Cogito Ergo Sum

Non è mai troppo tardi per realizzare i tuoi sogni nel cassetto e io sto realizzando il mio che ho accantonato 40anni fa. Finalmente scrivo dopo che ho fatto la chef, la guida a cavallo e la mamma a tempo pieno, e la sto ancora facendo. Che dire... la mia biografia ancora non riesco a scriverla.
Sabato, 06 Maggio 2017 11:59

Sogno di una notte di primavera

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Sella del Diavolo Sella del Diavolo Rita Pinna

 

Streghe

La sella del diavolo era più verde del solito, forse dipendeva dalla luce del pomeriggio o forse dal terzo bicchiere di torbato. La guardavo intensamente, sembrava mi venisse addosso, era sempre più grande. Sapevo che non poteva essere. Ero immobile, ma la collina mi veniva incontro. Spaventato e scioccato faccio un passo indietro sperando di evitarla ma inesorabilmente mi viene addosso.

Uno strillo mi fa voltare e scopro che l’urlo è il mio.

Mi sveglio sudaticcio e tremante nel mio letto. Mi passo la mano nei capelli, e sorrido. Accanto a me Viola si muove, ho disturbato il suo sonno. Apre gli occhi e mi fa il verso del gatto che si sta svegliando. A quel verso segue la mimica: si stiracchia proprio come un felino.

“Mi hai svegliato”. Dice imbronciata. Tiro le tende ed eccola là, La Sella del Diavolo. La collina verde del mio sogno che mi veniva addosso era al suo posto. Chissà cosa aveva scatenato l’incubo.

“Caffè”. Viola era sgattaiolata giù dal letto per preparare la colazione e come al solito cominciava con il caffè. Lascio la veranda, speranzoso che mi conceda un altro rendez vous e le vado incontro. Mi bacia frettolosamente adducendo la solita scusa: è in ritardo. È sempre in ritardo. Mi volto un attimo solo un attimo e sento un boato, come al rallentatore vedo Viola volare verso di me, vetri e calcinacci esplodere intorno. Liquido caldo che mi bagna il viso e Viola coperta di sangue esanime ai miei piedi. Sollevo lo sguardo e vedo La Sella del Diavolo in fiamme che si sgretola davanti a me. Urlo con quanto fiato ho in gola abbracciando mia moglie ormai morta e coperta di sangue.

“L’incubo finisce e mi ritrovo sudato e affannato sul letto. Questo tutte le notti”

“Da quanto tempo fa questi incubi?”

“Da circa due settimane. Non sono sposato e non conosco nessuna Viola, ma il sogno è talmente reale che ne sono proprio convinto”.

La psicologa giocò con la biro per un po’ prima di rispondere.

“Ha avuto qualche lutto, un incidente o qualcosa che lo ha sconvolto, recentemente?”

“Nulla di tutto questo. Senta forse sto esagerando nel preoccuparmi, ora devo rientrare al lavoro. Le telefono per un altro appuntamento?”

“Come vuole lei, ma non sottovaluti la situazione”.

“D’accordo. Arrivederci”.

Fabio uscì dallo studio sistemandosi la sciarpa intorno al collo. Faceva freddo per il mese di marzo. Attraversò le strisce pedonali sopra pensiero e quando un taxi suonò il clacson per avvisare che poteva investirlo, alzò il pugno inveendo contro il malcapitato.

Non era più lo stesso da due settimane, da quando erano iniziati i sogni. C’era anche dell’altro, non lo aveva detto alla psicologa, si vergognava troppo. Il suo sogno lo stava seducendo, si stava innamorando di Viola. Aveva taciuto anche sul probabile effetto scatenante: una sbronza epocale.

Due settimane prima aveva festeggiato il suo compleanno insieme ad alcuni amici.

Il locale situato dentro le mura del Castello a Cagliari era accogliente e caldo. Alcune ragazze si erano unite alla festa. Tra un cocktail e una chiacchiera, aveva bevuto troppo e quando era andato a letto quella notte aveva sognato per la prima volta Viola.

Fabio lavorava come anestesista all’ospedale Antonio Cao. Un ospedale specialistico per bambini che curava tutte le malattie del sangue. Il suo lavoro gli piaceva così tanto che non si accorgeva delle ore che passavano e parecchie volte finiva per fare due turni insieme.

