbe ceduto il lavoro, pur di continuare a vederla.

3°capitolo

Quella sera si ritrovarono tutti riuniti in casa di Piera. Diana che guardava in cagnesco Paolo, che a sua volta abbassava lo sguardo evidentemente imbarazzato.  Piera e Matthew cercavano di smorzare l’atmosfera elettrica che si andava formando intorno ai due.

“Bene”, disse Piera sistemando la gigantografia sul tavolo del salotto.

Questa è la foto della tavoletta. All’università ci hanno impedito di portare alla luce alcune delle tombe presenti sotto la Basilica di San Saturnino. Con la foto fatta da Diana possiamo studiare il manufatto anche senza averlo qua. Potremo ottenere il permesso per continuare lo scavo dal ministero, scavalcando la burocrazia dell’università”

Paolo stava già osservando l’immagine

“Non l’avete pulita bene prima dello scatto”.

“Non credevo la sequestrassero. Scattavo foto solamente per documentare la scoperta” Rispose piccata Diana.

“Non intendevo criticare. Calmati, dicevo solo che è più complicato così” Diana finse di interessarsi a qualcosa d’altro per non rispondere. Rossa in volto, prese un taccuino e finse di scrivere qualcosa.

“Ecco questa che sembra una ragnatela, secondo me rappresenta una mappa. Qua, in questo punto, ecco vedete? Un fiume e un massiccio montuoso. Sembra la parte occidentale della Sardegna. Quella appena sopra l’iglesiente, ma non si vede bene, può essere ma può non essere.”

Paolo era assorto nell’esame di quella poteva essere una mappa o un’imperfezione della pietra. Decise, poi di passare alla traduzione dei caratteri incisi sulla tavoletta.

“Anche qua non è molto nitida”. Lanciò uno sguardo verso Diana aspettandosi un rimbrotto. “Comunque datemi un paio d’ore e cercherò di dare un significato a tutto questo.”

La sera passò con una lentezza esasperante. Tra un andirivieni dalla cucina al salotto di Piera. Caffè e the bancha scorrevano a fiumi. Meno male che le discussioni graffianti tra Diana e Paolo furono poche e in sordina. Verso le undici di notte, finalmente Paolo sollevò la testa dalla fotografia e spiegò cosa aveva trovato. Tradotto parzialmente, ma qualcosa l’aveva concretata.

“Avevo ragione, è una mappa e riporta al massiccio del Linas. Ma ha delle incongruenze, forse non è fedele a oggi, e c’è qualcosa che non quadra. I caratteri cuneiformi citano una zona ai piedi del Linas, ricca di minerali e di acqua. Si legge che una famiglia reale è a capo di una società progredita. Poi questo: Dal mare, verso il mezzo dell'intera isola, c'era una pianura. La più bella e la più fertile di tutte le pianure, e rispetto al centro sorgeva una montagna non molto alta...”.

“Infatti, sembra che ai piedi del presunto massiccio del Linas ci sia il mare, non la pianura del Campidano. Di che epoca stiamo parlando?>>

“Sei sicuro Paolo? Non è che hai fatto qualche piccolo errore?”

Intervenne Piera,

“No, no. Sicurissimo. Dice questo, e poi, guardate la mappa! Qua sotto c’è un’altra iscrizione. “ La miniera è il mezzo per la luce divina”… E ancora: la luce splende riflessa attraverso l’oricalco del gigante mandato dagli dei”

“Che cosa vorrebbe dire?” Chiese Diana.

“Ah, questo non lo so!”

La consapevolezza del fallimento, come una doccia ghiacciata, investì i partecipanti allo studio. Paolo si sentiva parte della loro sconfitta e voleva assolutamente trovare un modo per passare più tempo con Diana, per parlare, per spiegarsi. “La mappa fa riferimento a una zona dei boschi di Villacidro, dove c’erano le miniere d’estrazione di minerali dei nuragici. Andiamo a farci un weekend a Villacidro?”

 

4° capitolo

Inizia l’avventura

La giornata ventosa e umidiccia a causa dello scirocco li accolse appena fuori dall’auto. Risparmiati dall’aria condizionata che li aveva accompagnati per i quaranta minuti del tragitto Cagliari-Villacidro, l’impressione fu come se un muro d’acqua li avesse investiti bagnandoli fino all’osso. Il panorama era insolito quel pomeriggio d’ottobre. I colori degli alberi, il Monte Omo bruciato dai fuochi e dal sole svettava sopra di loro. Il sole faceva scintillare lo scisto. Sembrava che piangesse lacrime di solitudine.

 “Scisti cristallini e graniti rosati dominano l’intero paesaggio montuoso che si trova al centro di una ricca zona metallifera, ampiamente sfruttata dall’uomo sin dall’antichità, come testimoniano i resti di numerosi impianti minerari disseminati nella zona. Proprio uno di questi, Canale Serci, è la nostra meta.”

Disse Paolo.

“Secondo la mezza mappa, perché non l’avete pulita del tutto prima di fotografarla - incisa sulla tavoletta - la zona che dobbiamo cercare è qua”.

 Gli sguardi opachi e assenti, espressioni dovute al caldo umido di ottobre, di Diana e Matthew lo lasciarono senza parole. Piera continuò:

“Non siamo qui per cercare di capire che ci faceva una tavoletta del periodo nuragico in una tomba precristiana?”

Gli sguardi dei due diedero di nuovo segno di vita e sorrisero imbarazzati.

“Che c’è?” Ribatté Paolo

 “Stavamo pensando che è meglio pranzare e poi andare verso le montagne. Sia mai che ci si perda, meglio avere lo stomaco pieno!” Diana sembrava avesse perso il rancore verso Paolo.

 Con il solito entusiasmo prese la macchina fotografica e cercò qualche nuovo soggetto. Propose di passare da “Su Dominariu de Sarais” dove aveva passato momenti bellissimi con i nonni, nei suoi primi anni di vita. Diana figlia della sorella di Piera era stata cresciuta nella fattoria dei nonni paterni a Su Dominariu, insieme agli animali e agli ulivi millenari. Aveva sempre sentito un richiamo fin dentro l’anima per quella fattoria. Molte notti sognava di volare intorno ai meravigliosi cedri del Libano piantati nel lontano 1934. Di raccogliere il rosmarino e l’elicriso che cresceva solo li, in nessun’altra parte della zona. La mattina dopo questi sogni si svegliava rinvigorita, trovando la soluzione a problemi che l’assalivano durante il giorno.

 Diana sapeva che certe leggende parlano di località come Villacidro. Paesi che attirano i curiosi, magari perché sperano di vedere le streghe, o le fate. Luoghi che sono stati teatro di disgrazie e sono permeati di superstizioni. Uno di questi luoghi è proprio Villacidro, il paese, dove si trova “ Su Dominariu”. Un appezzamento dove si trovano i ruderi di una vecchia fattoria sulle rive di un invaso formato dalla diga sul Rio Leni a Villacidro. E Diana di questo, ne era assolutamente convinta. Tutti in paese la pensavano come lei, o quasi tutti, e avrebbe voluto approfondire queste leggende, ma arrivata all’adolescenza il suo interesse per la zona scemò in favore degli studi. Le mancavano molto i nonni e si sentiva legata a doppio filo a Su Dominariu ma la vita l’aveva portata lontano.

Più tardi, presa la via per Monti Mannu, Paolo prese a descrivere la zona:

“ Tracce di attività estrattiva risalenti al periodo nuragico sono state rinvenute nel 1873, si tratta di brevi e rudimentali gallerie con cumuli di materiale già scavato e di una notevole quantità di cassiterite. La struttura si trova in piena montagna, nel demanio di Monti Mannu. Ciò che in questo momento rimane della miniera è avvolto da una lussureggiante e ricca vegetazione. I Nuragici disponevano di almeno cinque miniere di stagno in giacimenti primari come i solfuri, e sotto forma di cassiterite. In particolare sfruttarono la miniera di "Canale Serci" di Villacidro, la più ricca d'Italia, dove ancora oggi ci sono stimate riserve che superano le centomila tonnellate.” “E il gigante dove sarebbe?” disse Diana di rimando. Infatti, nessuno capiva chi e dove fosse questo gigante.

Percorsero la strada che costeggiava il lago Leni, attraversarono il ponte che segnava i confini di Villascema con la strada de “Is campus de monti” e si ritrovarono a girare a sinistra verso “Su Dominariu”

Un ometto piccolo e magro li accolse, Diana volò tra le sue braccia. “Tziu Ladreddu” disse con entusiasmo. “Quanto tempo, ma sei sempre lo stesso, non invecchi mai!” L’ometto abbracciò la ragazza che in quel momento emozionante era tornata bambina. Ladreddu invito lei e i suoi amici ad accomodarsi nella veranda antistante alla costruzione. L’edera verdissima e la macchia mediterranea profumata li accolsero nei profumi intensi e avvolgenti. Si sedettero all’ombra di un ulivo millenario circondati dal profumo dell’elicriso “Montelinasarum” una specie di elicriso endemico della zona e dall’odoroso rosmarino delle siepi vicine.

Tziu Ladreddu servì il caffè e il famoso liquore Villacidro a base di zafferano.

“Allora bimba mia, che ci fai qua con questa bella gente?” domandò Ladreddu. Raccontarono in grandi linee che stavano andando a cercare nuraghi e tombe sul Linas, a Monti Mannu per una ricerca per il dottorato di Paolo. “Allora vi posso dare una mano, o meglio vi posso indicare alcune rovine, che altri non hanno ancora scoperto”. Vi disegno una mappa del sentiero, dovete portarvi sulla sommità che guarda la laveria di Canale Serci, poi proseguite con la mappa che vi darò.”

“Grazie Tziu Ladreddu come il solito sei prezioso. Con aria sognante Diana si lasciò andare alla memoria: “Ti ricordi delle favole che mi raccontavi, delle Janas che abitavano qua intorno? Io alla fine credevo anche di vederle e ci giocavo. Mi divertivo a raccogliere i fiori del rosmarino insieme con loro, inventare incantesimi e correre a perdifiato.”

“Forse non le hai sognate bimba mia”

Piera sorrise, l’ometto era l’unico guardiano de Su Dominariu. Da quando erano morti i nonni di Diana, la solitudine era diventata la sua compagna di vita, e vecchio com’era, doveva essere alle porte della senilità. A un certo punto delle chiacchiere, Diana ebbe un momento di assenza, le voci provenivano ovattate dal gruppo di fronte a lei. La sua vista si appannò e al posto della casa tanto amata apparve una nebbiolina bianca luminescente con il viso di Tziu Ladreddu. Le diceva che era il momento di essere se stessa e di non aver paura, lui le sarebbe stato vicino. In  quel momento un amore dimenticato tra le pieghe del tempo, la travolse, amore protezione, fede, sensazioni uniche provate solo nella sua infanzia e poi sparite. All’improvviso la conversazione degli amici con Ladreddu si fece più chiara e continuò come prima. Pensò di essere stanca, il caldo di quella mattina di ottobre non era normale per quella stagione, doveva averle fatto scendere la pressione. Con questa convinzione salutò Tziu Ladreddu congedandosi e promettendogli che sarebbe tornata a fargli visita presto.

Arrivarono a destinazione a Canale Serci, scesi dall’auto e chiesto il permesso di visitare la miniera agli agenti della caserma della forestale, si avviarono verso la costruzione semidistrutta. La miniera di Canale Serci fu chiusa nel 1947 perché il suo sfruttamento era ormai diventato antieconomico.

Della miniera rimanevano ancora numerose testimonianze di edifici e strutture. Un tempo usate come alloggi per i minatori, ora l'edificio della direzione, attualmente ristrutturato è stato adibito a uffici dell'Ente Foreste della Sardegna. Lì intorno erano visibili numerose gallerie e discariche che rendevano la zona molto pericolosa.

“L’edificio è pericolante, non entrare sarebbe la cosa migliore”, Intervenne Matthew,

“Gli agenti non erano tanto d’accordo, cerchiamo di rispettare i divieti”

“Sei un’Indiana Jones fallito”, lo schernì Paolo. In silenzio superarono l’edificio in rovina e avvistarono l’imbocco di un pozzo, ma non era accessibile per via di un cancello con lucchetto. Evidentemente messo lì allo scopo di tener fuori i curiosi.

“ E’ chiuso, aggiriamolo, magari vediamo qualcosa d’interessante, anche se sembra di cercare un ago in un pagliaio” Paolo aprì la mappa disegnata da Ladreddu e presero il sentiero contrassegnato che aggirava la galleria della miniera.

Il sentiero, agevole, costeggiato da lecci e da corbezzoli piegati dal vento si estese per circa 5/6 Km. All’improvviso si chiuse, deviandoli in un sentiero strettissimo battuto solo dalle capre e dai cervi.

“ Hei, guardate, rocce squadrate, possono essere resti di un nuraghe?”

“Si, credo di si”, disse Diana “sono le rovine disegnate nella mappa. Stiamo andando bene…”,

Nel momento in cui stava per aggiungere qualcos’altro, inciampò e cadde lunga distesa sopra un cespuglio di elicriso, profumando l’aria intorno a loro. Alzandosi mise un piede in fallo, la caduta la trascinò giù per un buco profondo almeno due metri. Per fortuna non era a picco, ma leggermente in discesa e la caduta non le procurò danni, ma solo un grande spavento. “Diana, ti sei fatta male? Aspetta che ti aiuto” disse Paolo, cercando di scivolare anche lui dentro quella voragine. “No, aspettate non ho bisogno d’aiuto. Venite, è una galleria della miniera.”

 

5° capitolo

Muniti di caschetto da minatore e buona volontà il gruppo scese dentro il pozzo. Percorsi alcune decine di metri, si accorsero che quello non era un pozzo minerario. Era una galleria scavata tempo prima, forse dai bracconieri per avere un riparo dalle intemperie e dagli occhi indiscreti delle guardie forestali. Infatti, all’interno c’erano resti di un bivacco non troppo lontano nel tempo.

“Usciamo e cerchiamo di fare il punto.”

La delusione di Piera frenò l’entusiasmo dei ragazzi.

All’improvviso il terreno franò sotto i piedi di Matthew e Paolo, trascinandoli verso il basso. La caduta non durò a lungo. Il pozzo era obliquo come quello precedente, ma più lungo.

Una colonia di pipistrelli sbatteva le ali intorno a lui, sibilando.

Poi Matthew, con voce roca e spezzata, gridò: «Oddio!»

Matthew percepì subito il movimento dei pipistrelli e abbassò la torcia, ma i pipistrelli disturbati scapparono con i caratteristici squittii. Timidamente puntò la luce sul soffitto illuminando anche Paolo che guardava stupefatto il soffitto.

Sulla sua testa campeggiavano un dipinto della volta celeste con i pianeti e la Via Lattea, a sinistra, solitario, un gigantesco toro rossiccio, lanciato al galoppo verso il fondo della caverna, con le zampe posteriori a terra e le anteriori nell’atto di rampare. Aveva la testa bassa, le corna protese con fare combattivo e le narici aperte.

Più avanti, su ambedue le pareti, c'erano cervi giganteschi, con palchi di corna grandi la metà del corpo, e con le teste dritte, gli occhi stravolti e le bocche aperte per bramire.

“Heiiiii ci siete? State bene?” Diana gridò, agitata e preoccupata per la sorte dei suoi amici. Piera, preoccupatissima, guardava il buco scuro da dove emergevano le voci lontanissime.

“Scendete, state attente si scivola. Non immaginerete mai cosa c’è quaggiù Mentre osservavano i dipinti rupestri arrivarono Diana e Piera unendosi alla loro meraviglia.

La grotta proseguiva in lunghezza, e il gruppo continuando l’esplorazione, incontrò altri disegni rupestri che raffiguravano una mappa ben nota: Posidonia, capitale di Atlantide secondo la descrizione fattane da Platone.

Il silenzio tra loro sembrava più pesante dell’aria, nessuno osava fiatare. All’improvviso un flash illuminò la caverna, si girarono tutti insieme verso Diana che diventò rossa come un peperone.

 “Che c’è? Devo fotografare, non posso lasciarmi sfuggire tutto questo”

“Non con il flash, aggiunse Paolo, usa il digitale, no?”

“Questi disegni, non credo siano recenti, ma nemmeno molto antichi, qualcuno ha pensato di escogitare una burla”

“No Paolo, guarda, il monte dietro Posidonia, sembra proprio il massiccio del Linas, ho paura a dirlo, ma sembra che abbiamo fatto una scoperta straordinaria”.

Matthew puntò la torcia verso il fondo della caverna che si apriva come una piazza, disturbando altri pipistrelli notando che la caverna diventava più alta. Sembrava una cupola geodetica, perfettamente tonda, o almeno quella era l’impressione. Al centro della grotta un laghetto circolare, immobile come uno specchio. L’acqua non si sentiva sciabordare, al centro una specie di manufatto, sembrava un altare, ma non ci si arrivava camminando, bisognava bagnarsi.

“D’accordo” intervenne Piera “Facciamo il punto della situazione. Venite qua, Matthew avvicinati, punta la torcia sulla foto della tavoletta. Da ora, e dico ORA, nessuno di noi deve fare un altro passo senza pensare alle conseguenze. Concordo con l’euforia della scoperta, ma non dimentichiamoci che siamo studiosi e non predatori di tombe o vandali!”

