Cogito Ergo Sum

Non è mai troppo tardi per realizzare i tuoi sogni nel cassetto e io sto realizzando il mio che ho accantonato 40anni fa. Finalmente scrivo dopo che ho fatto la chef, la guida a cavallo e la mamma a tempo pieno, e la sto ancora facendo. Che dire... la mia biografia ancora non riesco a scriverla.
Martedì, 11 Luglio 2017 07:19

Il tè delle cinque

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«L’estate volgeva finalmente al termine.

Non mi è mai piaciuto quel periodo dell’anno: troppo calore, troppa luce. L’estate non dà scampo, ti scova ovunque tu sia. Il sole è un grande occhio indagatore. I corpi sono esposti e tutto diventa visibile, pubblico.

Nelle serate estive, quando il caldo sembra dare tregua, dalle finestre aperte per lasciar entrare l’aria fresca giungono rumori che parlano della vita degli altri. E della tua a loro. D’estate gli angoli periferici dei centri urbani diventano squallidi.

Con il conseguimento della laurea in matematica mi trasferii in città, dove avrei insegnato in un Istituto Tecnico. Per molti miei colleghi di università, la matematica è una scienza affascinante e misteriosa, per me no. Io della matematica ho sempre amato la certezza, i confini definiti, le leggi innegabili.

Non mi sentivo portato per l’insegnamento. Non avevo mai desiderato condividere con altri il mio sapere e non mi interessavano le relazioni umane, anzi, le rifuggivo. Ma di qualcosa si deve pur vivere.

Dopo la morte di mia madre non era rimasto nulla per me nella grande casa di campagna, solo i fantasmi che lei aveva lasciato dietro di sé e che ancora la cercavano.

Trasferendomi, mi illusi di allontanare le voci e le presenze che infestavano quella casa e, per un po’, è stato così.

Tutto iniziò con il tè delle cinque…

Insegnavo da un mese e mi sentivo bene. Avevo scoperto di riuscire a erigere muri altissimi dietro i quali mi potevo nascondere dagli studenti e dai colleghi e, con mia sorpresa, capii che quasi nessuno aveva voglia di varcare la soglia dell’intimità. C’erano tante barriere invisibili tutte intorno e ognuno se ne stava rintanato. Mi sentii finalmente normale. Fino al giorno in cui non incontrai la collega che insegnava chimica.

La sala insegnanti era affollata e non la notai subito. Stavo raccogliendo le mie cose, desideroso di andare a casa al più presto. Un gruppo di colleghi era radunato intorno alla grande finestra e commentava qualcosa che stava accadendo fuori. A un certo punto, qualcuno mi chiamò e mi disse di andare a vedere. Mio malgrado, fui costretto ad avvicinarmi.

Alla finestra vidi quel che tutti commentavano: chi ridacchiando, chi biasimando.

La scuola confinava per un tratto del cortile con il manicomio della città, capitava che ci fossero scene bizzarre dall’altra parte della rete, ma quel giorno sembrava una bolgia infernale.

Due uomini si stavano picchiando in maniera selvaggia, mentre gli infermieri tentavano di dividerli. Tutto intorno, gli altri pazienti avevano le reazioni più disparate: chi scappava senza una meta, chi piangeva, chi rideva a crepapelle, chi se ne stava accovacciato farneticando.

Mi volsi a guardare i colleghi che commentavano la scena. Non ho mai trovato nulla di divertente o da biasimare nella malattia mentale, forse perché la conoscevo fin troppo bene, quindi non dissi nulla e, dato un ultimo sguardo, mi girai per tornare alle mie occupazioni. Qualcosa però attrasse la mia attenzione. Ai margini della scena apocalittica che si stava svolgendo, dietro un grosso tronco, faceva capolino una figura. Un uomo. Aveva uno scolapasta in testa e occhi tanto chiari da sembrare bianchi. Era là, ma, allo stesso tempo, sembrava non esserci davvero. Avrei giurato che mi stesse osservando.

Turbato, mi allontanai dalla finestra e fu allora che la vidi. Era vicina alla scrivania in cui erano radunate le mie cose e mi guardava. Era indubbiamente carina. La cosa che però mi colpì di più furono gli occhi: erano freschi, lunari, non mi scrutavano indagatori. Il suo sguardo si appoggiava su di me delicato, quasi ad accarezzarmi. C’era qualcosa di intimo in quel momento, che non riuscii a sopportare. Raccolsi le mie cose velocemente e me ne andai quasi correndo.

