Cogito Ergo Sum

Non è mai troppo tardi per realizzare i tuoi sogni nel cassetto e io sto realizzando il mio che ho accantonato 40anni fa. Finalmente scrivo dopo che ho fatto la chef, la guida a cavallo e la mamma a tempo pieno, e la sto ancora facendo. Che dire... la mia biografia ancora non riesco a scriverla.
Mercoledì, 12 Luglio 2017 14:25

Il cielo sopra il sentiero

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«...Perché peccando ho meritato i tuoi castighi, e molto più perché ho offeso Te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa».

Annina, la sua vicina di casa al paese, portava una specie di turbante, con tutto il caldo che faceva a luglio del 2003, quando tornava dalla chemio che le facevano a Cosenza. Tre ore di macchina per andare e tre per tornare, coi finestrini aperti e l'aria che sbatte sulla faccia, bollente. Dicevano che sarebbe morta lo stesso e che siamo nati per soffrire. Ecco, è questo il punto, pensava Tina inginocchiata nel confessionale, infinitamente buono perché avrebbe fatto il cielo e la terra e per averci creati. Per soffrire e morire.

«Che cosa ricordi?»

«Padre Peppino, volevo parlarle della Madonna che appare a Savviano». Il prete sospirò dietro la grata, poi disse: «Vieni qui davanti» e aprì lo sportello. «Parlamene liberamente, nessuno ci mette fretta».

Quella volta avrebbe preferito non guardarlo in faccia, le piaceva padre Peppino, con la barba e le rughette intorno agli occhi, con la faccia tonda: avrebbe potuto essere suo padre, ma era un po' più bello. Le piaceva che le prendesse le mani per rassicurarla degli scrupoli che le affollavano la testa di adolescente. Quella volta pensò che non avrebbe dovuto e sentì qualcosa in quelle mani che prima non c'era, come un'avidità di contatto.

«I preti non si sposano e non fanno figli, è naturale che gli manchi sempre qualcosa», diceva sua madre. Ecco, in quel momento le venne voglia di chiedere a padre Peppino se gli mancava qualcosa.

 

Tina si riscuote. Dopo 14 anni fa quasi lo stesso caldo nella campagna del paese, è un'ora che cammina sotto il sole, ma Mariella diceva che la Madonna si faceva vedere alle tre esatte del pomeriggio tutti i venerdì. La Madonna raccomandava di fare penitenza, di non mangiare e non bere niente tutto il giorno, dalla mezzanotte fino all'ora dell'apparizione. Era una pretesa crudele, perché poi comunque parlava solo con lei, accanto a quell'edicola persa nella campagna. Come tutti gli anni Tina era venuta al paese con i nonni mentre i suoi lavoravano, mentre Mariella abitava lì tutto l'anno. Vicino l'edicola c'era un fosso pieno d'acqua anche d'estate, da bambine giocavano con fango e pentoline e si bagnavano i piedi. Poi avevano messo via tutti i giochi e avevano cominciato a parlare di attori con la barba e senza, di cosa è peccato fare e magari anche solo pensare. Se non era troppo frivolo tagliarsi i peli delle gambe con la lametta Bic, come vedevano fare alle più grandi.

Vedrete una stella rossa come il sangue e saprete che l'ira si avvicina. Pregate perché Dio abbia pietà del mondo. Quello fu il primo messaggio della Madonna riferito da Mariella, poi venne la penitenza. Poi videro quelle luci in cielo.

«Padre Peppino, io vado tutti i venerdì a Savviano... ma non la vedo la Madonna, non mi dice mai niente»

Padre Peppino, di colpo, non sorrideva più.

«Hai detto al vescovo di aver visto un angelo aprire le ali attorno al sole»

«Non ne sono più sicura». Era un'affermazione grave, lo capiva da sola. Quell'estate si era sparsa la voce delle apparizioni e la gente si radunava tutti i venerdì sul prato accanto a quell'edicola. Dicevano di vedere tre soli, o il sole che girava e diventava azzurro. I dottori dicevano che era pericoloso fissare il sole, si poteva diventare ciechi; infatti Mastro Cecco era stato ricoverato, ma non ci vedeva bene nemmeno prima, era vecchio. Si era interessato il vescovo, era venuto il telegiornale regionale. Non era lei la protagonista di quell'evento, ma era la migliore amica di Mariella e le faceva compagnia. Cercava di digiunare e si inginocchiava tra gli sterpi, pregava insieme a lei. Forse non vedeva e non sentiva nulla perché va bene stare senza mangiare, ma non riusciva a non bere tutta la giornata, con quel caldo. Vedeva le luci in cielo, come tutti, ma vai a capire cos'erano. La stella rossa era solo Marte che quell'estate era nel punto più vicino alla Terra, non sarebbe più tornato così vicino per milioni di anni. Era bello come un rubino sul velluto e non faceva pensare alla fine del mondo.