Matthew puntò la torcia sulla foto evidenziando la mappa antica da dove era partito tutto quanto. “Ecco, qua sembra che ci sia il mare come nel dipinto. Il tratto dei monti del dipinto e della tavoletta si somigliano. Sembra infatti, il massiccio del Linas, ma non possiamo esserne sicuri. Dobbiamo tornare dal rettore e convincerlo a fare un piano di scavi. Dopo la scoperta dei dipinti rupestri credo che non abbia nulla da obbiettare. “Nonostante il suo discorso responsabile, la stessa Piera non credeva una parola di quello che aveva appena affermato. Infatti, tutti la guardavano con incredulità e Paolo stava per aggiungere qualcosa, quando un rumore di un petardo e subito dopo un tonfo, li fece voltare. Corsero verso l’imbocco del tunnel giusto in tempo per vedere un polverone avanzare verso la grotta e investirli rendendoli bianchi come fantasmi.

“Che è successo” disse Diana. Matthew andò verso il tunnel da dove erano entrati e con un sonoro ” porca miseria”, decretò che era franata la volta della galleria. “Chiamo i vigili del fuoco, spero che ci sia campo” Paolo prese il cellulare e cercò di digitare il numero del pronto intervento. Il cellulare non dava segni di linea, erano sottoterra, circondati da rocce ferrose.

“E ora?” Diana stava cedendo al panico.

“Calmi, stiamo calmi e pensiamo: se c’erano i pipistrelli un’altra uscita ci deve pur essere”

“Hai ragione Paolo, cerchiamo di individuarla”

Voltarono le torce verso la volta, non c’era nemmeno l’ombra dei pipistrelli, erano volati via durante i primi cinque minuti della loro intrusione verso l’interno della grotta. “Dobbiamo aspettare che ritornino al tramonto, è quasi L’una. Aspettare ci può tornare utile. Cerchiamo di catalogare i dipinti, fotografarli e se siamo fortunati trovare altri reperti” Paolo, che era stato in diversi campi di scavo, non si perse d’animo e cercò di tenere occupato il resto del gruppo. Piera consigliò di risparmiare le batterie delle torce, e propose di mangiare un boccone, attingendo alle provviste che si erano portati dietro per l’escursione.

Seduti in cerchio, ripercorsero i fatti che li avevano condotti a quel punto, d’improvviso Diana si alzò e andò verso il laghetto. L’acqua limpida era affascinante, si vedeva il fondo ed era invitante, mise le mani a coppa, le immerse e bevve un sorso di quell’acqua cristallina. Gli amici la guardarono sorridere, fece una smorfia e disse:

“Buonissima!, è fresca al punto giusto, molto gradevole”

“Potrebbe essere inquinata da batteri e protozoi, non dimenticare che qua vive una colonia di pipistrelli!”

“No, è troppo limpida, poi non sembra stagnante deve essere alimentata da una sorgente sotterranea, venite, assaggiatela.”

Uno dopo l’altro s’inginocchiarono in riva al laghetto e bevvero l’acqua cristallina, riempiendone anche le borracce.  

Dopo la pausa si misero a catalogare i dipinti rupestri e a esplorare la grotta in lungo e in largo. Stavano aspettando il ritorno dei pipistrelli per individuare l’uscita, quando Diana li chiamo dal fondo della caverna, oltre il laghetto. Informò il gruppo che aveva trovato un altro tunnel. I compagni d’avventura arrivarono di corsa e si accalcarono davanti all’apertura nella roccia. Facendo pochi passi al suo interno, scoprirono che anche in quel tunnel c’erano dei dipinti. Questa volta raffiguranti navi e arcieri, pugilatori e dee madri. Altre figure non identificate, ritratte con colori vividi e così ben conservate da sembrare dipinti il giorno prima. Un panorama con la montagna alle spalle di una città costruita al centro di tre cerchi concentrici separati da canali che erano alimentati da un mare non riconoscibile. Le costellazioni di Orione e dell’Orsa Maggiore separati da una ziggurat con una V verso la ziggurat e sulla sommità, nella parte larga, una piccola costellazione sconosciuta. Stupiti da quei disegni e cominciando a credere che di li a poco la storia della Sardegna sarebbe stata riscritta, proseguirono in silenzio, ammirando i disegni così precisi e colorati che sembravano prendere vita intorno a loro.

 

6° capitolo

Mentre il gruppo si avventurava nelle viscere della terra, in città, e precisamente all’università, c’era chi tramava contro: Un individuo in giacca e cravatta con scarpe di Armani e ventiquattrore Samnsonite, conversava in un salottino privato all’interno di una biblioteca che annoverava tra i suoi libri, edizioni di un valore inestimabile. Il suo interlocutore sembrava un cane bastonato che implorava perdono al padrone.

“Non ha fatto abbastanza Puxeddu. E soprattutto l’ha fatto in modo approssimativo, doveva fermarli!”

“Lo so…” Replicò il rettore

“Credevo che dopo la lavata di capo, Piera Loy si fosse rassegnata”

“I suoi uomini hanno fallito, dopo che mi aveva assicurato che il problema è stato risolto alla radice. Ora ci penso io, ma non intendo altre interferenze in questa faccenda”

“Si, si, le assicuro che non ci saranno più problemi”

”Me lo auguro per lei!”.

Intanto nella grotta a Monti Mannu, le ore passavano e il gruppo continuò incessante l’esplorazione delle caverne che sembravano moltiplicarsi. A un certo punto, Piera fermò gli amici, li incitò ad ascoltare. Si sentiva un fruscio, sembrava vento tra gli alberi, acqua, oppure… Matthew pregò che fossero vicini all’uscita, spaventato dalla prospettiva di rimanere sepolto vivo.

“Una luce, mi sembra di vedere una luce. Spegnete le torce, così vediamo da dove arriva, e se è una luce” Esclamò Paolo. Spensero le torce e una volta abituati all’oscurità distinsero una luminosità in fondo alla grotta che stavano esaminando. Presero gli zaini, il materiale raccolto e si avviarono verso la luce. In pochi minuti raggiunsero un pertugio che dava in superficie, filtrava luce e il rumore di acqua, sembrava un ruscello, anche se da lì non si capiva bene. Si arrampicarono fino a raggiungerlo, attraverso rocce probabilmente franate in altri tempi. “Finalmente usciamo da questo buco, ma non facciamo l’errore della scoperta della Basilica però…”

La frase gli morì sulle labbra. Matthew rimase con la bocca aperta, ammutolito dallo spettacolo che gli si parò di fronte agli occhi: erano arrivati sulla cima di una montagna dove i resti di un nuraghe ben conservato li accolse. Il panorama a perdita d’occhio della valle del Cixerri dimostrava che avevano camminato almeno una decina di chilometri sottoterra. La zona era quella, ma non combaciava con il nuraghe. In quella posizione sarebbe dovuto esserci il tempio punico, non il nuraghe. E nemmeno una sorgente con relativo ruscello. “Dove siamo finiti? Riconosco la zona, ma i punti di riferimento sono cambiati” Diana fu la prima a dare voce ai dubbi di tutto il gruppo.

 “Non importa, ci penseremo dopo” disse

“Scendiamo,la strada è laggiù, sta facendo sera, poi vedremo di raccapezzarci con i punti di riferimento”

Paolo fu il primo a scendere dalla collinetta dove si trovava il nuraghe, seguito uno dopo l’altro dai compagni d’avventura. Pensieroso non bado a ciò che Diana, invece vide sulla destra del sentiero costeggiato dal rocciaio “Fermi, guardate qua, sembrano anelli di ferro” anelli di ferro con il diametro di circa quaranta cm erano murati alla parete di roccia, gli stessi anelli che servivano a tenere ancorate le barche nei porti fenici. “Non ci siamo, qua ci sono troppe cose che non combaciano. Il nuraghe al posto del tempio punico, anelli che non ho mai visto, eppure sono stato molte volte qua” Paolo era confuso, gli altri si guardavano attorno e intanto la sera scendeva sulle montagne e sulle loro domande!

“Fa buio” Intervenne Matthew, “torniamo nella grotta, almeno saremo al riparo dal freddo”. Il gruppo fu d’accordo, anche se non erano entusiasti della scelta, ma era la migliore delle opzioni che potevano scegliere. Non avevano cibo, ma almeno l’acqua c’era. Quella stessa acqua che, ipotizzò Piera tra se, poteva essere la causa della visione artefatta del panorama. Comunque dovevano aspettare fino all’alba del giorno dopo. Sarebbero scesi fino a trovare un po’ di campo nei cellulari e avrebbero chiesto soccorso. Si sedettero in cerchio con gli zaini sulle spalle per proteggersi dall’umidità della notte e tirarono le somme il che li portò ad avere le idee ancora più confuse. Chiacchierando con entusiasmo e con paura ripercorsero la loro avventura e le loro scoperte. Il sonno si fece sentire dopo un paio d’ore e cercarono di dormire poggiati l’uno all’altra. Paolo e Diana sotterrarono l’ascia di guerra e chiacchierarono ancora un po’ mentre gli altri sembravano già nel mondo dei sogni. Diana a un certo punto diventò rossa d’imbarazzo e disse che aveva bisogno del bagno, e si allontanò verso l’interno della grotta. Pochi secondi dopo si sentì un urlo che svegliò il gruppo dal sonno appena arrivato. Paolo fu il primo che arrivò da Diana, che tenendosi la testa, controllava un bernoccolo provocato dall’urto dello spuntone di roccia. Fissava un incavo nella parete che conteneva una scatola di pietra lunga circa un metro e largo cinquanta cm. Il coperchio di pietra messo di traverso faceva intravedere un teschio umano circondato da modelli di barche nuragiche, bronzetti raffiguranti la dea madre, e una miniatura di un gigante simile a quelli di Monte Prama, alto circa venti cm. Tutti puntarono le torce verso l’incavo, stupiti dal ritrovamento. Matthew prese il coperchio e lo posò per terra, chiese a Paolo di aiutarlo a tirar fuori il sarcofago. Lo tirarono fuori con cautela anche perché era molto pesante, appena posato sul pavimento la parete di roccia che lo conteneva, si incrinò visibilmente franando su se stessa facendoli arretrare appena in tempo per non essere travolti. La grotta si riempì di polvere, e si senti la voce di Diana che li rimproverava dicendo che non erano ragazzini. Avrebbero dovuto accertarsi della solidità della roccia prima di compiere qualche atto pericoloso. Si lamentò di non aver scattato nessuna foto prima del crollo e che ora era tutto andato. La polvere si diradò tra lamentele di Diana e “State tutti bene?” da parte dei componenti del gruppo.

“Guardate!!!” Piera puntò il dito verso la roccia crollata rivelando una parete levigata con venature di quarzo e oro. Lo stupore della scoperta fece calare il silenzio tra i quattro esploratori che si avvicinarono all’inaspettata formazione rocciosa. Avvicinandosi sentirono un fischio sordo, come quando si entra in una camera pressurizzata. La parete si mosse, percorsa da onde concentriche che partivano dal centro. Sparirono lentamente facendo intravedere un corridoio di pietra nera lucida. Entrarono, come ipnotizzati dentro quel corridoio. All’improvviso il corridoio sparì lasciando il posto a una piazza con al centro una statua su un piedistallo. Un gigante, uguale a quelli di Monte Prama, ma con dei dischi dorati al posto degli occhi cerchiati. Paolo puntò la torcia sugli occhi che luccicavano

“L’oricalco del gigante”, disse, cadendo in ginocchio sopraffatto dall’emozione. La luce della torcia del casco da minatore riflessa sugli occhi del gigante fece scattare un meccanismo all’interno del piedistallo. Si senti chiaramente un altro fischio, questa volta meno intenso e tante piccole luci uscirono da sotto i piedi della statua. Queste formarono una serie d’immagini che muovendosi come fotogrammi di un film cominciarono una descrizione di un popolo scomparso da millenni.

Vista dall'alto, sembrava quasi una moneta poggiata in un pezzo di mare. Era un'isola quasi interamente ricoperta di verde, alle spalle la montagna, al centro una costruzione che ricordava una piramide quadrata, con la punta mozza. Foreste, prati, e canali che la circondavano ad anelli. Era la Mitica Atlantide di Platone descritta nel Krizia. Nei prati piccole costruzioni adiacenti ai porti, dove navi per il commercio erano attraccate, torri che erano somiglianti ai nuraghi, con il tetto a tolos, ai lati di ogni ponte che attraversava i canali per andare verso la costruzione centrale. Figure che si muovevano indaffarate. La montagna alle spalle era ricca di boschi e di acqua punteggiata da nuraghi collegati con piccole mulattiere. Il punto di vista dell’inquadratura scendeva, trascinando con sé il gruppo ammutolito, come se loro stessi fossero parte della scena. Riprendendo le faccende degli abitanti di quest’isola, fino al centro, entrando nella grande costruzione di scisto nero. A sinistra e a destra delle mura c’erano delle vetture, sembravano auto, ma più slanciate, somigliavano a piccoli aerei argentei senza ruote e senza ali. L’ologramma li portò direttamente in una sala, dove dodici giganti seduti in cerchio parlavano una lingua misteriosa, le espressioni simili alle statue di Monte Prama, sembravano preoccupati. Al centro dell’assemblea un altare, con un cristallo gigantesco, che ruotava lentamente su se stesso. I giganti tolsero la lingua di fuori incrociarono le braccia al petto e intorno all’assemblea si levò una nebbia sottilissima e subito dopo un enorme disco grande quanto la sala sollevò il conclave, il cristallo sprofondò e tutto quanto sparì come se non fosse mai esistito. Un rombo li fece tremare ma subito compresero che era parte dell’ologramma. La ripresa era di nuovo in alto, si scorgeva in lontananza da sud, un’onda enorme, sembrava alta più di duecento metri, i piccoli veicoli intravisti nel cortile dell’edificio centrale presero il volo. Le figure che si davano da fare intorno al porto scapparono in tutte le direzioni. Ma non c’era più nulla da fare, l’onda stava arrivando. In una manciata di secondi quel mondo così lontano sparì di colpo, lasciando una distesa d’acqua punteggiata da relitti.

L’ologramma si ritirò lasciando una traccia di nebbia luminosa e un’emozione palpabile.

“Abbiamo visto tutti?” Paolo fu il primo a riprendersi dall’evento.

“E’ incredibile, dobbiamo uscire subito da qui per chiamare l’università, i media, le autorità, non si può lasciare nascosta questa meraviglia…”

Diana non smetteva di parlare e Piera ancora scossa, pensò che gli incidenti, la reazione del rettore e altri piccoli segnali, prendessero un diverso aspetto dopo quello che avevano visto.

“Calmi ragazzi, Diana, fai delle foto e poi nascondi la memory card, mettine un’altra nella macchina. Cercate di nascondere gli appunti e la catalogazione dei reperti che abbiamo visto. Matthew e Paolo cercate il modo di farci tornare al più presto a casa. Mi raccomando, non fatene parola con nessuno”

Finito di dare le direttive, Piera recuperò le sue cose e le mise nello zaino, tolse la borraccia e ne bevve un sorso. Per prima prese il tunnel per il rientro seguita da Diana, Matthew e Paolo in coda. A metà tunnel Paolo, si accorse di aver lasciato la borraccia per terra vicino al gigante e corse indietro per riprenderla. La borraccia era a due passi dal piedistallo, il gigante lo guardava fisso con quegli occhi d’oro. S’inchinò per riprendere la borraccia e qualcosa gli cadde in testa, era un cerchio d’oro, il gigante aveva perso il suo occhio luminoso. Fece per chiamare i suoi amici, ma decise di mettersi in tasca il cerchietto di metallo, pensò che comunque il gigante ne avesse un altro, e quello “preso in prestito”, gli poteva servire per datare la fusione del metallo. Tornò indietro di corsa, raggiunse i suoi amici che in quel momento stavano scavalcando le rocce franate. Appena fuori dalla frana si girarono e videro la parete di roccia che con le sue onde concentriche si richiuse lasciando una parete di roccia liscia. Non si poteva certo immaginare che ci fosse un’apertura verso un mondo incredibile.

Le ore che seguirono furono concitate e piene di domande senza risposta, di preoccupazioni e di esaltazione. Uscirono finalmente dalle grotte, che l’alba si stava affacciando all’orizzonte. Impolverati, sporchi e affamati ripresero la discesa verso il paese guardando continuamente la linea del cellulare per poter chiamare finalmente i soccorsi. Diana si accorse che l’ambiente era cambiato, non sapeva dire come, ma era cambiato. A un certo punto Paolo si accorse di qualcosa e disse “ Ecco, questo è il tempio punico che conoscevo, qualche ora fa c’era un nuraghe, credo che stanotte sia avvenuto qualcosa che non riusciremo a spiegare fino in fondo, anche questo ci voleva ora!”

Mentre Piera pensava di aver avuto ragione, una risata liberatoria, alle parole di Paolo, esplose nel gruppo

La risata comune alleviò lo stress e decisero che avrebbero ripreso il discorso di quello che era avvenuto, appena si fossero riposati e mangiato qualcosa.

Presero il sentiero del ritorno, che dalle tombe di Matzannì portava alla strada di Gariazzo e da lì a “Su Dominariu”.