Il giorno dopo mi svegliai presto, felice di poter stare solo per tutto il giorno.

Nel pomeriggio, rientrato da alcune commissioni, iniziai a prepararmi il tè. Ogni giorno, poco prima delle cinque, preparo il tè. È una tradizione di famiglia che mia madre, di origine inglese, curava particolarmente. Il servizio di porcellana era sempre lo stesso da generazioni ed era una delle poche cose che avevo portato dalla vecchia casa.

Stavo disponendo sul vassoio le tazze, sempre due, di color bianco con delicati petali rosa dipinti a mano. Dopo la morte di mio padre, ho sempre bevuto il tè delle cinque con mia madre e anche adesso che non c’è più, preparo una tazza per lei.

Il tè delle cinque era un appuntamento cui non si poteva rinunciare.

Una volta versato il liquido ambrato, mia madre iniziava la sua conversazione con i presenti e anche con chi non c’era. Da quando mio padre era mancato, lei non aveva mai smesso di parlargli e di vederlo in giro per la casa. Con il tempo aveva iniziato a sentire anche le voci di parenti morti. Così sul vassoio c’erano sempre tante tazze e lei conversava un po’ con me, un po’ con gli altri. All’inizio ero confuso e spaventato dalla cosa, ma con il tempo mi ero abituato.

Le visite immaginarie resero mia madre sempre più cupa e tormentata. I suoi occhi divennero due globi minacciosi e scrutatori. Quando mi guardava, avevo la certezza che lei potesse leggermi fin nel profondo dell’anima. Poteva leggere le cose belle e le cose brutte, ma ero convinto che lei vedesse solo ciò che di più terribile e vergognoso si aggirava nella mia mente.

Le presenze iniziarono a visitarla a ogni ora del giorno, tanto da non avere più il tempo di parlare con me. Per me c’erano solo i suoi grandi occhi neri, che sentivo addosso anche quando uscivo da casa.

Mi decisi a farla visitare da uno specialista, che le diagnosticò una depressione e le prescrisse dei farmaci, ma le voci rimasero.

Poco tempo dopo, lei si ammalò e morì.

Rimasi nella grande casa con il servizio da tè e, scoprii, con le presenze che tanto le tenevano compagnia: porte che si chiudevano, oggetti che si spostavano misteriosamente, una mano gelida che mi sfiorava nel corridoio buio.

Alle cinque bevevo il tè da solo, preparando sempre una tazza per la mamma. La sua presenza in quei momenti sembrava palpabile e i suoi occhi erano sempre lì a scrutarmi. Ma tutti quei rumori mi inquietavano e, appena possibile, mi trasferii.

Credevo di essermi messo alle spalle tutta quella situazione allucinante, perché nell’appartamento al secondo piano che avevo affittato, non avevo mai sentito rumori strani e persino la mamma sembrava lontana.

Perciò quel sabato mi sentivo tranquillo, mentre versavo il tè nelle due tazze. Poi, un rumore proveniente dalla mia camera, come di oggetto trascinato sulla superficie di un mobile. Mi fermai con la teiera a mezz’aria, raggelato. I miei occhi correvano da un angolo all’altro della stanza, mentre le mie orecchie erano tese a captare anche il minimo sussurro. Silenzio. Il mio cuore tornò a battere tranquillo.

Continuai a versare il tè e poi sentii di nuovo un rumore. Questa volta sembrava che qualcuno stesse ruotando la maniglia della finestra in camera. Avevo tanta paura da non riuscire a muovermi e una voce interiore, che suonava simile a quella di mia madre, mi disse di non andare a vedere. Mosso da una sconosciuta voglia di ribellione, decisi di scoprire quel che stava accadendo.

Mi alzai in piedi, tenendo gli occhi fissi sull’entrata della camera, potevo vedere il mio letto.

Ero fuori di me per la paura.

Varcai la soglia della camera e subito i miei occhi corsero alla finestra: la maniglia era effettivamente ruotata, ma la finestra non si era aperta. Nella camera era tutto in ordine, eppure non mi sentivo tranquillo.

