Cogito Ergo Sum

Non è mai troppo tardi per realizzare i tuoi sogni nel cassetto e io sto realizzando il mio che ho accantonato 40anni fa. Finalmente scrivo dopo che ho fatto la chef, la guida a cavallo e la mamma a tempo pieno, e la sto ancora facendo. Che dire... la mia biografia ancora non riesco a scriverla.
Martedì, 11 Luglio 2017 09:08

Agostino

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La goccia che scendeva giù e incontrava la ceramica del lavello faceva un rumore enorme. Le ventole nel soffitto fendevano l’aria come spade.

 Tutto intorno era scuro, solo alcune lame di luce interrompevano quell’atmosfera lattiginosa; sembrava che Philip Marlowe dovesse entrare in casa da un momento all’altro.

C’era una caffettiera elettrica sul bancone della cucina, e il caffè borbottava, stanco di avvisare che era pronto. Il caldo aveva sciolto il ghiaccio del bicchiere posato sul tavolino.

Agostino, un anonimo commesso del centro commerciale cittadino, era seduto sul divano, il telecomando in mano. Lo sguardo fisso sul televisore spento. Era il suo primo giorno di ferie.

Non voleva prenderle ma il principale aveva insistito per mandarlo a casa.

“Quindici giorni” disse lui.

“Sono pochi per riposarti. Un anno senza turni di riposo manderebbe dallo strizzacervelli chiunque.” Ribatté il principale.

“Non me.” Protestò lui, quasi piagnucolando.

Agostino, un uomo di mezza età che non si era mai sposato, non aveva sorelle, fratelli o parenti, neppure lontani. La sua famiglia era il lavoro.

Il principale l’aveva avuta vinta. Agostino finalmente era in ferie.

Quella mattina l’abitudine fu interrotta. Si era ritrovato in divisa da lavoro e all’improvviso aveva rammentato che era in ferie.

“Che faccio ora?” Il sole già alto, il caldo afoso gli suggeriva il mare per rinfrescarsi e far passare quella lunga giornata.

Si levò la divisa e indossò pantaloncini da spiaggia e maglietta bianca, i suoi abiti erano anonimi quanto lui.

Prese l’autobus, il caldo gli fece girare la testa, forse aveva la pressione bassa.

Alla prima fermata scese. Le ciabatte di gomma si fusero sull’asfalto. Dovette allungare il passo e salire sul marciapiede per evitare di rimanere incollato.

Una decina di metri e vide il mare.

L’arenile era affollato. Il primo tratto di quella lunga spiaggia era sempre così da quando si ricordava. Da quando era adolescente e andava al mare come oggi. Da solo.

Non aveva amicizie, e non voleva averne. Aveva avuto sempre paura di rapportarsi con i suoi coetanei. Preferiva stare con i genitori; quando morirono lasciandolo solo, aveva appena diciotto anni.

Dopo la loro morte la solitudine si fece sentire ancor di più. Lasciò la scuola per un impiego nel centro commerciale, e dopo trent’anni era ancora lì. Non era cambiato nulla.

Gocce di sudore imperlavano la fronte e bagnavano la maglietta. Continuò a camminare cercando un posto libero per mettere l’asciugamano. Dopo circa un chilometro trovò uno spazio, buttò giù l’asciugamano e andò a rinfrescarsi nell’acqua azzurra.

Tornando trovò il telo pieno di sabbia, alcuni ragazzi giocando con la palla avevano scambiato la sua roba per un campo da calcio.

Fece per dire qualcosa, ma ci ripensò, raccolse le sue cose e si mise in cerca di un bar.

I suoi pensieri erano pesanti, ricordava il discorso di un suo collega più giovane.

“… Stanno riducendo il personale, c’è la crisi. Per fortuna so usare il computer e credo che mi terranno.”

“Io non lo so usare, ma sono qua da più di trent’anni oramai il mio posto è al sicuro.” rispose lui.

Il collega gli fece un sorriso sghembo, come a dire che ne sapeva di più.

Una pallonata gli arrivò all’altezza del plesso solare, si piegò in due senza fiato.

“Ci scusi signore.” Due ragazzini si avvicinarono, presero la palla e tornarono a giocare.