 

7° capitolo

Il rettore dell’università di Cagliari era a colloquio con il sindaco, quando il suo telefono trillò: “Pronto? Si sono io, …. Senta Dottoressa Loy, le avevo detto di non proseguire con … Come? Ora dove siete? Sì, ho capito…no vado io da lei, mi aspetti là”

Chiuse il cellulare e digitò un altro numero. “Buonasera, ci sono dei problemi…si lo avevo detto, ma risolvo tutto io….si ne sono consapevole….Sto andando a prenderli a Villacidro, si sono fermati là, sono scesi a piedi dalla montagna… Sì, gli porterò via tutto, e sarà come se non fosse mai successo. Le comunicherò il risultato tra poche ore”

Piera mise giù il telefono, guardò gli altri e pensò che forse stesse facendo un grande errore. Avvisare il rettore solo dopo aver parlato con il suo avvocato, la faceva sentire paranoica, ma il ricordo dei fatti successi qualche giorno prima non la abbandonava e voleva sentirsi sicura almeno un po’. Aveva ricordato ai suoi compagni d’avventura di nascondere il materiale portato giù dalle grotte, e aveva ripassato con loro le ventiquattro ore precedenti mentre mangiavano un panino seduti in compagnia di Tziu Ladreddu. I ragazzi avevano annuito rassicurandola. Diana conoscendo più che bene la casa, aveva deciso di ricorrere al suo nascondiglio preferito, dove lasciava i messaggi alle sue amiche Janas. Entrò nel salone padronale si avvicinò al caminetto con le colonnine ai fianchi, appena dietro la colonnina di sinistra c’era un mattoncino rettangolare che spostandosi rivelava un vano abbastanza grande da farci stare una scatola di circa 10 cm quadri, nascose lì la memory card della sua reflex. Tornando nella veranda, vide i suoi amici uscire dalle stalle, e tornare al tavolo.

Il rettore arrivò con un Suv passo lungo e li fece salire in auto. Mentre li accompagnava alla caserma della forestale per riprendere l’auto pretese una spiegazione immediata. Piera prese la parola e spiegò l’avventura fin nei dettagli, ottenendo una lunga risata di scherno e un “non ci credo” a volume troppo alto!

“Avete delle prove? Sa, prima di arrivare sulla montagna, spendere risorse e tempo, vorrei qualche prova”.

 “Certamente, ma non qua” rispose Piera. A quel punto il rettore mise in moto promettendo un licenziamento in tronco alla Dottoressa e probabilmente anche una denuncia per gli altri, per cosa ci avrebbe pensato in seguito, a suo dire non voleva essere preso in giro da quattro scalmanati.

“Le prove le faremo presenti tra qualche giorno, non tema. La sua arroganza ha portato l’archeologia sarda agli ultimi posti in Italia, se ne pentirà di aver detto questo” E con l’atmosfera da omicidio, il gruppo viaggiò verso Monti Mannu.

Il giorno dopo nel pomeriggio Paolo e Diana andarono a Villacidro, a trovare Tziu Ladreddu.

 Ladreddu li informo che nella notte c’era stato un incendio che aveva coinvolto le stalle. Diana andò di corsa a cercare la sua memory card, nel camino del grande salone, scoprendo che il suo tesoro non aveva subito nessun danno.

Intanto a Cagliari:

Il rettore offrì il caffè al suo ospite seduto in poltrona. “Dott. Puxeddu ha rimediato ai suoi errori, mi congratulo”

 “Per fortuna sono venuto a sapere, dove avevano nascosto i reperti e ho mandato a ritirarli. Questa notte anche la questione grotte sarà risolta, sarà bonificato tutto quanto, cercheremo anche altri ingressi facili da scoprire e li chiuderemo”

La nostra confraternita è estesa a tutto il pianeta, lei lo sa bene, ma la Sardegna è il centro della nostra cultura. I nostri avi devono riposare in pace, non si può turbarli con degli scavi per cercare qualche bronzetto”

 “Non si preoccupi Dott. Melkart, abbiamo tutto sotto controllo, gli abitanti della terra devono restare all’oscuro della nostra presenza. Solo alcuni possono accedere alla conoscenza”.

Paolo era costernato, Piera era disperata, Diana non aveva ancora rivelato che la sua parte di prove era illesa “Piera, non è ancora detta l’ultima parola, torniamo alle grotte, ormai sappiamo da dove si può entrare, rifaremo tutto” Paolo cercò di rincuorarla, ma sembrava non riuscirci.

“Domani andremo alle grotte, più attrezzati e la sera stessa saremo pronti per l’appuntamento con il rettore. ”Va bene, ma non sono sicura che potremo rifare tutto, ho la vaga impressione che i fatti accaduti non siano coincidenze, ma il piano di qualcuno che non vuole portare alla luce questa scoperta”

Il giorno successivo di buon mattino, armati di zaini contenenti macchina fotografica, blocchi da disegno e computer palmari, salirono in auto e arrivarono alle tombe di Matzannì. Le superarono, parcheggiando. Scesero dall’auto e si misero in cammino. Dopo venti minuti arrivarono nel punto in cui la mattina precedente erano usciti dalla grotta. Non trovarono l’accesso, ma una frana che scendeva dalla collina sovrastante formando cumuli di detriti che superavano in altezza gli alberi vicini. Lo sconforto li prese costringendoli a sedere, Diana pianse in silenzio, Paolo diede un pugno contro un moncone d’albero, Matthew non riuscì a dire nulla e Piera non seppe dire altro che. “ Mi devo cercare un altro lavoro”.

Mestamente ridiscesero la montagna e arrivarono in città, nessuno disse nulla, ognuno fece ritorno a casa propria. Paolo entrò in casa sbattendo la porta imprecando fra se. Entrò in bagno e vide gli abiti del giorno prima per terra, si era spogliato distrattamente per farsi la doccia e non aveva messo i jeans a lavare, li raccolse e senti un tintinnio per terra, pensò fossero le chiavi dell’armadietto della palestra, si chinò per cercarle e vide una cosa che non avrebbe mai sperato di vedere: l’occhio del gigante!!!

Quella notte Diana sognò di volare sulla fattoria della sua infanzia, volava con le Janas, sue amiche da sempre. Vide Tziu Ladreddu che le sorrideva e le carezzava il viso, la nonna morta da tempo le offriva un rametto di rosmarino, la luna piena l’accompagnava carezzandole dolcemente i capelli, lei bagnava il rosmarino nel Rio Leni e si trasformava in tante piccole luci. Sognò Posidonia, la flotta degli Shardana, che miracolosamente scampò al maremoto approdando sulle cime del monte Arci.

Si svegliò più lucida del giorno prima con una nuova consapevolezza. Le radici della Sardegna sarebbero state rivelate, la storia deve essere riscritta, non si sarebbe fermata fino a che il mondo non avesse conosciuto la verità.

In un altro tempo e in un altro luogo, intanto…

“Tziu Ladreddu non è andata come volevamo, Diana non è passata oltre”

“Calmo Melkart, sei un’anima giovane, quando arriverai alla mia età, saprai che non c’è, né un inizio né una fine, e le cose si sistemano sempre, in un modo o nell’altro. I fatti della vita insegnano, anche se al momento sembra non andare come vorremo. Il risultato ci premierà”.

In quel momento Piera aspettava nell’anticamera del rettore. L’appuntamento per il colloquio era mezzora prima, la stava facendo aspettare per punirla. Pensare che il rettore fosse un sadico, la aiutava a non commiserarsi per il fallimento della loro avventura, si sentiva responsabile. Non riusciva a darsi pace, continuava a chiedersi come avevano fatto a saper dove erano nascosti gli zaini con le loro prove.

… Dottoressa, prego. La voce della segretaria del rettore la riscosse dai suoi pensieri, si alzò e si diresse verso l’ufficio del Dott. Puxeddu. Un tappeto persiano messo a bella posta prima della porta decise di fare una piega proprio in quel momento facendola inciampare. Atterrò sopra un divanetto messo di fianco alla scrivania della segretaria. Il ginocchio si mise di traverso, non seguì il resto della gamba, e toccando terra si ruppe, facendo uscire un urlo di dolore dalla bocca di Piera e facendola svenire dal dolore. I minuti seguenti si alternarono a lucidità mista a fitte lancinanti, i paramedici dell’ambulanza, la barella, la faccia corrucciata e seccata del rettore e il viso spaventato della segretaria. In ambulanza si riprese del tutto, le dissero che aveva la rotula fratturata e i legamenti rotti, aveva battuto anche la testa nella caduta. Il rettore si era preoccupato che non lo denunciasse per non esserci sicurezza nel suo studio. Non si era per nulla preoccupato del suo stato di salute, le dissero i paramedici. Un paio d’ore dopo era sul letto dell’ospedale, chiese un telefono per avvisare Diana e Matthew, e aspettò che i nipoti arrivassero.

“Zia, come stai, al telefono mi hai fatto preoccupare, cos’è successo?”. Diana al solito era melodrammatica e iniziò a piangere. La ragazza era emotiva in tutto, anche nella gioia ma questa sua caratteristica attirava la simpatia di tutti, trasudava fascino da tutti i pori.

Piera spiegò che era successo. A metà racconto arrivò anche Matthew che la abbracciò forte e le tenne la mano fino alla fine del racconto.

“Ragazzi, vi lascio il testimone. Credo che il rettore non proporrà il mio licenziamento, avrà paura che gli chieda il conto della caduta”.

Risero a quel discorso. Proposero di coinvolgere anche Paolo nella seconda ricerca, e Piera acconsentì. Le raccomandazioni non finivano mai: Piera fece una lista orale delle cose che potevano o non potevano fare, durante la nuova ricerca della grotta. Alla fine si congedarono e fissarono un appuntamento telefonico con la zia nelle ore successive.

Diana chiamò Paolo, gli rispose la segreteria e gli comunicò che Piera si era fatta molto male. Paolo che era sotto la doccia in quel momento, ascoltò il messaggio e si precipitò a casa di Diana. Lei era già in pigiama, aprì la porta e fu quasi travolta dall’irruenza di Paolo. “Ma che fai? Sei sempre il solito, calmati e ascoltami. Piera non è in pericolo, è solo caduta nell’ufficio del rettore e ha lasciato a noi il compito di trovare un altro ingresso alle grotte, in silenzio, senza dire nulla a chicchessia.”

“Devo dirti una cosa, ricordi il gigante con gli occhi d’oro? Quando sono rientrato a prendere la borraccia, un occhio del gigante mi è caduto in testa, mi sono ricordato di averlo solo il giorno dopo, l’ho mandato a Verona da un mio amico per analizzarlo e farlo datare.” Diana lo guardò con un misto di approvazione e di rimprovero. Stava per dire qualcosa, ma annui e gli diede una pacca sulla spalla, lasciando cadere l’argomento per concentrarsi su come avrebbero intrapreso l’escursione a Monti Mannu.

I ragazzi si misero d’accordo per andare il giorno dopo a Villacidro, le ricerche sarebbero cominciate nello stesso punto in cui era caduta Diana la prima volta, alla miniera di Canale Serci.  E sarebbero proseguite fino a trovare un altro ingresso alle grotte.

 

8° capitolo

 

Diana vestiva come gli altri: una tuta mimetica comprata ai magazzini militari di via Baylle a Cagliari, con scarponcini da trekking, e zaino sulle spalle. La tenuta non la rendeva goffa e sgraziata, ma esaltava il fisico atletico e la sua determinazione. Matthew e Paolo la guardavano parlare e discutere delle grotte o dei giganti, scattare qualche foto. Si rendevano conto che Diana era cambiata, non avrebbero saputo dire, come o perché, però era cambiata. Oltrepassata la miniera, s’inoltrarono nella macchia, come alcuni giorni prima, e riconobbero l’ingresso della prima galleria. Era crollata, sembrava avessero scaricato dentro un tir di pietrame, era evidente che la causa non fosse naturale. Proseguirono guardando la piccola mappa di Ladreddu. Arrivarono a un grande albero di fillirea poggiato a una parete rocciosa a strapiombo, un capello di roccia sovrastava quel monumento di pietra. Nella mappa c’era scritto “ cappello delle fate” sorrisero per la fantasia di Ladreddu, e cominciarono a cercare l’ingresso del tunnel dietro la Fillirea, che doveva essere nascosto da una roccia rossa di forma ovale. La roccia ferrosa stava tra la parete a strapiombo e un ruscello. Questi formava un gomito e proseguendo cadeva per circa due metri, formando una piccola cascatella. “Ecco il punto deve essere quello, dove si forma la cascatella. Matthew, Paolo, abbiamo finito la pausa, andiamo”

Diana, determinata a trovare un ingresso si slanciò verso le rocce che costeggiavano il corso d’acqua, scese fino a bagnarsi le scarpe e lo vide. Un cespuglio di elicriso enorme, che lasciava intravedere un’apertura nel terreno, sembrava angusto. Avvicinandosi, vide che c’era lo spazio per passare una persona, ma dovevano strisciare, non si poteva neppure passare carponi, dovevano strisciare come vermi. “Sicuri che non sia la tana di qualche animale? Non vorrei essere cacciato dal proprietario arrabbiato, a suon di morsi”. Esclamò Matthew. Risero alla battuta, e uno dopo l’altro con gli zaini davanti a loro, strisciarono dentro il pertugio che andava allargandosi dopo pochi metri diventando un corridoio dove si poteva camminare chini. Dopo una decina di metri il corridoio diventò una galleria a tutti gli effetti. La bussola non funzionava erano circondati da rocce ferrose, allora seguirono la galleria, comunque non c’era altro da fare. Dopo circa quindici minuti incontrarono un bivio, allora si misero il problema su dove andare. Dovevano trovare la grande grotta, quella, dove c’era il laghetto. Diana prese la borraccia, verso un po’ di acqua nelle rocce che formavano il pavimento della galleria e osservò che direzione prendeva. Paolo sorrise soddisfatto, e disse che il sistema era ottimo, dovevano scendere per poter raggiungere il laghetto.

Nell’ora che seguì, i ragazzi, s’interrogarono sul mistero del gigante e sulle strane coincidenze, che avevano provocato i vari incidenti di cui erano stati vittime. Non avevano ancora trovato le risposte, quando un nuovo bivio li sorprese, ma in fondo all’altra galleria videro il laghetto. Rincuorati, attinsero ancora a quell’acqua buonissima, si riposarono dieci minuti e ripreso il cammino cercando di non dirigere il fascio di luce delle torce sugli abitanti della grotta che rumoreggiavano al loro passaggio, evidentemente disturbati. Arrivarono dove la volta precedente Diana scoprì l’incavo nella parete rocciosa contenente la scatola di pietra e la frana provocata dalla loro imprudenza. Si avvicinò e un fischio fino allora in sordina aumentò d’intensità. Le orecchie si otturarono, era evidente il cambio di pressione. Assistettero nuovamente al miracolo, la roccia sembrò disciogliersi, trasformarsi in un lago verticale. Un cerchio partì dal centro, ne seguirono altri, come quando si butta una pietra in uno stagno. I ragazzi si affrettarono a passare l’uscio e proseguire nella galleria di pietra nera, lucida, sembrava un tubo, era perfetta.

Eccola, apparve come un miraggio, la statua del gigante, senza un occhio, Diana guardò prima la statua e poi Paolo con un sorriso di complicità. Si avvicinarono e Matthew fece un giro intorno alla statua, sollevo lo sguardo e lanciò un’esclamazione di sorpresa e meraviglia. La volta di quella grotta circolare era dipinta, precedentemente non erano state notate. Erano rappresentate le costellazioni, la Via Lattea, i pianeti del nostro sistema solare, il sole, tutto dipinto con colori vividi e sgargianti. Sembravano luminosi, come le stelline che si mettono nelle camerette dei bambini. Stavano naso all’insù ammirando il dipinto, quando Diana si rese conto che c’era qualcosa che non andava. “Guardate: mercurio, venere, terra, marte, giove, saturno, urano e nettuno! Otto!  Nove con Plutone. E quello? Quello è un pianeta, è più grande della terra, sta al limite del sistema solare, lontano dal sole.”

 “Quel pianeta non esiste nei nostri libri” fece eco Matthew. “Questi esseri che hanno tutta la tecnologia per costruire un ologramma, e tutti gli aggeggi che abbiamo visto fin’ora non sono terreni. Sono extraterrestri, almeno credo. Anche la presenza di un altro pianeta nel nostro sistema solare dipinto in bella mostra lo dimostra.” Matthew, appassionato di X files prese la palla al balzo per interpretare la situazione. “Paolo, punta la torcia nell’occhio sano del gigante” disse Diana. Appena il fascio luminoso si rifletté sul dischetto d’oro, da sotto i piedi del gigante uscirono fiotti di pixel che radunandosi dettero vita a un ologramma. Spandendosi in tutta la grotta a volta, li trasportò dentro la metropoli e videro ancora Posidonia, la città di Atlantide, il mito di tutti i tempi. Si trovarono al centro della fortezza reale, i velivoli intravisti la prima volta erano parcheggiati vicino alle mura, girandosi videro i nuraghi a guardia dei ponti. Persone affaccendate nella pesca, donne con pettorali da guerra e spade al fianco, cavalli con aratri che aravano i campi lontani. Frutteti di limoni, arance e cedri che profumavano l’aria. Si stupirono dei profumi, sembrava proprio di stare dentro la città. Avanzarono, o forse era l’ologramma che si spostava verso la reggia. Entrarono in stanze enormi con le volte dipinte e arrivarono nella sala dei giganti. In cerchio attorno al piedistallo con il cristallo che roteava su se stesso, i giganti conversavano tra loro. A un certo punto si voltarono verso di loro “Impossibile” pensò Paolo….I giganti iniziarono a comunicare con loro.