Quando mi girai per uscire, trasalii al vedere un uomo nell’angolo buio, vicino all’armadio. Aveva uno scolapasta di metallo in testa e mi fissava con occhi chiari, quasi bianchi. Le labbra erano carnose e spiccavano rosate su un viso pallido e ben rasato. L’uomo si limitava a fissarmi con un’espressione che non tradiva alcuna emozione, così come aveva fatto il giorno prima dal cortile del manicomio. Ero fermo, quasi paralizzato.

Poi il volto dell’uomo si illuminò di un timido sorriso e con voce delicata mi disse: «Dicono che sono un pederasta. Lo sai cosa vuol dire?»

Mi ritrovai ad annuire.

«E tu ci credi?» mi domandò ancora l’uomo.

Non sapevo cosa dire.

Trasse un profondo sospiro. «Io mi vendo per potermi comprare le sigarette e le caramelle. Mi vendo a chiunque. Vuoi provare?»

Scossi il capo e lui annuì sconsolato, abbassando lo sguardo.

Uscì dall’angolo buio in cui si trovava e, guardandolo meglio, notai che indossava abiti puliti, ma malandati.

Sentendosi osservato, l’uomo si passò una mano sulla giacca come a spolverarla. Distolsi lo sguardo, dispiaciuto per averlo messo in imbarazzo e solo allora realizzai l’assurdità di quella situazione.

Prima che potessi dire qualcosa, lui andò verso la porta e nell’uscire mi disse: «La prossima volta porterò qualche amico con me». Detto questo, scomparve.

Superato lo stupore, mi precipitai fuori dalla stanza, ma dell’uomo con lo scolapasta non c’era traccia. Mi strofinai gli occhi e guardai l’ora, forse avevo solo sognato. Erano passate da poco le cinque.

Tornai a sedermi e bevvi il mio tè con la familiare sensazione di avere due occhi neri piantati addosso come spilli.

 

Il lunedì successivo, entrando a scuola, gettai sguardi furtivi al cortile del manicomio, alla ricerca dell’uomo con lo scolapasta in testa. Non lo vidi e ne fui quasi deluso: vederlo avrebbe rivestito di concretezza tutto quello che era accaduto.

Entrai a scuola e, fatti pochi passi, mi ritrovai davanti alla collega. I nostri corpi quasi urtarono e mi sentii il cuore in gola per l’emozione. I suoi occhi erano vicinissimi e mi accarezzavano. Mi scusai farfugliando e scappai via, prima che lei potesse dire qualcosa.

La mattinata sembrò lunghissima. I muri dietro i quali tutti si nascondevano parevano scricchiolare. A un tratto, non ero più così sicuro di desiderare la lontananza degli altri.

Tornare a casa rimise tutto in ordine. Varcata la soglia, mi sentii di nuovo al sicuro. Preparai il tè, lo portai nel soggiorno e lo versai nelle tazze, ma non iniziai a berlo, perché un rumore in cucina mi trascinò nella disperazione. Un mobile veniva aperto, poi seguirono suoni di piatti e tazze che venivano spostati.

Rimasi fermo, in ascolto, fino a quando non realizzai che in quel mobile c’erano anche le tazze del prezioso servizio di mia madre.

Mi alzai di scatto e la consueta vocina mi diffidò dall’andare.

Come temevo, in cucina trovai l’uomo con lo scolapasta intento a rovistare con la testa completamente inserita nel mobile.

La mia voce uscì strozzata: «Che cosa stai facendo?» trovai il coraggio di domandare.

Lentamente, lo scolapasta fece capolino, seguito da due occhi azzurri. L’uomo si raddrizzò e mi sorrise enigmatico. «Ti avevo detto che sarei tornato. Cercavo una tazza per il tè».

Per quanto assurda mi sembrasse la situazione, trovai più saggio dargli quello che cercava.

«Mi chiamo Arturo», si presentò.

Mi volsi a guardarlo e stavo per formulare una delle mille domande che mi infestavano la mente, quando un rumore nella camera da letto mi bloccò.

Arturo si volse a guardare in quella direzione, poi mormorò: «Oh, bene. Sono arrivati. È meglio se prendi altre due tazze».

Io lo guardavo confuso e preoccupato.

«Ti avevo avvertito che avrei portato degli amici», mi ricordò pazientemente Arturo, poi uscì dalla cucina.