Arrivò all’ospedale che mancavano dieci minuti alle 17,00. Guardò l’orologio e accelerò il passo. La porta dell’ascensore si aprì sul quinto piano, la dottoressa Poli lo guardo sorridendo.

“Anche oggi qui? Ma non era il suo giorno libero?”

“Ho dimenticato il portatile nel mio ufficio”. Rispose imbarazzato.

Gli occhi neri e profondi evitarono lo sguardo della dottoressa, stava mentendo.

“Visto che è tornato potrebbe dare un’occhiata alla bambina della 12?”

“Un nuovo ricovero?”.

“E’ arrivata stamattina, dovrà fare una risonanza con contrasto”.

“Mi preparo e arrivo.” Disse dirigendosi verso il suo ufficio.

Si lavò accuratamente e infilò il camice, prese lo stetoscopio e si avviò verso la stanza 12.

La dottoressa Poli stava già visitando la bambina che era di spalle, Fabio non riusciva a vederla in viso.

“Paziente di otto anni, crescita normale. Stamattina è svenuta a scuola dopo aver avuto delle convulsione senza ipertermia. Necessita di ulteriori esami oltre a quelli ematici”

“Ciao, come ti chiami?” Chiese Fabio. La bambina si girò per rispondere.

“Mi chiamo Viola”. Occhi blu, del colore del mare lo fissavano tra paura e speranza.

Fabio fece un passo indietro, somigliava terribilmente alla Viola del sogno. Impallidì e per la prima volta nella sua carriera non riuscì a mettere a proprio agio il paziente.

“Dottor Conti, si sente bene?” La dottoressa Poli lo aveva visto impallidire e si stava preoccupando.

“Sto bene grazie”. Fabio fece finta di nulla e si avvicinò alla bambina.

“Come ti senti Viola?”

“Mi fanno male gli occhi e la testa.”

“Vedrai che tornerai a star bene il più in fretta possibile.” Fabio era tornato sicuro di se e affettuoso come al solito.

Terminata la visita si consultò con la dottoressa.

“Gli esami del sangue mostrano una piastrinopenia grave, gli abbiamo prenotato la plasmaferesi. Inizierà tra un’ora.”

“Non si sa cosa potrebbe averla provocata?”

“Gli esami per i metalli pesanti sono ancora in corso, aspettiamo”. Lo sguardo della dottoressa era triste, non presagiva nulla di buono.

Alcune ore dopo Fabio andò a trovare Viola nella sua stanza, aveva appena finito la plasmaferesi.

La bambina era cerea, si vedeva che stava molto male. La madre era seduta vicino a lei, aveva gli occhi rossi. La sacca della trasfusione era a metà, Fabio si avvicinò per visitarla, la madre gli prese la mano a mezz’aria.

“Dottore perché non si riprende? Sta sempre peggio.” Una lacrima le rigò la guancia e finì giù a bagnare la mano della bambina.

“Mamma non piangere, io sto bene, sono solo stanca.” La voce di Viola era sommessa, sembrava che stesse per addormentarsi.

“Buona sera dottore, buona sera signora Sella.” La dottoressa Poli era entrata stringendo una cartellina al petto.

“Cosa le hanno trovato?” Chiese speranzosa la madre.

“Usciamo un attimo, lasciamola riposare.” Rispose la dottoressa.

Fabio usci prendendo sottobraccio la madre di Viola, aveva già capito e un groppo in gola gli impedì di parlare.

“Le analisi del sangue hanno evidenziato un’anemia perniciosa. Il midollo si rifiuta di produrre globuli rossi e arrivati a questo punto non sarà possibile neppure il trapianto di midollo anche se troviamo il donatore compatibile. A meno di un miracolo Viola potrebbe morire tra le 24 e le 48 ore da ora. Mi dispiace moltissimo”. La dottoressa Poli lo aveva detto tutto d’un fiato come se fosse il suo ultimo respiro, abbassò lo sguardo come se la malattia di Viola fosse colpa sua.

Fabio restò senza fiato, come se un pugno lo avesse colpito all’improvviso allo stomaco.

La madre della bambina restò annichilita, non disse una parola e rientrò nella stanza. Si sedette nel letto e cominciò a cantare una ninna nanna accarezzandole i capelli. Sorrideva e cantava.