Parlarono contemporaneamente, e la cosa strabiliante, era che i ragazzi capivano. L’assembla dei giganti parlò e disse: “Benvenuti. Siamo i figli di Tiamat, il popolo Heloim. Il nostro mondo fu distrutto dal pianeta errante Nibiru. La nostra stirpe era sulla terra da millenni prima dell’antica catastrofe cosmica. Siamo guidati da uno Yahweh il nostro spirito guida. La catastrofe ha generato la grande onda, distruggendo la nostra città, ma non il nostro popolo. Tra voi vivono i nostri figli, ambasciatori di pace, molti ignorano la loro natura. Vi trovate nel centro dell’area sacra che comprende la montagna e la pianura circostante. Esistono porte che si aprono solo ai senzienti, alcuni “semplici” notano la nostra presenza, scambiandoci per fate, o streghe, i bambini per esempio, o gli animali. “I risvegliati” sono guaritori e mediatori per l’altra dimensione, un mondo parallelo al vostro, quello in cui siamo ora.

Abbiamo vissuto qui sulla terra per molti eoni, nell’ultima era vi abbiamo insegnato l’agricoltura, l’allevamento, la filosofia, lo spirito. Abbiamo costruito per voi, vi abbiamo insegnato alcune pratiche dell’anima che avete dimenticato. Ci sono alcuni di voi che hanno ereditato un nostro dono, che è stato trasmesso tramite geni da una generazione all’altra. Non vi rendete conto della vostra natura, siete “semplici” ma se siete arrivati qua, tra voi c’è uno di noi, un nostro discendente. Una linea di sangue che attraverso i millenni è arrivata a voi. Una Jana, un essere di luce con poteri enormi di guarigione e di saggezza. Abbiamo forgiato gli abitanti di questa terra a vivere sentendo la natura, aborrire la guerra e custodire la saggezza del nostro popolo. Ma alcuni avevano l’animo avido e ci hanno mosso guerra, distruggendosi senza averci fatto alcun male. Le Janas, le anime femminili, si occupavano di mantenere la pace nel nostro mondo e nel vostro. Vivevamo in pace, ma l’odio serpeggiava tra le menti grette e ostili, e noi non abbiamo fatto nulla per salvarli. Una decina di saggi, nostri discendenti, custodi del sapere del tempo popolano la vostra terra preservando le Janas. Quando sarà il momento e noi torneremo, ci riveleremo a voi, al vostro mondo. Ora, però, vi chiediamo di non divulgare la nostra presenza, la vostra gente non è ancora pronta per conoscere la verità. Le nostre costruzioni. I nuraghi, sono radiofari, orientati con le stelle guida che si risveglieranno con le chiavi. Molti sono stati distrutti dalla guerra, altri dalla grande onda, ma quelli che rimangono sono efficienti. I saggi sulla vostra terra ci aiuteranno a tornare, mentre le Janas avranno il potere di far conoscere la nostra cultura, Diana sarà la vostra guida” Diana aveva gli occhi spalancati, era immobile le braccia distese lungo il corpo, i palmi delle mani in su. Sembrava in estasi, annuì, quando i giganti la chiamarono in causa. “Non divulgate la nostra presenza, noi stiamo tornando.”

Poi i giganti tirarono fuori la lingua in segno di approvazione e nebbia finissima invase la grotta e l’assemblea sparì.

I ragazzi storditi tornarono alla realtà, Diana si guardò le mani, erano luminose, lei era luminosa. Era fosforescente. Paolo la scosse “Stai bene? Perché il gigante ha detto che sarai la nostra guida? Sai qualcosa di cui noi siamo all’oscuro?”,

“No, non so… O forse lo so… Ora non riesco a mettere a fuoco, un po’ d’acqua forse mi farà bene, ho la bocca riarsa”.

In un altro tempo e in un altro luogo:

“Hai visto Melkart? Mai perdere la fiducia, Diana ha finalmente compreso il suo ruolo in questo mondo. Quando era bambina, aveva un cuore sconfinato, rimetteva in vita anche le lucertole. Lei non si spiegava come toccandole, le lucertole scappassero via come se il gatto non le avesse mai uccise.”

“Ora dobbiamo pensare al rettore, Dott. Puxeddu, non è affidabile, è impulsivo e violento, per poco non faceva del male a Diana e a Piera, cercando di riprendere il materiale.”

“Oh, non preoccuparti, ho mandato un bel regalo a Dott. Puxeddu, una bottiglia di Villacidro…. Corretto! Credo che dopo uno o due bicchieri di quel rosolio delicatissimo, non ricorderà più l’avventura di Piera Loy e dei ragazzi.”

Appena fuori dalle gallerie parlarono di quello che era accaduto, e con rammarico decisero di non svelare la presenza del popolo dei giganti al mondo, almeno fino a che non fossero tornati. Convennero che l’umanità non era pronta a quell’evento, ricordando che anche la Bibbia parla degli Heloim degli Dei, e pure loro erano dei giganti. Non riuscivano a contenere l’entusiasmo per far parte di un popolo eletto. La Sardegna era Atlantide, non ci credevano ancora… “I nuraghi torri di vedetta e radiofari, e le tombe dei giganti, erano usati a quello scopo, anche se non credo che i “nostri giganti” muoiano, almeno nel nostro tempo”, intervenne Matthew. Gli altri annuirono e andarono verso l’auto. Diana aveva promesso a Tziu Ladreddu che sarebbe passata a salutarlo, e si affrettarono per raggiungere “Su Dominariu” prima di sera.

Entrando nell’aia di fronte alla casa di Su Dominariu, Diana scorse Tziu Ladreddu seduto nella poltrona in vimini. Sembrava dormisse, ma non si svegliò al rumore dell’auto. Si avvicinò e gli diede un affettuoso bacio sulla guancia. Era freddo. Si accorse che il vecchio era spirato, aveva il sorriso beffardo di sempre stampato sulla faccia. Dagli occhi di Diana scese una lacrima silenziosa, Paolo la abbracciò per farla sentire al sicuro. Diana Si sedette accanto all’uomo che aveva popolato di bei ricordi la sua infanzia. Gli tenne la mano. Negli occhi della mente i giochi della sua infanzia dove Ladreddu era onnipresente, e i suoi nonni che ridevano allegramente delle sue peripezie. La vista si annebbiò e comparve una luce, dove lentamente appariva l’immagine di Ladreddu che le sorrideva.

“Non sono morto, sono in un altro luogo. Ora tocca a te prenderti cura de “ Su Dominariu”, è la tua casa e delle Janas, sei stata scelta per guidarle”

“No, come posso io? Non so nulla, non so nemmeno più chi sono!”.

“Lo sai, solo che la naturale consapevolezza non è ancora arrivata alla coscienza, vedrai, ce la farai. Fai riposare il mio corpo terreno sotto il cedro dietro la casa. Ci rivedremo presto”. Scossa dolcemente da Paolo, Diana si risvegliò dalla trance, si girò di scatto sperando che fosse stato tutto un sogno, ma la realtà la colpì come un pugno, provocando un fiume di lacrime. Consolata dai due ragazzi, organizzò l’ultima dimora del vecchio. Stranamente a Villacidro non esisteva nessun Leonardo Mandis, noto Ladreddu, i ricordi di un ometto con quel nome c’erano, ma risalivano a 50anni prima. Siccome non c’erano documenti che ne determinavano l’esistenza, Ladreddu riposò in pace sotto il cedro piantato dietro la casa dal lontano 1934.

Due giorni dopo erano riuniti intorno a Piera, gli raccontarono l’avventura vissuta fuori dal mondo. Emozionata dalle parole dei ragazzi, li abbracciò forte. Squillò il cellulare di Paolo, quando rispose, si sentì solo sì… sì… sì.. e un “ciao” distratto.

L’espressione era stupefatta. Spiegò che era l’amico di Verona, gli rispondeva sull’analisi del dischetto d’oro. L’analisi della fusione aveva dato, e ridato lo stesso risultato per dieci tentativi. Non si era fermato a spiegare come gli isotopi lavorano per determinare l’età di qualsiasi oggetto, ma aveva detto questo: “ Il tuo dischetto deve ancora essere fuso, sembra che non sia mai nato.

Diana guardò Paolo con dolcezza “ Abbiamo qualcosa che possiamo toccare grazie alla tua incoscienza” Sorrise e baciando la zia, salutò.

La guardarono andare via, Paolo aveva lo sguardo triste, aveva paura di non rivederla più.

la porta si chiuse con un “clic”. Matthew abbracciò Piera salutandola e prese per un braccio Paolo trascinandolo via dalla stanza d’ospedale. Piera doveva riposare.

“Non preoccuparti, la mia cuginetta ha solo bisogno di un pò di tempo, poi tornerà e vi potrete chiarire. Il tempo passava e sia Paolo che Matthew tornarono alla routine di tutti i giorni. Paolo perse la speranza di potere risentire Diana, Il numero di cellulare era inesistente e Piera che poteva avere il suo contatto, non era raggiungibile. Matthew partì a Londra per un dottorato e quasi si dimenticarono dell’avventura vissuta poco tempo prima.

Fine prima parte

Mercoledì, 31 Maggio 2017 13:10

La zuppa antincendio

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C’era una volta nelle campagne a ovest di Villacidro, uno sperone di roccia che nascondeva una grotta umida e buia. Era solo un’illusione per tenere lontano i curiosi. Dovete sapere che dopo pochi metri la grotta si allargava diventando un’enorme cava, piena di colori, stalattiti e meraviglia delle meraviglie, illuminata da tanti piccoli funghi che scintillavano di tutti i colori. Questi piccoli funghi rendevano l’ambiente colorato come un arcobaleno.

In questo meraviglioso luogo si riunivano alcune Cogas (streghe villacidresi) per cucinare le loro zuppe d’amore, i brodetti anti invidia e le torte contro il malocchio. Nella vita di tutti i giorni questa Cogas erano mogli e madri, o sorelle e figlie. Insomma nessuno era a conoscenza della loro vera identità. Erano guaritrici e facevano del bene a tutti quelli che ne avevano bisogno. Un giorno capitò la sfortuna più grande che un paese come Villacidro avrebbe potuto avere!

Il sindaco cadde in preda ad un sortilegio! E sì cari amici era proprio così; ma non spaventatevi, le nostre care amiche Cogas avrebbero risolto il problema.

 Già! Se avessero capito e trovato un… Ingrediente! Ma andiamo con ordine:

Il sindaco ricevette un bel cesto di frutta e verdura dal capomastro del suo cantiere. Tutto contento prese un grappolo di ciliegie che venivano addirittura da Ruynas e comincio a sgranocchiarle. Subito dopo il sindaco cadde in trance e si mise a scrivere, scriveva, scriveva, e poi ancora scriveva….. sapete che scriveva? “Legatemi o sarò costretto a dare fuoco a tutti gli alberi di Villacidro,  fino a che non ne resterà neppure uno!”

Infatti anche se si tratteneva, la sua mano cominciò a cercare i fiammiferi e la pece per poter dare fuoco ai boschi. I gendarmi andarono ad arrestare il capomastro. Lo trovarono legato come un salame. Raccontò loro che uno stregone malvagio di nome Montis aveva preso le sue sembianze per giocare un brutto tiro ai Villacidresi.

I cittadini non sapevano come fare, il loro sindaco era una brava persona e non avrebbero voluto metterlo agli arresti. Non c’era altro da fare: fecero girare la voce che le Cogas erano chiamate a servire il paese.

I villacidresi non avrebbero dovuto cercarle perché avevano timore di loro, ma erano costretti dalle vicende e così lo fecero.

Le Cogas si presentarono in incognito con dei cappucci che nascondevano il viso, e sentirono ciò che i cittadini avevano da dire.

Brevemente i paesani raccontarono la faccenda. Le Cogas annuirono dicendo però che era difficile salvare il sindaco, perché la maledizione di Montis era molto forte.

Comunque Giarranas, la prima Coga, disse:

“Riusciremo a vincere Montis tutti insieme”. Bassella  la seconda Coga disse: “Dovremmo trovare alcune erbe per la nostra zuppa leva-maledizioni”

 Narti, invece la più piccola delle Cogas, e la più ottimista disse categorica:

 “Costi quel che costi ci riusciremo!”

La sera stessa si riunirono attorno al pentolone delle zuppe e cantarono:

Gira, gira il mestolo

Tira su il coperchio

Fuoco, fuoco notte e dì

Le streghe fan così.

Notte buia notte scura  

ora devi aver paura!

Notte buia di spavento

fuori soffia forte il vento!

Sulle ali di un pipistrello

io ti succhierò il cervello...

 

Dopo la canzone propiziatoria, cominciarono a pensare agli ingredienti da metterci dentro. Finalmente verso l’alba dopo aver cantato a squarciagola e fatto scappare i pipistrelli, trovarono la formula.

“Una bella zuppa di cavoli con erbe magiche!”

Vi scriverò la ricetta così se capiterà anche a voi di avere un problema simile sapete cosa fare.

Tutte intorno alla marmitta che ribolliva di acqua di sorgente della Spendula e dell’olio di oliva di Soddu e Pani cantavano e gettavano gli ingredienti. Prima il cavolo, raccolto in una notte senza luna nell’orto di Chicchino. Per secondo cipolle tagliate fresche da zia Maria. Le olive di Francischinu, che sono buone e belle. Le mandorle pelate da S’Ardittu, e il pepe e il sale che aveva portato un pipistrello da chissà dove.

Era arrivato il momento delle erbe, ma dove si potevano raccogliere le erbe per essere efficaci?

 “Al paese del vento” fecero tutte in coro.

Allora salite su rami di ciliegio fiorito, d’altronde le scope erano fuori moda, presero il volo e raggiunsero il paese del vento dove  cominciarono a raccogliere le erbe anti-maledizione.

Basilisco, Becco di gru comune, Betonica fetida, Bietola selvatica, Boccione maggiore, Borracina azzurra, Borragine comune.

Ne fecero un trito e tornarono subito all’antro colorato, ma quando la zuppa era quasi pronta si accorsero che mancava un ingrediente: il più importante. L’Helichrysum montelinasanum. Si strapparono i capelli e le gonne, che poi rimisero a posto per fortuna. Era quasi l’alba, e la loro missione salva boschi era compromessa, ma a Giarranas venne un’idea:  

 “Potremo andare da Linas, la strega buona, lei di sicuro ne avrà”.

Rimontarono sui rami di ciliegio e andarono da Linas che si fece promettere qualcosa prima di dargli l’ultimo ingrediente.

Tornate alla grotta buttarono dentro la zuppa, l’helichrysum e la portarono subito alla casa del Sindaco a San Sisinnio. Là era legato il sindaco su una sedia che stava cedendo, tanto era lo sforzo che faceva per slegarsi. Gli fecero mangiare la zuppa, e devo dire che la gradì tanto che se la mangiò tutta.

 Passarono neanche dieci secondi che si illuminò tutto e  la maledizione sotto forma di fuoco e fiamme che non bruciavano, lasciò il corpo del sindaco. La popolazione fece festa per una settimana. Mangiavano e bevevano fino a stramazzare per terra. Il piatto forte della festa era la zuppa cucinata dalle Cogas, poverine hanno dovuto cucinare per l’intera popolazione. Grati per lo scampato pericolo i villacidresi chiesero alle Cogas quale compenso volessero per il lavoro portato a termine, e che lavoro!

Giarranas, Bassella e Narti dissero di non voler niente, ma avevano promesso a Linas una cosa e volevano la collaborazione dei paesani.

La richiesta fu presto fatta: “Vorremmo portare lo stregone Montis nella nostra grotta ma voi lo dovrete catturare”

“Cosa ne farete chiese il sindaco”. “Noi nulla. La promessa fatta a Linas è che Montis tutte le estati dovrà pulire i nostri monti e le nostre pinete in modo da scongiurare gli incendi. E se per caso ce ne fossero, deve spegnerli subito! Ecco questa è la promessa fatta a Linas, ed è una bella condanna per aver fatto un così brutto sortilegio”

 Ridendo e cantando per tutto il paese, i gendarmi andarono a catturare Montis e lo portarono al cospetto delle Cogas che pensarono di fargli subito l’incantesimo anti-fuoco, questa volta però andando a prendere subito le erbe al paese del vento appena fuori dalla Via Lattea, subito dopo Nettuno!

Giovedì, 25 Maggio 2017 15:27

Bartholomew

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Sdraiata nella cuccetta, sento lo sciabordio delle onde. Calma e silenzio si impadroniscono del mio corpo.

Sento la voce di Francesca che mi guida. Il petto si solleva al ritmo della marea che sembra invadere il mio pensiero.

Distolgo l’attenzione dal blu del mare che si è impossessato dei miei pensieri.

Riporto la concentrazione sulle gambe, ormai è quasi finita.

Francesca mi dice di sprofondare nel materasso e schioccando le dita mi guida con voce calma e profonda giù per quella scala che sembra infinita.

Il buio mi circonda ma vedo davanti un puntino luminoso. Sento un profumo che non riesco a riconoscere. Altri gradini.

Scendo ancora verso la mia anima, dentro il mio inconscio nascosto.

Altro schiocco di dita: Francesca mi dice, ora ci sei!

Mi trovo su un acciottolato, una puzza di fogna ed escrementi mi invade le narici.