Varcai la soglia del soggiorno con le mani tremanti e le tazze che tintinnavano debolmente; lì trovai Arturo e altre due persone. Uno era un uomo non molto alto, con un fisico asciutto e la pelle scurita dal sole; portava i capelli rasati e un gilet da esploratore. Mi scrutava guardingo.

L’altra era una donna dallo sguardo dolce. Il suo corpo sformato, la sua postura e l’azzuffata di colori che indossava mi fecero capire che anche lei veniva dal manicomio. Quando la guardai, mi sorrise, rivelando una quasi totale assenza di denti.

Avvertii anche un’altra presenza nella stanza, oltre a quelle visibili. Da qualche parte, mia madre mi stava osservando. I suoi occhi erano fissi su di me e mi disapprovavano.

Fu Arturo a rompere il silenzio. «Questo è Adamo, fa il pittore. E questa è Carmen».

I nuovi venuti non dissero nulla e anch’io non sapevo cosa dire o fare. Ero in casa mia con degli sconosciuti, probabilmente tutti malati psichiatrici, che non sapevo come facessero a intrufolarsi senza aprire porte o finestre, e che volevano bere il tè con me. Certamente stavo impazzendo.

Arturo si sedette e invitò gli amici a seguirlo, poi attesero che li servissi.

Mentre li guardavo, mi resi conto di non riuscire a trovare il coraggio di cacciarli via, quindi mi sedetti e iniziai a versare la bevanda fumante.

I tre presero le loro tazze e notai che avevano tutti un marcato tremolio alle mani, probabilmente dovuto ai farmaci che assumevano.

Mi sforzai di sembrare a mio agio e presi anch’io una tazza.

«Ti faccio vedere i miei disegni», disse Adamo, alzandosi. Scomparve nella camera da letto e tornò con un cavalletto da pittore e una serie di tele non incorniciate.

«Adamo ha vissuto molti anni in Germania. Ha esposto i suoi quadri in ospedale una volta», mi informò Arturo.

Nel frattempo, Adamo aveva posto sul cavalletto la prima tela. Il disegno era una serie di pennellate spesse, vigorose, stratificate. A prima vista, il dipinto non mi comunicò nulla, ma osservandolo meglio, cominciai a percepire le emozioni che la tela mi comunicava. Le pennellate nere sullo sfondo parevano una bestia cupa e tenebrosa accucciata in un angolo, mentre quelle grigie parlavano della tristezza e della solitudine. Infine, quelle rosse in superficie erano squarci, ferite sanguinanti.

«Ti piace?» mi domandò timidamente Carmen.

«Sì», mi ritrovai a rispondere.

«A me no!» urlò Adamo, visibilmente irritato. «Non è venuta come volevo!»

L’uomo iniziò a ripetere ossessivamente la frase, alzando sempre di più il tono di voce.

Io guardai Arturo e Carmen non sapendo bene cosa fare, temevo che i vicini potessero sentirlo.

Arturo si avvicinò ad Adamo, dicendogli di stare calmo, ma questo lo scacciò in malo modo, iniziando a parlare in tedesco, visibilmente irritato.

Arturo si ritrasse intimidito, ma quando Adamo gettò a terra la tela, senza smettere di urlare in tedesco, anche lui perse il controllo. Si calò pantaloni e mutande, iniziando a saltellare mezzo nudo, ripetendo: «Sono un pederasta. Sono un pederasta».

Mi alzai in piedi, sempre più agitato. Nel frattempo, Carmen aveva cominciato a piagnucolare e chiedeva dove fosse il suo bambino.

Adamo stava saltando sulla tela con i piedi.

Il volume delle voci si alzò in maniera insopportabile e mi portai le mani alle orecchie.

La presenza di mia madre divenne pressante, sembrava un vortice che risucchiava la mia coscienza e i suoi occhi mi rimproveravano per quel che stava accadendo.

Disperato, chiusi gli occhi e fu il silenzio.

 

Mi risvegliai nel mio letto, fuori era già buio. Il ricordo di quanto era accaduto divenne subito presente. Mi misi seduto e rimasi in silenzio per captare qualsiasi rumore, ma c’era solo silenzio.

Cauto, mi alzai e mi diressi verso il soggiorno. Trassi un lungo respiro prima di varcarne la soglia e quello che trovai mi lasciò senza parole.