La dottoressa andò verso l’ascensore, Fabio non si mosse da lì per alcuni minuti. Poi andò a sedersi nella sedia di fronte al letto di Viola. Non si accorse che il sonno lo prese con se e si ritrovò a tavola che mangiava in compagnia di Viola, sua moglie.

“Che hai Fabio, sei distante.” Gli disse.

“Ho una sensazione strana di deja vu, è come se stessi vivendo questo istante decine di volte nello stesso momento.”

“Sai Fabio, ho sognato che la tua paziente stava bene. Era guarita perché tu avevi trovato la cura. Non era leucemia o qualche anemia. Una zecca l’aveva punta e aveva bisogno di antibiotici.”

Fabio si sentì morire, un ricordo lontano lo risucchiò dal sonno.

Salto su dalla sedia semiaddormentato, sconvolto da quella rivelazione. Corse in medicheria per chiamare la dottoressa Poli.

“Le dico che potrebbe essere possibile, la rickettsiosi provoca gli stessi danni al sangue. Proviamoci oramai ha le ore contate, ma se non ci proviamo, non potremo mai sapere se poteva guarire.”

“Va bene, proviamo. Dobbiamo avvisare la madre per etica e per le autorizzazioni.”

Fabio non la lasciò finire di parlare, corse in camera, spiego ai genitori quello che voleva fare, il padre appena arrivato bevve tutto quello che Fabio disse.”.

Cinque minuti dopo Viola aveva una flebo con gli antibiotici attaccata al braccio.

“Ora non ci resta che aspettare, controlleremo ogni quattro ore il livello dell’emoglobina”

I genitori si sedettero nei divanetti appena fuori dalla camera. Abbracciati sembrava che si sorreggessero a vicenda, una zattera in alto mare.

Quattro ore dopo l’infermiera arrivò per il prelievo. La bambina non si svegliò facendo allarmare i genitori. Fabio che era seduto insieme a loro li tranquillizzò, disse che era normale, Viola era molto stanca. Attesero insieme il risultato che arrivò quindici minuti dopo. Viola reagiva agli antibiotici, era rickettsiosi. Si sarebbe salvata.

Lacrime silenziose scesero lungo il volto dei genitori che non finivano di ringraziare Fabio e la dottoressa Poli che aveva portato la buona notizia.

Quella sera Fabio finì il turno molto tardi. La stanchezza cominciava a farsi sentire mentre continuava a pensare al suo assurdo e meraviglioso sogno. Chi era Viola? E la bambina che le somigliava con il suo stesso nome? Tante domande e nessuna risposta. Sentiva il bisogno imperativo di dormire per incontrare nuovamente Viola.

L’autobus era deserto a parte una vecchia che sonnecchiava seduta in fondo. Si sedette al centro, il finestrino sulla destra rifletteva le luci della città. L’autobus costeggiava il porto il profumo di salsedine mista all’odore rancido della nafta per calafatare gli arrivò alle narici facendogli storcere il naso. All’improvviso un ricordo lontano si insinuò nella mente:

Una sera d’estate di alcuni anni prima era sdraiato sulla spiaggia di Marina Piccola ai piedi della Sella del Diavolo e guardava distrattamente i surfisti che volavano con il vento di maestrale. Un braccio uscì dall’acqua e tornò dentro, un viso entrava e usciva dalla superficie, ci mise alcuni secondi per realizzare che qualcuno stava chiedendo aiuto. Si alzò e corse verso il mare. Si tuffò. Dopo alcune bracciate arrivò a prendere per il petto, tirandola in superficie, la ragazza che stava affogando mentre questa per il panico gli sferrò un diretto sul naso tramortendolo. Si svegliò sulla battigia con il bagnino che lo stava rianimando. Sputacchiando acqua salata e saliva chiese della ragazza. Il bagnino disse che era all’ospedale e che se non fosse stato per lui sarebbe morta. Chissà perché non ci aveva più pensato. L’odore del porto gli aveva riportato quell’episodio alla mente. Ma perché? Era convinto che nulla succede per caso. Assorto nei suoi pensieri non si accorse che aveva saltato la sua fermata. Scese a quella successiva seguito dalla vecchia signora.

Percorsi alcuni passi la vecchia si girò e guardandolo dritto negli occhi gli disse.

“Non dimenticarti che sei un figlio della terra, sei destinato a grandi cose, ma fino a quando non troverai Viola sarai solo un seme senta acqua.”