Dove sono? E’ buio, non riesco a riconoscere nulla.

I ciottoli con cui è realizzato il pavimento della strada sono tondi e sporchi.

Mi guardo i piedi e li vedo nudi. Il freddo mi pervade, tremo. Mi guardo le mani, sono sporche e ferite.

La consapevolezza che sono un ragazzo di vent’anni arriva di colpo e mi sconvolge. Sono un ragazzo.

Le mie gambe sembrano di piombo, ma cerco di andare avanti. Voglio scoprire di più.

Una voce al mio fianco mi chiama: Bartholomew.

Ecco, mi chiamo così. Che strano nome.

Mi giro, è una donna di mezza età che mi tira il braccio e mi dice di fare in fretta, altrimenti ne pagherò le conseguenze.

Mi trovo sul bordo di un pontile in pietra, la strada acciottolata ha lasciato il posto ad una piazzetta che costeggia un porto.

Guardo intorno a me… E scopro dove sono. E’ incredibile, quella è la Tower Bridge di Londra.

Ecco, ora so perché l’inglese mi è sempre sembrato familiare e non ho mai avuto, o quasi, problemi di pronuncia.

Stanno attirando la mia attenzione. Arriva un uomo alto e grasso, con il panciotto da Lord, e una cipolla agganciata ai bottoni.

Ma non è un Lord, ci si atteggia ma è sporco e con la barba lunga. Poco curato. Sta urlando verso di me, mi dice che per colpa mia il traghetto ha ritardato. Dovevo portare un sacco pieno di minerale ma avevo sete e mi sono attardato a bere dell’acqua.  

Mi guardo la spalla destra, ho un sacco di iuta appeso alle mie spalle. La fila di altri ragazzi con un sacco alle spalle mi precede di alcuni metri, non sono così in ritardo.

Mi strappano la sacca dalle mani e mi danno uno spintone.

 Finisco nel fiume e annaspo, l’acqua mi entra in gola, nel naso, in bocca.

Riemergo respirando a bocca aperta, ma torno giù e bevo. L’acqua nera del Tamigi mi sommerge e perdo conoscenza.

Uno schiocco di dita mi riporta alla realtà. Mi sveglio serena, nonostante abbia vissuto, presumo, la mia morte in una vita precedente a questa.

 Ora mi spiego parecchie cose, come quella della paura dell’acqua, del mare, eppure esserne affascinata.

Forse Bartholomew non è morto, qualcuno lo avrà tirato fuori, magari sarà rinvenuto e nuotato fino alla salvezza; non mi è dato saperlo.

La prossima volta lo scoprirò.

Domenica, 21 Maggio 2017 12:08

Su Mommotti

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Nelle innumerevoli fiabe e leggende della tradizione sarda, ricca di personaggi mitologici, fate e streghe, non mancano gli spauracchi che i nostri genitori spesso utilizzavano per spaventare noi bimbi, specialmente quando il nostro comportamento andava fuori dalle righe.
Una di queste figure, diffusissima in particolar modo nel cagliaritano ed in tutto il Campidano, era certamente “Mommotti”, noto anche come “Bobbotti”, una sorta di uomo nero ed oscuro, diversamente noto come orco cattivo, con il compito proprio di rapire i bambini che non si fossero comportati bene, per poi portarli in località sconosciute.
Le origini del nome di questa sinistra figura variano da zona a zona della Sardegna.
Una delle più accreditate origini su “Mommotti” è proprio quella attribuita alla zona della città di Cagliari dove nell’antichità erano notevoli le influenze di arabi e pirati.
Tale origine si rifà ad una leggenda che narrerebbe di un certo “Mohammed”, feroce moro arabo che era solito depredare nottetempo i villaggi, portando via con se molti dei bambini.
E’ verosimile che il nome “Mommotti”, con l’andare del tempo ed il tramando della storia, altro non fosse che una storpiatura proprio del nome “Mohammed”.
Vi è anche una un’ulteriore probabile origine di tale figura che si rifà alla storia della famiglia “Marotta” che in periodo napoleonico ed in Corsica, si rese responsabile di numerosi efferati reati tra i quali molti omicidi e rapimenti.
Fatta questa premessa vien da se che questa figura utilizzata per tenere buoni i bimbi discoli potrebbe essere tuttaltro che un mito inventato e possa essere quindi un personaggio realmente esistito.
Non nego che da bambino, talvolta io stesso sia stato vittima dello spauracchio di “Mommotti”. Ricordarlo oggi non fa che farmi sorridere e farmi ricordare piacevolmente la mia lontana fanciullezza.

 

In Sardegna Maimone era una divinità, anzi un demone legato al culto dell'acqua, che i nonni dei nostri nonni imploravano in un antico magico rito di propiziazione della pioggia. Con il passare dei secoli divenne "Su Mommotti", così il demone si trasformò ne "l'Uomo Nero" diventando l'interprete principale di piccole storie che si raccontavano ai bambini per indurli, attraverso lo spauracchio di questa figura mitologica e un po' spaventosa, ad essere obbedienti.
Vecchi errori di genitori impazienti e forse infastiditi dalla famiglia numerosa. Oggi i bambini forse riderebbero a sentirsi raccontare una storia di quel tipo, e Mommotti scomparirebbe pallidamente davanti agli scintillanti mostri dei cartoni animati giapponesi. Forse ..

Venerdì, 12 Maggio 2017 13:41

L'amore al tempo dei migranti

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La tragedia di alcune ragazze che sfuggono dal loro paese dilaniato dalla guerra civile e da assurde tradizioni come l'infibulazione

 

 

 

 

La sera si avvicinava e il mare azzurro prendeva tutti i colori dell'oro.

Faceva freddo, anche se era giugno inoltrato. La pelle si screpolava lasciando scie rosse che seccavano ancor di più la pelle.

Le gole riarse di Ameera e Alia bruciavano come il fuoco. Lamenti e puzza le circondavano come un muro impenetrabile.

Alia non aveva ancora 15 anni e stava scappando dalla famiglia che voleva infibularla tardivamente.

Ameera 17 anni era la figlia di un capotribù, promessa sposa allo zio 30 anni più grande. Mentre aspettava le nozze il suo villaggio fu attaccato. La madre fu bruciata viva dopo essere sta violentata e il padre fu impalato nella piazza.

Si erano incontrate a metà viaggio mentre Alia si prostituiva per pagare il viaggio verso l’Europa, questi non contenti l’avevano venduta a dei mercanti che stavano percorrendo la via dei migranti.

Si conobbero di fronte al falò una sera vicino a Assamaka. I mercanti di vite non potevano avvicinarsi alle città sarebbero stati fucilati dalle autorità senza neppure il processo.

Si guardavano negli occhi. La paura era tangibile si poteva sentirne l’odore. Nessuna delle due aveva il coraggio di parlare.

Due sere dopo durante il bivacco Ameera si sedette di fianco ad Alia e le pose la mano leggera sopra le dita. Lei trasalì ma lasciò la mano nella stessa posizione. Quel calore la confortò, non seppe dire perché ma da quella sera aspettava con trepidazione il bivacco, e non solo per consumare l’unico pasto del giorno.

Parecchi giorni dopo il primo incontro Alia prese il coraggio a quattro mani e parlò.

“Come ti chiami?”

“Ameera.” Il sorriso corse fuori dalle sue labbra e contagiò Alia che spalancò gli occhi. Le stelle si riflettevano su quegli occhi enormi e neri. Ameera era estasiata, le sembrava che il cielo fosse arrivato in Terra e la stesse invitando a salire su di lui.

Un mercante se ne accorse e diede una gomitata al compagno di fianco esclamando volgarità e ridendo sguaiatamente. Le ragazze non ci badarono, non era permesso alzare gli occhi sui mercanti, altrimenti sarebbero state frustate.

Da quella sera in poi le ragazze si sedettero vicine, toccandosi appena le mani per confortarsi a vicenda.

Oltrepassato il confine del Niger con la Libia incontrarono un’oasi.

la carovana si fermò per approvvigionarsi d’acqua e alcuni di loro violentarono  a turno due ragazzine compagne di sventura.

Avevano scampato la violenza per puro caso, il capo della carovana le aveva mandate a lavare dei panni e riempire alcune botti d’acqua.

In riva a un laghetto c’era un mezzo pontile in cemento coperto da alcuni alberi frondosi. Ameera condusse Alia sotto le fronde.

“Spogliati, ci facciamo un bagno e laviamo i nostri vestiti.”

“E se ci vengono a cercare?” Chiese Alia timorosa.

“Non credo,avranno da fare per montare le tende. Forza.”

Alia si levò timidamente gli stracci che aveva indosso. Ameera la guardava con tenerezza, e levandosi anche lei la tunica sudicia, la aiutò a sciogliersi i capelli.

“Vieni li sistemo io.” Sciolse la treccia unta con dolcezza e le posò con grazia la folta capigliatura sulle spalle.

Si fermò un attimo guardandola negli occhi e prendendole la mano entrarono in acqua.

L’acqua era fredda al contatto della pelle accaldata. I capezzoli si inturgidirono  gonfiando i piccoli seni delle ragazze.

Alia sorrise ad Ameera che cominciò a lavarla.

Il bagno in quell'acqua lattiginosa divenne ben presto un atto d’amore lasciando le ragazze sopraffatte dall’emozione e dal piacere.

Nelle tribù di provenienza delle ragazze l'omosessualità non era punita ma nemmeno incoraggiata. Era un espediente per la crescita  sessuale e divertimento per gli uomini più grandi.

Le ragazze diventarono inseparabili e il capo carovana se ne accorse.

Una mattina ordinò a due suoi uomini di portarle nella sua tenda.

“Ecco le mie bambine.” Disse con un sibilo. Aveva uno sguardo laido.

Le ragazze tenevano gli occhi bassi, il loro cuore batteva così forte nel petto che temevano che potesse saltar fuori da un momento all’altro.

“Hamad, spogliale.”

Le ragazze erano terrorizzate; si avvinghiarono l’una nelle braccia dell’altra.

Hamad strappò di dosso la tunica a Ameera che stava davanti ad Alia proteggendola con il proprio corpo. Ma tutto era inutile, le ragazze erano nude dopo pochi secondi.

Il capo prese la mano di Ameera e la ficcò con forza dentro la vulva di Alia che gridò per il dolore, cercando di divincolarsi dalla stretta di Hamad che le teneva le gambe divaricate. Lacrime rigavano il viso di Ameera mentre cercava di non muovere le dita per non farle male. Il capo La trattenne con forza, lì dove la delicatezza della ragazza era ormai distrutta.

Hamad era eccitato visibilmente, il capo prese Ameera liberando finalmente dal dolore Alia e la spinse verso lo sgherro. Quello felice per l’inaspettato regalo la prese al volo girandola e sodomizzandola più volte.  Il capo fece lo stesso con Alia.

Dopo parecchi minuti lasciarono le ragazze piangenti e sanguinanti  sopra un tappeto consunto e sudicio.

Chiamò le altre guardie e le fecero portare fuori dalla tenda.

Le lasciarono semi svenute ai bordi di un pozzo dove alcune capre si stavano abbeverando.

Alcune ore dopo, il tramonto vide Ameera che lavava con cura e delicatezza i genitali di Alia. Il sangue le si era rappreso e le mosche pasteggiavano indisturbate.

Alia era in evidente stato di shock, Ameera la prese tra le braccia e la cullò per tutta la notte.

Erano le cinque del mattino quando una guardia le trascinò verso la carovana. Il viaggio riprendeva e non si faceva sconti a nessuno.

Passarono alcuni giorni e Alia si riprese, ma dentro di lei si era rotto qualcosa, non sorrideva più, non aveva più il cielo dentro gli occhi.

Ameera le teneva la mano e la accarezzava mentre camminavano lungo il deserto, ma lei non  era più Alia.

Un’altra oasi si profilò all’orizzonte. La carovana si fermò, come sempre per alcuni giorni per l'approvvigionamento dell’acqua e del cibo.

Mandarono le ragazze al lago per lavare i panni insieme ad altre ragazze un po' più grandi. Quelle le guardavano con ilarità, le canzonavano e le tiravano dei sassi. Si cercarono un posto lontano da loro e si sedettero a guardare l’acqua azzurra.

“Ameera, tu credi che in Europa potremo essere felici?”

Ameera era felice che Alia riprendesse a parlare.

“Si tesoro mio, in Europa noi saremo delle regine, tutti ci porteranno regali, cibo e acqua.”

Alia aveva il viso rigato di lacrime, l'amica la abbracciò forte. Amava quella bambina diventata donna troppo presto.

Alia le prese la mano, la condusse sopra il suo piccolo seno.

“No, non puoi, è troppo presto” Le disse con dolcezza. Alia l'abbracciò piena di gratitudine e cominciò a lavare i panni.

Soddisfatte si alzarono, ma sotto le vesti buttate per terra un serpente a sonagli le stava aspettando.

Con uno scatto Ameera buttò sopra il serpente un panno e ci batté sopra fino a quando il serpente non diede più segni di vita.

Sollevò il panno con circospezione e constatò che il serpente era morto.

Le venne in mente l’insegnamento di sua nonna a proposito dei serpenti. Ricordò come togliere il veleno del serpente e lo fece.

Impregnò un fazzoletto appena lavato del veleno e se lo mise in tasca.

Doveva fare in fretta.

Arrivando all’accampamento c’era frenesia. Alcune auto governative si stavano avvicinando e dovevano sparire.

Ameera vide il capo impartire gli ordini, forse non poteva farcela, ma ci provò ugualmente.

Scese la spalla del vestito fino a scoprire un seno. Sull’altro braccio aveva i panni appena lavati, inciampando fortuitamente fece cadere i panni e scopri le cosce. Il capo se ne accorse e fece due passi verso di lei.

Ameera sorrise, quello la girò e sollevandole il vestito la sodomizzò nuovamente. le lacrime di Ameera ora sarebbero servite a qualcosa.

Alia guardò la scena raccapricciante piangendo e urlando, ma Ameera le sorrise sotto la maschera di quel dolore atroce.

Finalmente il capo finì e prese dalle mani di Ameera il fazzoletto che gli porgeva, se lo mise sulle labbra per asciugarsi la saliva che aveva sputato durante l’orgasmo. e poi se lo passò sul viso cotto dal sole.

Pochi minuti dopo il capo aveva la schiuma alla bocca e cadde morto stecchito. Ameera riprese furtivamente il fazzoletto e se lo mise in tasca.

Le guardie erano in panico totale dopo la morte del loro capo. Non sarebbero riusciti a andare via con tutte le ragazze prima dell’arrivo delle auto governative.

Scapparono alla rinfusa lasciando le tende e le schiave migranti che non sapevano che fare.

“Siamo salve” Disse Alia.

“Forse…”

Ameera non si fidava del governo, nel suo paese erano i peggiori delinquenti e si dovevano difendere soprattutto da loro.

Arrivarono le Jeep, non erano auto governative ma pattuglie di scafisti che perlustravano i limiti del deserto per andare incontro ai migranti che arrivavano dal Niger per attraversare la Libia e prendere una carretta  del mare per arrivare in Europa.

Presero le ragazze, erano una decina in tutto.

“Noi siamo la vostra salvezza, solo se avete da pagare.”

“Non abbiamo nulla.” Disse una ragazza gravida.

“Dovrete rimanere qua, a meno che per pagare il vostro viaggio non farete qualche lavoro per noi appena arrivate in Europa.”

Le ragazze annuirono. L’importante era arrivare dall’altra parte dell’Africa.

Ripresero il viaggio, questa volta in macchina. Ci vollero dodici ore prima di arrivare alla costa del Mediterraneo.

Le imbarcarono in tutta fretta affiancandole ad altri migranti uomini. erano stipati in una scialuppa di salvataggio. Trenta persone in un gommone erano troppe.

Alia era felice, nonostante alcuni rivoli di sangue le colavano dalle labbra. Non avevano acqua, erano tutti disidratati.

Erano passati quattro mesi dalla partenza dal loro villaggio ma finalmente stavano per arrivare. Il debito lo avrebbero pagato lavorando per quella organizzazione. L’importante era arrivare.

Ventisette ore dopo, il mare in bonaccia e il sole che arrostiva la pelle. Alcune ragazze erano state buttate fuori bordo dopo la loro morte. La paura di Alia e Ameera si stava facendo via via più profonda.

Una sirena le scosse.

“Si avvicina una nave.” Disse Alia con un filo di voce.

Ameera la strinse più forte. La guardò dritto negli occhi.

“Siamo salve.” le disse con tenerezza.

Alia si abbandonò tra le braccia di Ameera con un sorriso. La vita scivolò via con un soffio mentre la salvezza era a portata di mano.

Ameera continuò ad abbracciare forte quella piccola donna coraggiosa mettendosi un fazzoletto in bocca. Lo stesso fazzoletto con il veleno del serpente.

Dalla nave dovettero mandare tre marinai per sciogliere quell’abbraccio infinito che avrebbe legato le due ragazze per sempre.

Domenica, 07 Maggio 2017 14:21

Legami di sangue

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“Tommy, dove sei?” “Sono qui, Clara.” Il buio aleggiava intorno a loro, non si toccavano, si sentivano appena.

Flash di luce all’orizzonte illuminavano flebilmente la volta celeste.

“Clara, raggiungimi, segui la mia voce”.

“Tommy, ho paura, che fine ha fatto Cleo?”

“Non so, non l’ho più sentita. Ecco ti ho preso, dammi la mano”.