Nessuna tela frantumata, nessun corpo mezzo nudo che si agitava in maniera scomposta, nessuna donna piangente. Là dove poche ore prima si era consumata una rappresentazione grottesca della pazzia, ora c’erano solo ordine e silenzio. L’altro lato della malattia mentale, pensai.

Faticavo ancora a mettere insieme qualche considerazione sensata circa quello che mi stava accadendo.

Quella parvenza di normalità che avevo acquistato con tanta fatica si stava scrostando come vernice mal stesa che si stacca, rivelando uno scenario di spettri e allucinazioni.

Temevo di affrontare il mondo esterno, temevo che qualcuno potesse scoprire il mio segreto, temevo il rientro a casa, dove forse mi attendevano i miei inopportuni visitatori.

Entrando a scuola, percorrevo velocemente il tratto di recinzione che confinava con l’ospedale psichiatrico.

Una mattina, mentre camminavo a testa bassa, qualcuno sussurrò.

Istintivamente, mi volsi e mi ritrovai davanti Arturo.

«Cosa vuoi?» domandai con voce angosciata.

Arturo sogghignò. «Che tu stia bene».

«Allora lasciatemi in pace!» replicai con tono fin troppo alto.

Arturo assunse un’espressione stupita. «Non possiamo».

Stavo per domandargli perché, quando mi interruppe. «Ops, abbiamo visite». Iniziò a ridere, mentre mi giravo, ritrovandomi vicino la collega di chimica. Arturo era scomparso.

La collega mi invitò a bere un caffè, ma rifiutai.

Lei se ne andò e guardando la sua figura che si allontanava, pensai che il suo corpo emanava un alone di normalità, mentre io stavo sprofondando nella malattia. Mi incamminai veloce in preda all’agitazione, con una risatina impertinente nelle orecchie. Sapevo che, se mi fossi girato, l’avrei visto. «Sta’ zitto», dissi tra i denti.

 

Nei giorni che seguirono, la situazione diventò sempre più chiara nella sua assurdità. I tre personaggi venivano regolarmente a farmi visita all’ora del tè e io mettevo da parte le mie domande.

Preparavo le tazze e li aspettavo. Gli occhi di mia madre si erano nascosti da qualche parte e non mi importunavano più.

Arturo e Carmen mi raccontavano la loro vita, mentre Adamo dipingeva riempiendo le tele con pennellate a volte rabbiose, a volte dolci come una carezza.

Scoprii che erano stati ricoverati in ospedale psichiatrico in giovane età, tranne Adamo che c’era arrivato quando aveva già quarantacinque anni. Aveva perso il controllo quando lavorava come cameriere in Germania e aveva sfasciato il locale in cui lavorava. Da allora, ogni tanto dei raptus violenti lo coglievano all’improvviso.

Arturo e Carmen avevano avuto una vita più tormentata. Diversi da sempre, con famiglie problematiche alle spalle, si erano barcamenati tra l’isolamento e il timore che incutevano negli altri. Soffrivano entrambi di allucinazioni che li lasciavano dilaniati. Arturo, in più, aveva anche un’inclinazione sessuale che gli era valsa più di un’aggressione e l’appellativo di “pederasta”.

Il ricovero era stato inevitabile. La vita manicomiale non era più semplice della vita che conducevano fuori. Era un mondo in cui le emozioni vibravano intensamente sotto una patina fatta di farmaci. Tante botte, paura, stanzini di contenimento, corpi venduti per un pacchetto di sigarette, elettroshock, ma anche amori clandestini e storie di amicizia.

«In manicomio, ti devi saper difendere», mi disse Arturo con tono grave.

«Per questo indossi lo scolapasta?» domandai.

«Quale scolapasta?» mi rispose lui stupito.

Non replicai, le nostre conversazioni erano fatte di interruzioni in cui le parole cadevano in burroni profondi. Il filo dei discorsi si attorcigliava intorno a noi e ci teneva stretti in posizioni scomode, oppure ci portava via, lontano, come la corda di un aquilone.

Un pomeriggio Carmen era particolarmente silenziosa e, se le si rivolgeva la parola, iniziava a borbottare tra sé.

«Lasciala perdere, è schizofrenica», mi consigliò Adamo senza staccare gli occhi dalla tela.