 

Però stavolta Tina ce l'ha fatta. Non mangia e non beve nulla da mezzanotte, non suda nemmeno più. Tornerà a Savviano e darà un'ultima possibilità alla Madonna, dopo quattordici anni. Lo fa per Mariella che sta morendo, come Annina nel 2003, dimenticata dal mondo che la tenne sotto i riflettori per un'estate. Sua madre l'accudisce in casa e ha fatto mettere l'aria condizionata nel salone del piano terra. Dalla finestra di Tina si vedono bombole d'ossigeno che arrivano piene e ripartono vuote.

La strada di campagna su cui cammina è invasa di rovi e di sassi per il lungo abbandono, ogni passo solleva nuvole di polvere che si attaccano alle caviglie graffiate, le cicale sembrano tritare l'aria col loro stridore convulso. Ha letto da qualche parte che più veloce è il ritmo, più fa caldo.

 

«Padre, pensavo che la Madonna non mi parlava perché bevevo un bicchier d'acqua la mattina, senza dirlo a Mariella. Ma ieri sono riuscita a non bere nulla e stavo quasi per svenire, ma non ho visto niente nemmeno stavolta. In cielo c'erano solo nuvole e tutti gridavano...»

Tina piangeva. Liberò una mano dalla stretta del prete per asciugarsi col braccio. Il prete le porse un fazzoletto piegato e stirato.

«Hai fatto bene a parlarmi», la incoraggiò. «Non devi pensare che stai tradendo Mariella. Se non avessi detto la verità avresti tradito la tua coscienza, ed è peggio»

«Ma adesso non mi parlerà più, non saremo più amiche...»

Sarebbe finito tutto. L'eccitazione, la gioia di vivere di luce riflessa. La vita che per un'estate non era sempre la stessa, noia, caldo, disgrazie, odore di biscotti dal forno del paese. Forse non sarebbe più tornata, non ne avrebbe più avuto il coraggio.

Invece era tornata, anno dopo anno. Si era sposata e aveva avuto una bambina. Mariella no, insegnava religione a scuola e viveva sempre con sua madre. Tina ormai andava al paese di rado e non sapeva che fosse malata grave. Forse rivederla non sarebbe servito a nulla, solo a darle un dolore. Non poteva pretendere che la perdonasse. Forse non era nemmeno tutta colpa di Tina se la vicenda era sparita dalle pagine dei giornali, finita l'estata e quell'ondata di caldo tremendo, sfiancante, che allentò la morsa solo quando le notti di settembre si allungarono abbastanza da raffreddare questa guancia del pianeta e Marte, lentamente, tornò a essere un punto rosso minuscolo. La storia dell'amica della veggente che si era dissociata, che aveva confessato che era tutto falso, rinfocolò per poco l'interesse. Mariella rispose alle accuse e disse che non le portava rancore, che era stata sviata dalle sue paure e dal Maligno.

 

Un sasso nel mezzo della strada le storce la caviglia, Tina perde l'equilibrio e cade, la strada sassosa le viene incontro in un istante, spellando al vivo il gomito e la mano che hanno cercato di attutire la caduta. Resta ferma, lamentandosi piano. Le gira la testa, deve aspettare a rialzarsi, potrebbe svenire. Non passa più nessuno per questo sentiero.

Dio, perché l'ho fatto.

Da ragazza pensava che avesse un senso svelare gli inganni proprio perché c'era un Dio vero in cui credere. Il Dio di padre Peppino e del vescovo, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa, al di sopra dell'amicizia e della lealtà di una vita. Ma con gli anni quel Dio aveva finito per non sapere più di niente. Invisibile, imperscrutabile, programmato per non rispondere mai, non la faceva sentire protetta contro il male, non era un riparo. Poteva stare quanto tempo voleva a guardare il cielo, ormai vedeva solo il volto indifferente del creato.

Come adesso, riversa sulla schiena, con gli occhi fissi al blu d'acciaio di un venerdì pomeriggio, di un cielo vuoto sotto il sole. Non ce la fa ad alzarsi, ha provato e riprovato ma le gira troppo la testa e la caviglia non la regge. Vediamo se passa qualcuno.

Le tre arriveranno invano sul prato di sterpi fitti e finocchio selvatico davanti all'edicola della Madonna, vicino al fosso dove potrebbe lavare le sue ferite e almeno stare là, a non sentire nulla e quel nulla pregare, col ronzio dei mosconi, col frinire delle cicale, col battito del sangue nelle tempie.  Dove potrebbe morire al riparo. 

 

Letto 135 volte Ultima modifica il Mercoledì, 12 Luglio 2017 14:32
Clara Cerri

Donna che legge e scrive, come se ciò bastasse. Amante dello humor e delle buone cause

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