Era freddo e buio.

L’odore della tifa in putrefazione indicava che erano da qualche parte nello stagno. Ma come erano finiti li? Un abbraccio stretto, e i due fratelli si ritrovarono.

Il calore dei loro corpi esalava in volute di vapore lattiginoso.

Una flebile luce, lontana, troppo lontana illuminava a stento i loro visi. I loro occhi riflettevano la paura, erano due pozzi profondi e scuri.

“Tommyyyyy, Claraaaa…”

“Cleo! Siamo qua… segui la voce… qua… qua… qua…”

La voce che rimbombava in un’eco spettrale la guidò verso i fratelli. Il silenzio ovattato che seguì l’eco faceva venire i brividi, ma Cleo continuò imperterrita fino a raggiungere Tommy e Clara.

Le mani si incontrarono, gli occhi si stringevano a vedere nel buio, oltre il buio e finalmente l’abbraccio.

Lacrime che scorrevano calore e odori che si confondevano.

“Come siamo capitati qua, che è successo?”

“Non so, non ricordo. Io dormivo fino a pochi minuti fa, forse siamo nel mio sogno”, disse Clara.

“Io non ricordo nulla” rispose la sorellina.

“Siamo in uno stagno”, disse Tommy. “Forse siamo sonnambuli e ci siamo capitati per caso”.

I lampi di luce all’orizzonte si avvicinavano.

I tre fratellini, stretti tra loro, tremavano di freddo e paura.

Il vacuo orizzonte si avvicinava lasciando presagire orrori indescrivibili, ma forse era la loro immaginazione. “Tommy” chiamò Clara:

“Stammi vicino e prendi per mano Cleo. Ci avviciniamo alla luce”.

I passi risuonavano nel silenzio, la nebbia si sollevava ad ogni passo e l’odore della tifa  faceva arricciare il naso.

Camminarono per un tempo interminabile cercando di avvicinarsi ai lampi di luce, secondo dopo secondo i loro corpi sembravano prendere forma, prima la pelle rosea del collo, poi il blu della maglia e il bianco dei pantaloncini di Clara.

Quasi riuscivano a vedersi del tutto, ma quella nebbia, quell’odore pervadeva tutto, ogni fibra di tessuto dei loro abiti, ogni poro della loro pelle.

“Ragazze… forse… Ricordo qualcosa…”

Clara e Cleo si strinsero intorno a lui, in trepidazione.

Ascoltavano il respiro e ogni minimo cambiamento nell’espressione del fratello. “Prima di arrivare qua, stavo in un parco, era luminoso e giocavo. Giocavo con…” “Con chi?”

Domandò con urgenza la sorella maggiore.

“Non ricordo, forse con Cleo”.

“E io? Io dove stavo?” fece Clara.

“Non lo so! Non ricordo altro…”

Tommy era frustrato, non riusciva a ricordare.

Cleo singhiozzò, la più piccola dei tre non reggeva allo stress. Intanto la luce si fece più forte.

“Aspettate!” Clara quasi gridò.

“Ricordo anche io qualcosa: ero a casa, ma è strano, non la nostra casa, un’altra. Era piena di “cose” vecchie”.

“Spiegati meglio”, disse Tommy, mentre Cleo continuava a singhiozzare.

“Non c’era l’acqua in casa e stavo facendo colazione con del pane duro e una crosta di formaggio”.

“Non c’è dubbio, stiamo sognando”, disse di rimando Tommy.

Un altro flash di luce, questa volta vicinissimo, portò la loro attenzione a ciò che vedevano davanti a loro.

Ora la luce era più forte. Le colline rosso sangue, non troppo distanti, lanciavano bagliori diabolici.

Cleo cominciò a piangere, aveva paura.

L’umidità percepita poco prima stava lasciando il posto a una gelatina grigia e appiccicosa. Erano coperti di quella robaccia e non riuscivano a liberarsene. L’odore ora era cambiato. Un odore metallico e chimico li sovrastava.

“Cleo – disse dolcemente Clara – tu ricordi qualcosa?”

“Sì, ma non lo voglio dire, è troppo spaventoso…”

e ricominciò a piangere a dirotto. All’improvviso dei torrenti apparsero a destra e a sinistra, erano circondati.

Il colore dell’acqua era rosso cupo, sembrava sangue. Si strinsero ancora di più tra loro, un abbraccio consolatorio e di protezione. Un grosso serpente attorcigliato su se stesso li stava tenendo prigionieri.

“Forse c’era anche prima – disse Tommy – sono così confuso”. Cleo smise di piangere.

Il buio ora più chiaro permetteva di vedere intorno. Un paesaggio terrificante sfilava piano sotto i loro occhi. I torrenti, trasformati in fiumi stavano avvicinandosi e il serpente avvolto su se stesso li teneva imprigionati.

Sollevando lo sguardo videro una specie di cupola che avvolgeva tutto lo scenario, erano rinchiusi!

“Voglio uscire – disse Cleo – in fretta!”

“Calma, piccola – disse il fratello – Cerchiamo di capire dove siamo”.

La terra tremò sotto i loro piedi, le colline si avvicinarono diventando più grandi ad ogni scossa. I fiumi lambivano i loro piedi e presto sarebbero stati sommersi.

 

 

Si avvinghiarono, come cercando protezione l’uno con l’altra. Lacrime di sofferenza e di paura solcavano i loro visi.

Silenzio, calma…. Di nuovo quell’odore metallico.

Il silenzio fu squarciato da un urlo. Si strinsero ancora più forte. Le colline erano sempre più vicine. Si avvidero che tra una collina e l’altra c’era una gola, la luce proveniva da li.

“Ragazzi se riusciamo ad arrivare a quella gola, forse riusciamo a uscire da qui” disse Clara.

Cercarono di correre, ma la sostanza vischiosa li rallentava, e il serpente li tratteneva. Un urlo, questa volta ancora più forte e disumano li pietrificò. Le colline tornarono a muoversi verso di loro.

Il terrore li bloccava.

Sembrava che dovessero camminare in un torrente di fango, e il fiume cominciò a coprire le caviglie e poi le ginocchia. “Correte!”

Un altro terremoto, accompagnato da urla. Un vociare frenetico raggiunse le loro orecchie, ora il buio era intervallato dalla luce accecante.

“Claraaaa…” l’urlo di Cleo li fece voltare appena in tempo per vederla trascinata via dalla corrente del fiume.

“Cleo! Tommy presto, prendila per un piede, sei più vicino”.

Tommy rimase bloccato, era terrorizzato. Clara sentì le lacrime scivolargli lungo il viso, Cleo era perduta!

Sperò con tutto il suo essere che quello fosse un sogno, e che si sarebbe svegliata presto. I due fratelli guardarono la luce che s’intensificava verso quella gola tra le colline, la sorellina era scomparsa là, in fondo a quella che ormai stava per diventare anche la loro fine.

Un’altra scossa, e un’altra ondata del fiume. Tommy si aggrappò alla sorella, ma le mani scivolavano, piano e inesorabilmente.

“Tommyyyyy!”

“Claraaaaa” Il rumore intorno a loro cresceva d’intensità, li assordava e il fiume ormai sovrastava anche Clara, Tommy era svanito! Clara si abbandonò, ormai sconfitta, i fratelli erano scomparsi, lei non aveva nemmeno più la forza di respirare e smise di combattere. Nello stesso istante in cui Clara si arrese, il serpente lasciò la presa e il fiume si prese anche lei...

Voci… Luce… Calore…

“Bellissimi…”.

 ”Sì, è vero…”.

 ”E’ andato tutto bene.?

“ Si, ora visitiamo i bambini e speriamo che siano forti e sani.”

“ E’ vero dottore. Un parto gemellare senza cesareo è una rarità, è stato bravissimo.

Sulla porta una figura aspettava.

“Ciao amore, come stai?”

“Stanca, ma sto bene. Hai visto che angioletti?”

“Amore, sei stata bravissima. Mi hai dato tre tesori. Come li chiameremo?”

“ Clara e Tommy, mentre la più piccola si chiamerà Cleo, come mia nonna.”

L’infermiera si affacciò alla porta

 “Mi scusi, signore. Il dottore vorrebbe parlargli.”

“Vengo subito.”

“Tesoro, torno presto.”

Il medico non aveva un’espressione felice mentre lo aspettava appena fuori dalla camera dell’ospedale. Il sorriso ebete del papà sparì dal suo viso in un istante.

“Mi dispiace, la bambina più piccola, Cleo, ha poche possibilità di passare la notte. I polmoni non erano ancora formati e si è accumulato del liquido.”

Lacrime, impotenza, frustrazione… la rosa dei sentimenti negativi passò come un lampo nell’espressione del papà.

“ Come lo dirò alla mamma? Piccola mia, come farò?

Tommy,Clara e Cleo erano separati. L’angoscia li attanagliava. Clara gridava nel tentativo di trovare i suoi fratellini.

“Tommyyyyy, Cleooooo. È inutile piangere. Devo uscire da qui.” Si sentiva immobilizzata, costretta da corde bianche e sbarre argentee. Non aveva fame. Qualcosa l’aveva nutrita, ma non sapeva cosa. L’odore metallico era più lieve, ma non sentiva ancora l’odore famigliare che nella sua memoria sommersa, ricordava di aver amato. I fratellini erano scomparsi e lei non si dava pace.

Ora era tutto più luminoso, tanto da far male. Il buio era solo un ricordo che si stava affievolendo.

“Clara, Cleo. Dove siete?”

Tommy si sentiva tutto ammaccato, credeva di esser caduto giù da quella cascata rosso sangue. Si sentiva prigioniero di serpenti a sonagli che gli entravano sotto pelle per succhiargli la vita. Li vedeva… erano trasparenti e il loro sangue si vedeva attraverso la pelle.

“Tommy, Cleo…” I gemiti di Clara dentro l’incubatrice erano muti. Lacrime di dolore e ricordi antichi le ferivano il piccolo cuore. Una donna con i capelli candidi e il sorriso dolce di chi da amore incondizionato, le riempiva la mente. Una teglia di biscotti, una caraffa di spremuta d’arance e tanto amore. Lo sentiva quell’amore, come se sgorgasse dalla sua anima. Una bambina la abbracciava tempestandole di baci e cantandole tanti auguri a te. Era lei la donna con i capelli candidi? O stava sognando? D’un tratto si sentì sollevare. Un odore conosciuto e ora smarrito si stava riaffacciando nella sua mente. Morbido… tenero…  

 

Fu come un fulmine  a ciel sereno: era una neonata… ma come poteva essere successo? Aveva sentito molte persone del suo villaggio che gli onesti avrebbero avuto la vita eterna… ma lei era RINATA. Come poteva essere? La sua mamma, le sue sorelle: Cleo! I sentimenti dentro Clara erano in subbuglio. Cominciava a ricordare, ma non credeva alla sua memoria, pensava ancora di essere in un sogno.

Si trovava tra le braccia morbide di una donna, lei si sentiva piccola piccola. Sentiva la voce melodiosa, ma non capiva le parole. Finalmente non piangeva più. Si sentiva rassicurata, anche se era ancora molto preoccupata per i suoi fratelli. La sorellina Cleo, e Tommy, dove saranno?

Un rumore d’acqua che scorre la fece voltare con paura. Ricordava il fiume rosso che quasi l’aveva soffocata. Un brivido di freddo percorse la sua pelle e subito dopo sentì un liquido tiepido che la avvolgeva. Si trovava in una vasca e delle mani la stavano lavando. “Che delizia”. Ad un certo punto qualcosa di estraneo ma famigliare la toccò. Si girò di scatto pronta a urlare e vide Tommy che piangeva. “Tommy…!” Abbracciò il fratello e vide che anche lui era nudo e tremante. La situazione stava prendendo forma, anche se era difficile accettarla. Gorgoglii e gridolini felici uscirono dalle labbra di Tommy, forse anche lui l’aveva riconosciuta. Cleo, il pensiero di Cleo la tormentava. Non le dava pace.

“ Grazie infermiera. Assistere al primo bagnetto dei miei bambini è stato emozionante.”

“ Signora, lei però deve stare a letto. Deve rimettersi… Per i suoi bambini.”

“ Sa come sta Cleo? La prego me lo dica.”

“ I medici stanno facendo l’impossibile signora, ma lei conosce la situazione, no?”

“ Sì, la conosco. Mi rifiuto di credere che la mia bambina possa morire.”

L’infermiera la guardò con tenerezza, mise i bambini fasciati di tutto punto nella culletta. E le disse che sarebbe passata più tardi a vedere come stavano ed eventualmente dargli una poppata di sostegno con il latte artificiale, se per caso non avessero succhiato il latte materno.

Tommy era irrequieto. Aveva visto Clara, ma non capiva che succedeva. Qualcuno li aveva denudati e poi legati. Aveva fame, piangeva ed era disperato. Solo ogni tanto si sentiva sollevare e cullato come se volessero farlo stare zitto. Vedeva Clara con gli occhi aperti, quindi non dormiva. Ma perché era così tranquilla? L’avevano drogata?

Clara Ricordava. Era bambina poi adulta e sposata. Stava ricordando particolari che in cuor suo aveva sempre saputo. I suoi genitori erano morti, ma allora chi era quella donna che la cullava e le diceva parole dolci? Non capiva che diceva, ma il tono della voce era rassicurante, il suo odore la calmava e la faceva assopire. Ma si destava frequentemente. Le mancava Cleo, chissà che fine aveva fatto?

“ Cosa c’è lassù? Vedo una cupola trasparente. E’ tutto azzurro fuori. Mi manca l’aria e mi danno fastidio queste cose…” Cleo scalciò per allontanare i tubicini che le davano il nutrimento. Era nell’incubatrice, ed era attaccata al respiratore.  Cominciò a gridare il nome di Clara, solo lei poteva salvarla. Piangeva e gridava, ma di Clara nemmeno l’ombra. Si sentiva stanca e piano scivolò nel sonno.

Intanto Clara alternava periodi di sonno e di veglia. I ricordi si affollavano nella sua mente.

Clara era diventata mamma. Una bellissima bambina con i capelli biondi e gli occhi azzurri le correva incontro. Era Cleo, ma si chiamava Elisa. Cercò di sorridere al ricordo, ma le uscì una smorfia. Sentì ridere una voce maschile e una mano la sfiorò in quel momento.

Poi una scena drammatica: vide Elisa cadere nel lago. Urla. Panico. Lacrime. Persone che si buttavano in acqua per salvare la bambina che tirata fuori dall’acqua esalò l’ultimo respiro.

Angoscia, lacrime e terrore si svilupparono in pianto a quel ricordo.

Ora Clara neonata piangeva, inconsolabile. Aveva ricordato un episodio della sua vita che l’aveva terrorizzata. Un ragazzino la abbracciò, era un altro suo figlio. Tommy!  Lui e Cleo erano i suoi figli in quei ricordi. L’angoscia passò, erano solo pensieri e Clara non sapeva se erano veri.

Si acquietò e continuò a ricordare. Nacque un’altra figlia, la chiamò Cleo e la tenne lontana dal lago per lungo tempo, fino a che Clara non si ammalò di TBC. Morì di tubercolosi poco tempo dopo. Lasciò Cleo e Tommy appena adolescenti alla cura di suo marito.

Qualcosa le si infilò in bocca era dolce e profumato. Morbido, provò a tirarlo ma non successe nulla. Succhiò e dall’arnese misterioso uscì un liquido dolce e confortante. Continuò in questo modo fino ad addormentarsi.

Tommy piangeva, niente poteva tranquillizzarlo. Era disperato, aveva cominciato a piangere quando non aveva più visto Clara accanto a se. Le urla di quel neonato perforavano i timpani di tutti, la intorno. Si sentì sollevare e, stupito, smise per un attimo di strillare.

Pensò che lo stessero portando da Clara, ma ci mettevano troppo tempo, stava per ricominciare a piangere quando qualcosa entrò in bocca e gli fece assaggiare un nettare delizioso. Smise di piangere e si addormentò dopo avere succhiato il latte della mamma per parecchi minuti.

Nel dormiveglia Tommy si vide accanto a una ragazzina con i capelli biondi e gli occhi azzurri. Comprese che era sua sorella Cleo, ma sentì chiamare il suo nome: Elisa.

“ Finalmente si sono addormentati. Voglio andare da Cleo, portami da lei”

“ Non puoi alzarti, e Cleo è in sala rianimazione, lo sai.”

“ Ma stamattina l’ho presa in braccio, posso farlo anche adesso.”

“ Ora è intubata. Il medico ha detto che ha qualche probabilità di farcela. Stai tranquilla.” La voce del papà era spezzata dall’emozione. Vedendo la moglie triste com’era.

“ Sai perché l’ho voluta chiamare come mia nonna?” Disse lei con voce flebile. “… Quando abbiamo saputo che i gemelli erano tre, l’ho sognata e mi ha detto che sarebbe andato tutto bene. La nonna è morta a 98 anni come sai. Cleo deve vivere almeno quanto lei, non può morire.” Dicendo questo scoppiò a piangere.

Clara era sveglia, sentiva le voci delle infermiere, ma non piangeva e non chiamava. Voleva ricordare. Gli si era aperto un mondo intero con quella rivelazione: lei era Rinata!