«È una brutta malattia», mi informò Arturo con garbo. «Tanti anni fa, ha dato alla luce un bambino, ma le suore non glielo hanno lasciato tenere… le hanno raccontato che era un mostro. E lei parla sempre con lui», mi rivelò Arturo, mentre guardava Carmen e scuoteva a testa. «Che brutta malattia.»

Anch’io raccontai qualcosa di me. Non l’avevo mai fatto, con nessuno.

Un giorno, prima di andare, Arturo si volse a guardarmi e mi disse: «Non siamo poi così diversi».

Quell’affermazione mi lasciò sgomento, ma meno solo. C’era un mondo di gente diversa e lo stavo scoprendo.

Qualcosa stava cambiando in me e fu lampante quando accettai l’invito della collega di chimica. Parlai molto poco, ma tanto lei parlò per tutti e due. Quando però la salutai e mi avviai in classe, mi sentii come se avessi spaccato un’enorme fetta di iceberg usando un punteruolo.

Forse fu l’euforia per le mie nuove conquiste a portarmi quel pomeriggio all’entrata del manicomio. Volevo sapere, capire da dove venissero i miei visitatori.

Mentre varcavo il portoncino laterale sotto lo sguardo accigliato dell’uomo seduto nella guardiola, avvertii gli occhi di mia madre farsi strada nella mia mente. Quello avrebbe dovuto suonare come un avvertimento, ma proseguii.

Mi guardai intorno, alla ricerca di uno dei tre visi, ma non riconobbi nessuno. Fermai il primo infermiere che incontrai nel parco e iniziai a descrivere i tre personaggi.

L’uomo mi guardava perplesso, poi mi domandò: «Lei è un familiare?»

«Un amico di famiglia di Arturo», mi arrischiai a rispondere, colto alla sprovvista da quella domanda.

L’uomo si passò una mano nei capelli, visibilmente imbarazzato, e mi disse che erano morti tutti e tre da tempo.

A quella scoperta, una paura sconosciuta iniziò a crescere nelle mie viscere.

Uscii dall’ospedale con la risata di mia madre che riecheggiava sarcastica nella testa e mi diressi verso casa, accelerando il passo sempre di più.

Più tardi, mentre portavo le tazze in soggiorno, non mi stupii di trovarli seduti sul divano.

Arturo teneva gli occhi bassi, Adamo, visibilmente imbronciato, guardava fuori dalla finestra, e Carmen borbottava tra sé.

«Sei stato al manicomio a cercarci», disse Arturo con tono pacato che non nascondeva il biasimo.

«Sì, dovevo sapere», replicai io. Carmen sussultò.

«E adesso che sai, stai meglio?»

«Sì… No, non lo so», risposi sedendomi sul divanetto di fronte a loro.

«Non avresti dovuto farlo.» Arturo aveva gli occhi più chiari del solito e scuoteva la testa.

«Non mi avete dato scelta. Avevo bisogno di capire…»

Mi interruppi.

Che cosa avevo bisogno di capire in fondo che non avessi già ampiamente intuito? Avevo bisogno che qualcuno di reale, qualcuno in carne e ossa mi dicesse quel che sapevo: che percepivo presenze inesistenti, che le potevo vedere, sentire e che loro interagivano con me. In poche parole, stavo impazzendo, esattamente come mia madre.

«Giunti a questo punto, c’è solo una cosa che possiamo fare per te», disse Arturo. Poi si girò verso Adamo e gli fece un cenno.

A quel segnale, Adamo divenne immediatamente furente, iniziò a dire parole incomprensibili e si avventò sul tavolino, fracassando in un colpo solo tutte le tazze. Mi alzai in piedi inorridito.

Adamo aveva uno sguardo allucinato e un sorriso sadico che non prometteva nulla di buono. Si diresse a grandi passi verso la libreria e iniziò a gettare a terra i libri.

Feci per fermarlo, ma in quel momento Carmen iniziò a urlare e a contorcersi sul divano.

«Ha le doglie, la devi aiutare», mi disse Arturo.

«Cosa?»

Carmen aveva il ventre un po’ più gonfio del solito e se lo teneva forte, mentre urlava dilaniata da un dolore misterioso.

Adamo nel frattempo stava rovesciando tutto quello che trovava.

Mi guardai intorno, in preda al panico.

«Aiutala!» mi urlò Arturo.

Carmen era tutta sudata e si contraeva a intervalli regolari.