Agostino sorrise, ricordando quando aveva la loro età. Quando una pallonata andò a finire per sbaglio nella casa di fronte spaccando un vetro della finestra.  Non c’era la possibilità di scusarsi, erano solo botte. Ma anche così avrebbe avuto il desiderio di tornare indietro e sentire le urla di suo padre.

La solitudine si faceva sentire alla soglia dei cinquanta. Era sempre stato un tipo schivo tutto casa e lavoro. Ma ora sentiva la mancanza di qualcuno che parlasse con lui, che si svegliasse con lui per fare colazione insieme. Non aveva mai sentito il bisogno di una compagna e ora…

Erano le tre del pomeriggio, si era già abbrustolito tanto. Sarebbe tornato a casa con il prossimo autobus. Si rimise la maglietta e si diresse alla passerella. Era così affollato che l’arenile sembrava un formicaio. Si scostò per evitare un bambino che correva verso la spiaggia e una signora distratta dallo squillo di un cellulare gli fece cadere un bicchiere colmo di una bibita scura addosso.

“Mi scusi.” disse mortificata. “Lasci che l’aiuti.” Continuò a strusciargli una salvietta sulla macchia bagnata.

“Non importa, non macchierà sicuramente, e anche se succede non è la fine del mondo.” Agostino sorrise.

Non era facile ai sorrisi ma gli era uscito spontaneo, naturale, come se la conoscesse da una vita.

“Senta venga dentro il bar, le offro un caffè, per farmi perdonare.”

Agostino accettò con entusiasmo, sembrava che i suoi desideri nascosti stessero prendendo vita.

Lei si chiamava Antonella. Aveva appena portato il suo nipotino al campo scuola in spiaggia. Aveva sete e si era fermata a prendere una bibita al chiosco.

Avevano chiacchierato per un po’. Poi lei dovette andare via, ma gli lasciò il suo numero di cellulare. In quel modo Agostino poteva comunicargli la spesa della lavanderia che lei avrebbe pagato. Era una scusa e lo sapevano tutte e due.

Agostino tornò a casa felice di aver incontrato Antonella, fantasticando sul prossimo incontro.

Un’ombra attraversò il suo viso. Il ricordo del giorno prima al lavoro.

“Agostino, devi andare in ferie. La ditta non te le può pagare. Prima di licenziarti devono farti godere le ferie dell’ultimo anno.”

“Licenziato.” Non poteva essere. Cosa avrebbe fatto? Aveva solo quel che bastava per vivere. La casa era sua, non pagava affitto e un po’ di denaro in banca non sarebbe bastato a vivere fino alla pensione.

Ma ora aveva incontrato Antonella, si piacevano, era evidente. Forse per lui non era troppo tardi per avere qualcuno accanto. Poteva trovare un altro lavoro, magari il problema era grande solo nella sua testa. Sorrise, la prospettiva di rivedere Antonella lo rendeva felice a dispetto di tutto.

Quella sera, dopo essersi lavato, mise su il caffè. Si versò un bicchiere d’acqua su alcuni cubetti di ghiaccio e mentre stava aspettando che la macchinetta emettesse il solito bip, seduto sul divano si sporse a recuperare il telecomando.

“Oddio, mi gira la testa.” Il suo cuore cominciò a battere sempre più forte.

Sentì il caffè uscire. Il fresco del ventilatore a soffitto gli sfiorò il viso accaldato dal sole, il rubinetto che perdeva faceva un rumore pazzesco. Prese un appunto mentale: doveva chiamare l’idraulico per aggiustare quel rubinetto.

Il respiro si fece sempre più flebile, l’oscurità creata dalle tende tirate sembrò cadergli addosso e schiacciarlo.

“Antonella”

 L’ultimo pensiero fu per una donna che appena conosciuta gli aveva dato una speranza grande quanto una vita.

 

 

 

 

 

 

 

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Rita Pinna

Non è mai troppo tardi per realizzare i tuoi sogni nel cassetto e io sto realizzando il mio che ho accantonato 40anni fa. Finalmente scrivo dopo che ho fatto la chef, la guida a cavallo e la mamma a tempo pieno, e la sto ancora facendo. Che dire... la mia biografia ancora non riesco a scriverla.

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