Si vedeva neonata, ma i suoi ricordi erano così vividi… La vita precedente che affollava la sua mente di ricordi e di persone conosciute la lasciava sconvolta. Da ragazzina si era sempre chiesta perché aveva dei ricordi che non appartenevano a lei, credeva fossero racconti sentiti e poi dimenticati. Una voce calda e avvolgente si fece strada nei suoi pensieri. Capiva le parole, che strano, pensò…

La voce morbida e amorevole le disse di stare tranquilla, lei e i fratellini si sarebbero ricongiunti presto. “ Chi sei…?” Chiese Clara.

“Sono un Maestro…”

“ Tu sai perché mi sta succedendo questo?”

“ Tu sei un’anima pura. Tu decidi sia la morte sia la rinascita della tua energia. Ogni volta sei confusa e tocca a noi rammentare la tua missione.”

“ Vuoi dire che ho scelto io di morire e di rinascere? Perché?”

“ Scegliamo noi quando vogliamo entrare nel nostro stato fisico e quando vogliamo lasciarlo. Sappiamo quando abbiamo compiuto quello che siamo stati mandati quaggiù a compiere. Sappiamo quando è venuto il momento, e accettiamo la nostra morte. Perché sappiamo che non possiamo ottenere niente altro dalla nostra vita. Quando abbiamo tempo, quando abbiamo avuto il tempo di ridare energie alla nostra anima, c’è concesso di rientrare nello stato fisico. Coloro che esitano, che non sono sicuri di tornare qui, possono perdere la possibilità che era stata data loro, la possibilità di portare a termine quello che devono fare nello stato fisico.”

“ Perché ho scelto di rinascere?”

“ Non mi è dato saperlo, solo tu puoi.”

Era un Maestro che enunciava del sonno eterno senza alcuna incertezza, e tuttavia la cui voce e i cui pensieri erano pieni di amore. Quell’amore era caldo e reale, e allo stesso tempo distaccato e assoluto.

Più passava il tempo, più Clara si sentiva calma. Quella voce era la consapevolezza che i suoi sentimenti erano veri. Le sue paure erano dimenticate.

“Ho bisogno di una guida. Devo conoscere ancora tante cose.” La risposta fu una poesia d’amore, una poesia sulla vita e sulla morte. La voce era dolce e tenera, e Clara sentì l’amore di uno spirito universale.

Ascoltò con reverenza...

“Clara, sarai condotta nel tempo. Sarai guidata… nel tempo. Quando avrai compiuto quello che hai deciso di compiere in questa terra, la tua vita avrà termine. Ma non prima. Hai ancora molto tempo dinanzi a te… Molto tempo.” Clara era ansiosa e sollevata nel contempo. Si sentiva felice.

Scese il buio e con esso il freddo. L’umidità penetrava nelle ossa e, nonostante in reparto ci fosse il riscaldamento, la mamma ebbe un brivido di freddo.

“.. Cleo..” Pensò “ Devo andare da lei” Un impulso irrefrenabile la buttò giù dal letto.

Mise la vestaglia sopra il pigiama e entrò in corsia. Nessuno la vide avvicinarsi al nido.

Di fianco al nido, la rianimazione. Diede un’occhiata alle culle dove c’erano i bambini, tra di loro riposavano Clara e Tommy, ma passò oltre. Vedeva l’incubatrice che conteneva Cleo. Si avvicinò poggiando la mano sulla cupoletta trasparente. Mise i guanti, non voleva trasmettergli nessun germe, era così piccola e indifesa…

Poggiò la mano guantata sul pancino della bambina che si svegliò e aprì gli occhi di un blu profondo. Una lacrima solcava le guance della mamma. “ Cleo...” la chiamò.

L’epidermide del braccio, lasciato scoperto dal guanto venne a contatto con la pelle delicata di Cleo.

Una scossa impercettibile e i peli del braccio si rizzarono. Un sussulto e Cleo Ricordò.

 

Era una giornata luminosa. Giocava con i gatti della nonna e lanciava sassolini nel lago.

La mamma non voleva che lei si avvicinasse al lago, diceva che era pericoloso. Ma Joey suo fratello l’aveva trascinata in quel punto per giocare a fare le capriole.  

Joey si annoiò subito di quel gioco e si allontanò seguendo le tracce di una volpe.

Si avvicinò alla riva per recuperare qualche sassolino. Camminando diede un calcetto alla bambola di pezza che finì in acqua. Si girò in cerca d’aiuto, ma la mamma e la nonna erano lontane, ridevano e sfaccendavano con le oche. Si avvicinò alla riva, voltandosi continuamente per vedere se la mamma guardava nella sua direzione.

“Tutto bene” Pensò. Mise i piccoli piedi nell’acqua e si allungo per recuperare la bambola che si allontanava sempre più. “Un altro passo e la prendo…”

Trascinava i piedini nell’acqua fredda. Ad un certo punto un piede non trovò la presa e improvvisamente si ritrovò a boccheggiare ingoiando acqua.

Il fondo del lago digradava formando un dislivello di almeno un metro sott’acqua e continuava ancora più profondo verso il centro. Per una bambina di cinque anni era molto alta. Annaspò e gridò andando su e giù, ingollando acqua e strillando.

La mamma si accorse del cambiamento di atmosfera. Non seppe mai dire perché si girò a metà di una risata. Lo fece nel momento in cui la piccola riaffiorò dibattendosi nell’acqua. Gridò, con tutto le sue forse, strillò… le sue gambe sembravano di piombo, era incollata al terreno da melassa e bitume insieme.

Finalmente quando superò quella decina di metri che la separavano da sua figlia si buttò in acqua sollevando quel corpicino esile e indifeso. Depose la bambina sul prato scuotendola per svegliarla. La bambina aprì gli occhi e le sorrise lasciando un filo di speranza e un grande sollievo nel cuore della mamma e di chi era accorso a portare il suo aiuto.

Il sorriso della piccola si spense, lasciò uscire solo due parole “ Mamma…scusa” E l’ultimo respirò uscì dalla bella bambina troppo giovane per morire.

Urla di dolore trafissero il silenzio che si era creato intorno. Joey piangeva e abbracciava spasmodicamente la madre, si sentiva in colpa. La sua vita sarebbe rimasta segnata da quell’evento fino alla fine.

Cleo tossì, il pianto non riusciva a uscire. Il terrore per quel ricordo così vivido s’impossessò di lei.

Rumori e luci. Tante persone vestite di bianco si materializzarono davanti a lei. Perse conoscenza e si ritrovò in uno spazio azzurro. La percezione del suo corpo era confusa, non era più Cleo. Pace e amore la pervasero. Pensò che stare lì era meraviglioso. Non voleva più andare via da quel posto.

“ No, piccola. Devi tornare. Non puoi rimanere qui.”

“ Chi sei?”

“Sono il tuo maestro. La tua guida per le vite.”

“Sì… Comincio a ricordare. Ma come mai sono ancora in questo luogo?”

“Non vuoi rinascere nonostante la decisione presa, hai scelto di farlo per rimediare alla sofferenza che hai causato nell’altra vita.”

“Hai ragione la mamma ha sofferto per la mia morte. Mi sono avvicinata troppo al lago, anche se lei non voleva. Joey si è portato il senso di colpa per tutta la vita colpevolizzandosi per la mia morte. Devo rimediare, ma come?”

“La tua vita ti insegnerà come, ora vai”

“E’ bello stare qui. C’è pace.”

“Ma devi andare…”

Un sospiro di accettazione uscì dalle labbra della bimba. Si sentì risucchiata in un altro posto. Era freddo e troppo rumoroso, il suo respiro lento e faticoso.

“Finalmente. Ci siamo riusciti! Ora è fuori pericolo.”

 “Potete far entrare la madre.” La pediatra aprì le porte.

Quella voce era stanca ma gentile. Ora aveva gli occhi aperti e respirava meglio. Il viso di una donna si avvicinò a lei. Vide che stava piangendo ma sorrideva. “Che strano... Ho freddo, fame, mi capite? Voglio mangiare!”

Cleo piangeva a pieni polmoni mentre il medico diceva alla madre che un grumo di liquido amniotico si era fermato negli alveoli polmonari provocando la congestione che poteva essere fatale, se non l’avesse espulso. I polmoni erano formati, ma non abbastanza e quel grumo di liquido faceva la differenza tra la vita e la morte della sua bambina. Ma ora il pericolo era passato. Solo alcune ore in incubatrice per sicurezza e poi l’avrebbero portata nel nido insieme agli altri.

Intanto Tommy e Clara riposavano nella culla, sazi dopo la poppata del mattino.

Un singulto e Tommy si svegliò. Era convinto fosse sveglio, ma quello che vedeva non era certamente la realtà che lo circondava pochi minuti prima.

Era buio e freddo. Una voce parlava ma non riusciva a capire che diceva. Poi, piano la voce giungeva distinta.

“Rimani con noi. La vita non è poi così bella. Noi ti vogliamo bene, nessuno ti potrà mai amare come noi.”

“Chi siete?”

“Come?, Non ricordi? Siamo quelli che ti hanno accolto dopo che tutti ti hanno lasciato solo.

Forse perché avevi fatto affogare la tua sorellina piccola? Ricordi come tutti quanti ti evitavano? Anche tua madre lo faceva, voleva più bene a quella bambina insulsa e noiosa che a te.”

“Sì, è vero, mi ricordo. Nessuno mi voleva. Mi sono arruolato per andar via di casa, mio padre nemmeno mi guardava più”

“Resta con noi..”!

“Chi siete?”

“Angeli”

“Questo posto… E’ buio, mi manca Clara.”

“Clara si è dimenticata di te. Noi ti proteggeremo meglio sarai il nostro principe.”

Le voci aumentarono, ripetevano rimani con noi infinite volte. Ormai erano solo urla, le parole non si distinguevano.

Si svegliò di soprassalto e cominciò a piangere inconsolabile. Nessuno riusciva a calmarlo e così lo portarono dalla mamma che lo avvolse in un caldo abbraccio.

“Voglio stare qui, le voci mi fanno paura e non voglio essere il principe di nessuno.” Tommy si calmò e prese a succhiare il seno. Sembrava un bambino sereno e felice. Le Egregore Avevano perso. Per il momento.

I bambini crebbero con cure e amore. La famiglia rimase unita fino al compimento dei vent’anni dei gemelli.

Il giorno dopo il loro compleanno, Tommy, cedendo alle lusinghe delle Egregore che mai avevano smesso di sublimare insicurezza e paura uccise in un impeto di follia la madre. Nel suo inconscio Tommy sentiva continuamente l’indifferenza della madre dopo la morte della sorellina, giorno dopo giorno le voci delle Egregore avevano vinto. Tommy aveva vendicato il presunto torto subito nella vita precedente uccidendo la madre e togliendosi la vita subito dopo.

 L’evento sconvolse tutta la famiglia.

Clara e Cleo finirono la loro vita in una clinica per malati di mente, il padre diventò un barbone alcolizzato che entrava e usciva di prigione finendo per ammalarsi di cirrosi morendo in solitudine.

Sospesi tra la vita e la morte i fratelli sentirono ancora una volta il legame che li teneva ancorati insieme attraverso le vite passate.

 Decisero ancora una volta di tornare alla vita per risolvere la loro sofferenza che durava da secoli.

“Clara?” Una voce riecheggiò nel buio saturo di umidità e putrefazione!

 

 

 

 

Rita Pinna

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sabato, 06 Maggio 2017 11:59

Sogno di una notte di primavera

Scritto da

 

Streghe

La sella del diavolo era più verde del solito, forse dipendeva dalla luce del pomeriggio o forse dal terzo bicchiere di torbato. La guardavo intensamente, sembrava mi venisse addosso, era sempre più grande. Sapevo che non poteva essere. Ero immobile, ma la collina mi veniva incontro. Spaventato e scioccato faccio un passo indietro sperando di evitarla ma inesorabilmente mi viene addosso.

Uno strillo mi fa voltare e scopro che l’urlo è il mio.

Mi sveglio sudaticcio e tremante nel mio letto. Mi passo la mano nei capelli, e sorrido. Accanto a me Viola si muove, ho disturbato il suo sonno. Apre gli occhi e mi fa il verso del gatto che si sta svegliando. A quel verso segue la mimica: si stiracchia proprio come un felino.

“Mi hai svegliato”. Dice imbronciata. Tiro le tende ed eccola là, La Sella del Diavolo. La collina verde del mio sogno che mi veniva addosso era al suo posto. Chissà cosa aveva scatenato l’incubo.

“Caffè”. Viola era sgattaiolata giù dal letto per preparare la colazione e come al solito cominciava con il caffè. Lascio la veranda, speranzoso che mi conceda un altro rendez vous e le vado incontro. Mi bacia frettolosamente adducendo la solita scusa: è in ritardo. È sempre in ritardo. Mi volto un attimo solo un attimo e sento un boato, come al rallentatore vedo Viola volare verso di me, vetri e calcinacci esplodere intorno. Liquido caldo che mi bagna il viso e Viola coperta di sangue esanime ai miei piedi. Sollevo lo sguardo e vedo La Sella del Diavolo in fiamme che si sgretola davanti a me. Urlo con quanto fiato ho in gola abbracciando mia moglie ormai morta e coperta di sangue.

“L’incubo finisce e mi ritrovo sudato e affannato sul letto. Questo tutte le notti”

“Da quanto tempo fa questi incubi?”

“Da circa due settimane. Non sono sposato e non conosco nessuna Viola, ma il sogno è talmente reale che ne sono proprio convinto”.

La psicologa giocò con la biro per un po’ prima di rispondere.

“Ha avuto qualche lutto, un incidente o qualcosa che lo ha sconvolto, recentemente?”

“Nulla di tutto questo. Senta forse sto esagerando nel preoccuparmi, ora devo rientrare al lavoro. Le telefono per un altro appuntamento?”

“Come vuole lei, ma non sottovaluti la situazione”.

“D’accordo. Arrivederci”.

Fabio uscì dallo studio sistemandosi la sciarpa intorno al collo. Faceva freddo per il mese di marzo. Attraversò le strisce pedonali sopra pensiero e quando un taxi suonò il clacson per avvisare che poteva investirlo, alzò il pugno inveendo contro il malcapitato.

Non era più lo stesso da due settimane, da quando erano iniziati i sogni. C’era anche dell’altro, non lo aveva detto alla psicologa, si vergognava troppo. Il suo sogno lo stava seducendo, si stava innamorando di Viola. Aveva taciuto anche sul probabile effetto scatenante: una sbronza epocale.

Due settimane prima aveva festeggiato il suo compleanno insieme ad alcuni amici.

Il locale situato dentro le mura del Castello a Cagliari era accogliente e caldo. Alcune ragazze si erano unite alla festa. Tra un cocktail e una chiacchiera, aveva bevuto troppo e quando era andato a letto quella notte aveva sognato per la prima volta Viola.

Fabio lavorava come anestesista all’ospedale Antonio Cao. Un ospedale specialistico per bambini che curava tutte le malattie del sangue. Il suo lavoro gli piaceva così tanto che non si accorgeva delle ore che passavano e parecchie volte finiva per fare due turni insieme.

Arrivò all’ospedale che mancavano dieci minuti alle 17,00. Guardò l’orologio e accelerò il passo. La porta dell’ascensore si aprì sul quinto piano, la dottoressa Poli lo guardo sorridendo.

“Anche oggi qui? Ma non era il suo giorno libero?”

“Ho dimenticato il portatile nel mio ufficio”. Rispose imbarazzato.

Gli occhi neri e profondi evitarono lo sguardo della dottoressa, stava mentendo.

“Visto che è tornato potrebbe dare un’occhiata alla bambina della 12?”

“Un nuovo ricovero?”.

“E’ arrivata stamattina, dovrà fare una risonanza con contrasto”.

“Mi preparo e arrivo.” Disse dirigendosi verso il suo ufficio.

Si lavò accuratamente e infilò il camice, prese lo stetoscopio e si avviò verso la stanza 12.

La dottoressa Poli stava già visitando la bambina che era di spalle, Fabio non riusciva a vederla in viso.

“Paziente di otto anni, crescita normale. Stamattina è svenuta a scuola dopo aver avuto delle convulsione senza ipertermia. Necessita di ulteriori esami oltre a quelli ematici”

“Ciao, come ti chiami?” Chiese Fabio. La bambina si girò per rispondere.

“Mi chiamo Viola”. Occhi blu, del colore del mare lo fissavano tra paura e speranza.

Fabio fece un passo indietro, somigliava terribilmente alla Viola del sogno. Impallidì e per la prima volta nella sua carriera non riuscì a mettere a proprio agio il paziente.

“Dottor Conti, si sente bene?” La dottoressa Poli lo aveva visto impallidire e si stava preoccupando.

“Sto bene grazie”. Fabio fece finta di nulla e si avvicinò alla bambina.

“Come ti senti Viola?”

“Mi fanno male gli occhi e la testa.”

“Vedrai che tornerai a star bene il più in fretta possibile.” Fabio era tornato sicuro di se e affettuoso come al solito.

Terminata la visita si consultò con la dottoressa.

“Gli esami del sangue mostrano una piastrinopenia grave, gli abbiamo prenotato la plasmaferesi. Inizierà tra un’ora.”

“Non si sa cosa potrebbe averla provocata?”

“Gli esami per i metalli pesanti sono ancora in corso, aspettiamo”. Lo sguardo della dottoressa era triste, non presagiva nulla di buono.

Alcune ore dopo Fabio andò a trovare Viola nella sua stanza, aveva appena finito la plasmaferesi.