A quel punto, feci la cosa più assurda che mi sia mai balenata per la testa: corsi verso il comodino che si trovava vicino alla porta e afferrai il mazzo di chiavi.

In quel momento, qualcuno iniziò a bussare alla porta.

Una voce attutita mi chiamava dal pianerottolo e mi chiedeva se stavo bene. Era la portinaia, probabilmente accorsa nell’udire il fracasso proveniente dal mio appartamento.

Non avevo tempo di rassicurarla, dovevo aiutare Carmen a dare alla luce il suo bambino immaginario.

Schivai un soprammobile che pioveva dall’alto, dopo l’ennesima spinta di Adamo alla libreria, e mi avvicinai a Carmen. La portinaia, sempre più allarmata, continuava a bussare alla porta.

Mi sedetti sul bordo del divano e Carmen mi afferrò la mano libera con una forza sovrumana. Era il nostro primo vero contatto fisico.

Allora presi la chiave più grossa del mazzo e la avvicinai al suo ventre contratto. Cercai di individuare l’ombelico e inserii la punta della chiave con delicatezza.

Carmen urlò di dolore, mentre la portinaia aveva smesso di bussare.

Alzai lo sguardo su Arturo, che annuì serio.

Mentre Adamo rompeva un vaso, girai una volta la chiave con grande fatica. Poi un’altra volta. Le urla di Carmen mi entravano nelle viscere. Con un ultimo sforzo, girai ancora una volta e aprii lo sportello fantastico che avrebbe permesso al bambino di uscire.

La donna ansimava, madida di sudore. Poggiai le chiavi e inserii le mani nella pancia di Carmen: mi trovavo davanti a un tunnel vorticoso di sangue rosso. Alla fine del tunnel, un bambino d’oro aspettava che qualcuno lo aiutasse a varcare la soglia.

Chiusi gli occhi e mi gettai in quel vortice, allungando le braccia, fino a quando non sentii qualcosa di tenero e prezioso materializzarsi tra le mie mani. Allora riaprii gli occhi e mi ritrovai seduto sul divano con una luce tra le mani. La deposi delicatamente sul petto di Carmen che la accolse come un dono. Il suo viso era sereno e disteso.

Arturo mi sbirciava da sotto lo scolapasta e vidi una lacrima scendergli lungo il viso pallido.

Adamo nel frattempo si era messo a dipingere. Nella tela c’era un oscuro vortice nero e rosso al termine del quale non si trovavano due occhi minacciosi, ma una luce dorata.

Un colpo fortissimo alla porta mi fece sussultare.

«È tempo di andare», mi disse Arturo e la sua voce mi sembrò quella di mio padre.

Un altro colpo alla porta.

«Adesso, fatti aiutare», furono le ultime dolcissime parole di Arturo.

Un altro colpo e la porta si spalancò, cedendo su uno dei cardini.

Alcuni uomini in divisa guardavano me e il mio appartamento distrutto. Di Arturo, Carmen e Adamo, nessuna traccia.

Mi alzai dal divano e dissi semplicemente: «Ho bisogno di aiuto.»

 

… Ecco, dottore, questo è tutto ciò che è accaduto. Da allora sono passati due anni e non ho più rivisto Arturo, Carmen e Adamo. Il percorso che ho intrapreso è duro e ancora lunga è la strada davanti a me, però ora finalmente una breccia si è creata nel muro. Ho venduto la casa dei miei genitori e mentre sistemavo le loro cose, sono saltate fuori delle foto del periodo in cui mio padre faceva il volontario in manicomio. In una c’ero anch’io con lui, insieme a tre pazienti dell’ospedale. È stato allora che ho conosciuto Arturo, Carmen e Adamo. Erano nella mia memoria da molto tempo.»

Lo psichiatra si toglie gli occhiali e si massaggia il naso, poi alza lo sguardo su di me e mi domanda: «Le cose sembrano procedere bene. Come mai è venuto da me, oggi?»

«Mi mancano…» esordisco timidamente. Poi traggo un lungo respiro e, guardandolo, gli dico: «Voglio che li faccia tornare, dottore. Voglio rivedere Arturo, Carmen e Adamo. Voglio bere, ancora una volta, il tè delle cinque con loro».

Letto 111 volte Ultima modifica il Martedì, 11 Luglio 2017 14:34
Daisy Franchetto

La scrittura mi rende una persona migliore.

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