La bambina era cerea, si vedeva che stava molto male. La madre era seduta vicino a lei, aveva gli occhi rossi. La sacca della trasfusione era a metà, Fabio si avvicinò per visitarla, la madre gli prese la mano a mezz’aria.

“Dottore perché non si riprende? Sta sempre peggio.” Una lacrima le rigò la guancia e finì giù a bagnare la mano della bambina.

“Mamma non piangere, io sto bene, sono solo stanca.” La voce di Viola era sommessa, sembrava che stesse per addormentarsi.

“Buona sera dottore, buona sera signora Sella.” La dottoressa Poli era entrata stringendo una cartellina al petto.

“Cosa le hanno trovato?” Chiese speranzosa la madre.

“Usciamo un attimo, lasciamola riposare.” Rispose la dottoressa.

Fabio usci prendendo sottobraccio la madre di Viola, aveva già capito e un groppo in gola gli impedì di parlare.

“Le analisi del sangue hanno evidenziato un’anemia perniciosa. Il midollo si rifiuta di produrre globuli rossi e arrivati a questo punto non sarà possibile neppure il trapianto di midollo anche se troviamo il donatore compatibile. A meno di un miracolo Viola potrebbe morire tra le 24 e le 48 ore da ora. Mi dispiace moltissimo”. La dottoressa Poli lo aveva detto tutto d’un fiato come se fosse il suo ultimo respiro, abbassò lo sguardo come se la malattia di Viola fosse colpa sua.

Fabio restò senza fiato, come se un pugno lo avesse colpito all’improvviso allo stomaco.

La madre della bambina restò annichilita, non disse una parola e rientrò nella stanza. Si sedette nel letto e cominciò a cantare una ninna nanna accarezzandole i capelli. Sorrideva e cantava.

La dottoressa andò verso l’ascensore, Fabio non si mosse da lì per alcuni minuti. Poi andò a sedersi nella sedia di fronte al letto di Viola. Non si accorse che il sonno lo prese con se e si ritrovò a tavola che mangiava in compagnia di Viola, sua moglie.

“Che hai Fabio, sei distante.” Gli disse.

“Ho una sensazione strana di deja vu, è come se stessi vivendo questo istante decine di volte nello stesso momento.”

“Sai Fabio, ho sognato che la tua paziente stava bene. Era guarita perché tu avevi trovato la cura. Non era leucemia o qualche anemia. Una zecca l’aveva punta e aveva bisogno di antibiotici.”

Fabio si sentì morire, un ricordo lontano lo risucchiò dal sonno.

Salto su dalla sedia semiaddormentato, sconvolto da quella rivelazione. Corse in medicheria per chiamare la dottoressa Poli.

“Le dico che potrebbe essere possibile, la rickettsiosi provoca gli stessi danni al sangue. Proviamoci oramai ha le ore contate, ma se non ci proviamo, non potremo mai sapere se poteva guarire.”

“Va bene, proviamo. Dobbiamo avvisare la madre per etica e per le autorizzazioni.”

Fabio non la lasciò finire di parlare, corse in camera, spiego ai genitori quello che voleva fare, il padre appena arrivato bevve tutto quello che Fabio disse.”.

Cinque minuti dopo Viola aveva una flebo con gli antibiotici attaccata al braccio.

“Ora non ci resta che aspettare, controlleremo ogni quattro ore il livello dell’emoglobina”

I genitori si sedettero nei divanetti appena fuori dalla camera. Abbracciati sembrava che si sorreggessero a vicenda, una zattera in alto mare.

Quattro ore dopo l’infermiera arrivò per il prelievo. La bambina non si svegliò facendo allarmare i genitori. Fabio che era seduto insieme a loro li tranquillizzò, disse che era normale, Viola era molto stanca. Attesero insieme il risultato che arrivò quindici minuti dopo. Viola reagiva agli antibiotici, era rickettsiosi. Si sarebbe salvata.

Lacrime silenziose scesero lungo il volto dei genitori che non finivano di ringraziare Fabio e la dottoressa Poli che aveva portato la buona notizia.

Quella sera Fabio finì il turno molto tardi. La stanchezza cominciava a farsi sentire mentre continuava a pensare al suo assurdo e meraviglioso sogno. Chi era Viola? E la bambina che le somigliava con il suo stesso nome? Tante domande e nessuna risposta. Sentiva il bisogno imperativo di dormire per incontrare nuovamente Viola.

L’autobus era deserto a parte una vecchia che sonnecchiava seduta in fondo. Si sedette al centro, il finestrino sulla destra rifletteva le luci della città. L’autobus costeggiava il porto il profumo di salsedine mista all’odore rancido della nafta per calafatare gli arrivò alle narici facendogli storcere il naso. All’improvviso un ricordo lontano si insinuò nella mente:

Una sera d’estate di alcuni anni prima era sdraiato sulla spiaggia di Marina Piccola ai piedi della Sella del Diavolo e guardava distrattamente i surfisti che volavano con il vento di maestrale. Un braccio uscì dall’acqua e tornò dentro, un viso entrava e usciva dalla superficie, ci mise alcuni secondi per realizzare che qualcuno stava chiedendo aiuto. Si alzò e corse verso il mare. Si tuffò. Dopo alcune bracciate arrivò a prendere per il petto, tirandola in superficie, la ragazza che stava affogando mentre questa per il panico gli sferrò un diretto sul naso tramortendolo. Si svegliò sulla battigia con il bagnino che lo stava rianimando. Sputacchiando acqua salata e saliva chiese della ragazza. Il bagnino disse che era all’ospedale e che se non fosse stato per lui sarebbe morta. Chissà perché non ci aveva più pensato. L’odore del porto gli aveva riportato quell’episodio alla mente. Ma perché? Era convinto che nulla succede per caso. Assorto nei suoi pensieri non si accorse che aveva saltato la sua fermata. Scese a quella successiva seguito dalla vecchia signora.

Percorsi alcuni passi la vecchia si girò e guardandolo dritto negli occhi gli disse.

“Non dimenticarti che sei un figlio della terra, sei destinato a grandi cose, ma fino a quando non troverai Viola sarai solo un seme senta acqua.”

Restò con il respiro a metà per una manciata di secondi, quando si riscosse la vecchia signora era svanita nel buio. Un pezzetto di carta sdrucito attirò la sua attenzione, una folata di vento lo stava portando via. Lo prese per un pelo, era un biglietto da visita che reclamizzava un negozio di chincaglierie con lo stemma colorato che rappresentava una viola del pensiero.

Il negozio era in via Garibaldi al centro di Cagliari, non era lontano, ma prima doveva dormire. Era veramente stanco.

Chiuse gli occhi, il letto era morbido e accogliente. Il sonno non tardò a venire e con il sonno comparve Viola.

“Buongiorno tesoro, riposato bene?”

“Viola! Amore mio, sei qua.”

“Certo, dove vuoi che vada?” Viola sorridendo si buttò su di lui scompigliandogli la zazzera.

“Non so se sto sognando ora o quando tu non ci sei, è terribile”

“Cosa c’è che non va? Sei strano.”

Fabio avrebbe voluto spiegargli ciò che lo angosciava ma stare insieme a lei gli fece dimenticare tutto.

“Si svegliò con il sapore di Viola in bocca, il tocco caldo dei suoi baci ancora sulla pelle. Ma lei non c’era, era sparita con il sogno.

Alcune ore dopo era di fronte al negozio del biglietto da visita. All’ingresso alcuni vasi di viole del pensiero abbellivano l’uscio. Entrò e un campanello suonò annunciando il suo arrivo.

Una voce lontana disse “un momento”.

Gironzolò per il negozio rimanendo affascinato dagli oggetti particolari sui banconi e scaffali. L’odore dell’incenso lo stordiva. Un poster con la Sella del Diavolo era appeso su una parete in fondo. Il negozio era enorme, non sembrava visto da fuori. Cascatelle d’acqua che si riversavano su ciotole di terracotta, civette in ceramica e donnole impagliate sembravano fissarlo. Acchiappasogni colorati e tintinnanti creavano riflessi d’arcobaleno intorno a lui.

Si fermò di colpo: una fotografia di Viola che giocava con un gatto nero era appesa dietro il banco.

“Eccomi” Disse la voce di prima. Fabio era annichilito, non riusciva a parlare.

“Oh, si ho capito.” Disse sorridendo la voce che apparteneva alla vecchia signora dell’autobus.

“Vieni con me ragazzo, è ora.”

Prese per mano Fabio e lo condusse dietro al bancone in direzione del grande poster della Sella del Diavolo.

Lo attraversarono come se fosse fatto di nebbia. Oltre, una foresta di querce e salici piangenti. Il profumo del bosco e scoiattoli e cervi che lo guardavano. Era sconvolto non riusciva a connettere.

“Deve essere un altro sogno” si disse.

Arrivarono in una radura circondata da alte querce e fillirea frondose. Nel prato campeggiavano alcune rocce che formavano un tempietto. Indicando una panca di granito la vecchia signora gli disse:

“Siedi giovanotto, è ora di svegliarti.”

“Che cosa sta succedendo, questo è un altro dei miei sogni vero?”

“No.”

“Sto impazzendo, è ovvio” Disse Fabio.

“Sei nel regno delle Janas, a casa tua.” Fabio la guardò con espressione ebete, non capiva, e forse non voleva capire.

“Ti racconto la storia di un folletto che era stanco di vivere in questo mondo. Il folletto in questione chiese il nullaosta per vivere nel mondo degli umani; aveva promesso che non ne avrebbe più fatto ritorno firmando con il proprio sangue  il contratto che sanciva questa regola.

Purtroppo per lui dopo la firma indugiò per qualche tempo nel mondo fatato e si innamorò, ricambiato, di una Jana che non volle lasciare questo mondo.

Millenni sono trascorsi da allora, e i due innamorati escogitarono un modo per incontrarsi. Hanno costruito un mondo che li accogliesse senza ricordare nulla di loro stessi a parte il loro amore. Intorno a loro nacque il mondo dei sogni. Questo sistema esigeva una retribuzione. Delle anime importanti dell’altro mondo dovevano essere salvate da alcuni incidenti, ma se non ci sarebbero riusciti, il folletto e la Jana avrebbero perduto la loro energia fino a morire.

Fino ad ora sono state salvate due anime, ma da ora in poi? La Jana sta morendo, la sua energia si sta spegnendo a causa delle tue lacrime, e con lei si spegnerà la sua foresta. Moriranno molti animali innocenti.

La grande Jana ha deciso di dichiarare nullo il contratto per salvare alberi e animali. La Jana si deve salvare. TU, TI DEVI SVEGLIARE”

Fabio era ancora più confuso, respirava velocemente.

“Che c’entro io?”

“Non ricordi ancora?” Disse sorridendo la vecchia signora.

“Io… io… Sono il folletto?” Balbettò Fabio

“Sei Magnus, caro ragazzo. Ora sei sveglio, stavi solo sognando. La tua Jana, Viola, sta morendo e vuole parlare con te.

“Perché?”

“La bambina in ospedale. Non aveva la rickettsiosi, è morta. Non l’avete salvata. Da adulta sarebbe diventata una ricercatrice molto brava. Avrebbe trovato la cura per molte malattie. Lei era l’alter ego di Viola nel mondo terrestre. Morta lei, Viola si spegnerà inesorabilmente.

“Portami da lei” Fabio si era riscosso, ora era tutto normale, tutto al suo posto. Ora capiva, ma ancora non ricordava del tutto.

Una porta si aprì nel nulla davanti a lui. La stanza era in penombra, vide Viola che fluttuava a mezz’aria, una luce blu la circondava.

“Fabio, amore della mia vita. Non sono riuscita a salvare il nostro amore, la mia energia sta scivolando via verso la Grande Madre.”

Il viso di Fabio era rigato di lacrime. Ora ricordava la vita nel mondo fatato. Magnus e Viola, l’Elfo e la Jana.

“Perdonami amore mio per non aver saputo proteggerti in quella terra di dolore. Ora sono qua, darò la mia vita per te.”

“No, sarebbe inutile. Moriresti con me.”

“C’è solo una cosa da fare per salvare la foresta e gli animali.” Disse la vecchia signora.

“Magnus deve morire per dare la vita al bosco. La sua noia, l’insoddisfazione per questo mondo ha creato tanti problemi, ora solo lui li potrà far cessare.”

“NO! Basto io per tutte e due.”Disse Viola disperata.

“Andremo insieme verso la Grande Madre.” Così dicendo Fabio con uno scatto entrò nella luce blu cingendo i fianchi di Viola. Un’esplosione bianca, silenziosa portò via i due innamorati.

Nel negozio di chincaglierie il poster della Sella del Diavolo sembrava bruciare. Si sciolse dall’alto verso il basso lasciando andare scintille di mille colori. Fabio e Viola attraversarono la parete precipitando ai piedi del poster. Dal tavolino vicino cadde una statuina sulla testa di Viola. Era la raffigurazione della Dea Madre.

“Hai!” Urlò Viola.

Fabio la prese tra le braccia assicurandosi che non si fosse fatta male.

“Mi scusi l’ho fatta cadere, ma ho inciampato, che goffo. Mi scusi ancora.”

Viola si alzò lasciando le mani di Fabio.

“Non si preoccupi, non è nulla. Sembra solo un graffio.” Rispose Viola specchiandosi nella vetrina di un mobile.

“Non mi sono presentato. Mi chiamo Fabio Corsi.”

“Piacere Viola castaldi.”

 

Lunedì, 01 Maggio 2017 13:48

Is Cogas

Scritto da
 
 
Che sia albero, che sia di roccia,
che sia di mare,
il folklore di questa terra
è nel dna di tutti quelli che sono nati in quest’isola.
 

Zia Dora Buana faceva bollire il sugo per la pasta al forno in un grosso pentolone e girava tutto il composto con un lungo mestolo di legno.
Il sugo ribolliva e sembrava lava incandescente che emanava un saporito odore di ragù; il vapore si alzava in alto nella cucina producendo forme evanescenti che attraversavano il soffitto sparendo lontano.
Dall’ entrata n°5 di Villa Buana si potevano scorgere i monti di Villacidro un grosso centro che sta a una 30 di km da Sanluri dove vivo io.
Quegli stessi monti da poco innevati mostravano ora una rigogliosa e imponente vegetazione; se non fosse stato per Zia Dora che correva da una parte all’altra il mio sguardo si sarebbe perso tra quelle montagne e probabilmente si sarebbe uniformato al cielo e dall’alto avrebbe potuto osservare ogni cosa.
Uno spiraglio di luce passava attraverso la tenda e come se fosse la porta di un ricordo lontano cominciò a dischiudersi mostrando a chi poteva ricordarlo il suo contenuto.
In una noiosa lezione di botanica sui monti di Villacidro la nostra classe cominciò a perdere l’attenzione e ognuno prese l’esplorazione di quel posto un po’ per conto suo.
Durante il pranzo al sacco la professoressa con tra i capelli un foglia di Pungitopo ci invitò a non allontanarci poiché quelli erano i monti dove vivevano le streghe.
In meno di un secondo attirò la mia attenzione, tirai fuori il blocchetto per appunti e cominciai a scrivere quello che la prof diceva.
La mia penna scrisse Is Cogas.
Era un termine che non avevo mai sentito, poiché da sempre la parola in sardo usata per strega era bruxia.
Is Cogas, le streghe, avevano la coda, ma la tenevano ben nascosta sotto i lungi vestiti in modo che nessuno potesse riconoscerle.
Si cospargevano di grasso animale lungo le giunture delle ossa e attraverso sortilegi di oscura provenienza potevano invocare il demonio e trasformarsi in animali.
Potevano assumere le sembianze di un gatto e passeggiare tranquillamente per i tetti di Villacidro, potevano trasformarsi in mosche ed iniettare veleni mortali sulle persone.
Per questo i Villacidresi avevano rispetto per i ragni poiché questi catturavono le mosche killer nelle loro tele dissanguandole.
Le loro vittime predilette erano i bambini, Is Cogas erano incredibilmente invidiose delle madri che partorivano dei figli.
Tutta via qualcuno aveva trovato dei rimedi efficaci; come amuleti venivano usati il treppiedi per abbrustolire il pane, le scope e le seggiole rivolte verso l’alto.

Pareva che questa operazione annullasse il potere della strega che restava imprigionata per sempre nella sua trasformazione animale.
Qualcun' altro era a conoscenza dei cosiddetti Brebus, ossia antichissime e segretissime preghiere utili per allontanare il male.
Si racconta che i Brebus fossero tramandati dalle streghe stesse sfuggite a San Sisinio che riuscì ad eliminare quelle che potevano trasformarsi in mosche o serpenti.
Erano soprattutto le nonne a raccontare queste storie ai loro nipotini irrequieti che diffondevano questi racconti con gli altri bambini.
Il sole cominciava a nascondersi e quello spiraglio di luce si faceva sempre più sottile fino a svanire, la pasta al forno di Zia Dora era pronta da infornare e dei monti di Villacidro si poteva scorgere solo un oscura e gigantesca sagoma.
In quel momento mi resi conto che la prof di botanica stava facendo con noi la stessa identica cosa che facevano le nonnine con i loro nipotini; ma da qualche parte dietro a quegli alberi qualcosa poteva ancora esistere e se tutto questo fosse solo stata un’ antica invenzione per me non avrebbe fatto alcuna differenza

Tratto da Ervamate di Ricky Martis

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