Restò con il respiro a metà per una manciata di secondi, quando si riscosse la vecchia signora era svanita nel buio. Un pezzetto di carta sdrucito attirò la sua attenzione, una folata di vento lo stava portando via. Lo prese per un pelo, era un biglietto da visita che reclamizzava un negozio di chincaglierie con lo stemma colorato che rappresentava una viola del pensiero.

Il negozio era in via Garibaldi al centro di Cagliari, non era lontano, ma prima doveva dormire. Era veramente stanco.

Chiuse gli occhi, il letto era morbido e accogliente. Il sonno non tardò a venire e con il sonno comparve Viola.

“Buongiorno tesoro, riposato bene?”

“Viola! Amore mio, sei qua.”

“Certo, dove vuoi che vada?” Viola sorridendo si buttò su di lui scompigliandogli la zazzera.

“Non so se sto sognando ora o quando tu non ci sei, è terribile”

“Cosa c’è che non va? Sei strano.”

Fabio avrebbe voluto spiegargli ciò che lo angosciava ma stare insieme a lei gli fece dimenticare tutto.

“Si svegliò con il sapore di Viola in bocca, il tocco caldo dei suoi baci ancora sulla pelle. Ma lei non c’era, era sparita con il sogno.

Alcune ore dopo era di fronte al negozio del biglietto da visita. All’ingresso alcuni vasi di viole del pensiero abbellivano l’uscio. Entrò e un campanello suonò annunciando il suo arrivo.

Una voce lontana disse “un momento”.

Gironzolò per il negozio rimanendo affascinato dagli oggetti particolari sui banconi e scaffali. L’odore dell’incenso lo stordiva. Un poster con la Sella del Diavolo era appeso su una parete in fondo. Il negozio era enorme, non sembrava visto da fuori. Cascatelle d’acqua che si riversavano su ciotole di terracotta, civette in ceramica e donnole impagliate sembravano fissarlo. Acchiappasogni colorati e tintinnanti creavano riflessi d’arcobaleno intorno a lui.

Si fermò di colpo: una fotografia di Viola che giocava con un gatto nero era appesa dietro il banco.

“Eccomi” Disse la voce di prima. Fabio era annichilito, non riusciva a parlare.

“Oh, si ho capito.” Disse sorridendo la voce che apparteneva alla vecchia signora dell’autobus.

“Vieni con me ragazzo, è ora.”

Prese per mano Fabio e lo condusse dietro al bancone in direzione del grande poster della Sella del Diavolo.

Lo attraversarono come se fosse fatto di nebbia. Oltre, una foresta di querce e salici piangenti. Il profumo del bosco e scoiattoli e cervi che lo guardavano. Era sconvolto non riusciva a connettere.

“Deve essere un altro sogno” si disse.

Arrivarono in una radura circondata da alte querce e fillirea frondose. Nel prato campeggiavano alcune rocce che formavano un tempietto. Indicando una panca di granito la vecchia signora gli disse:

“Siedi giovanotto, è ora di svegliarti.”

“Che cosa sta succedendo, questo è un altro dei miei sogni vero?”

“No.”

“Sto impazzendo, è ovvio” Disse Fabio.

“Sei nel regno delle Janas, a casa tua.” Fabio la guardò con espressione ebete, non capiva, e forse non voleva capire.

“Ti racconto la storia di un folletto che era stanco di vivere in questo mondo. Il folletto in questione chiese il nullaosta per vivere nel mondo degli umani; aveva promesso che non ne avrebbe più fatto ritorno firmando con il proprio sangue  il contratto che sanciva questa regola.

Purtroppo per lui dopo la firma indugiò per qualche tempo nel mondo fatato e si innamorò, ricambiato, di una Jana che non volle lasciare questo mondo.

Millenni sono trascorsi da allora, e i due innamorati escogitarono un modo per incontrarsi. Hanno costruito un mondo che li accogliesse senza ricordare nulla di loro stessi a parte il loro amore. Intorno a loro nacque il mondo dei sogni. Questo sistema esigeva una retribuzione. Delle anime importanti dell’altro mondo dovevano essere salvate da alcuni incidenti, ma se non ci sarebbero riusciti, il folletto e la Jana avrebbero perduto la loro energia fino a morire.

Fino ad ora sono state salvate due anime, ma da ora in poi? La Jana sta morendo, la sua energia si sta spegnendo a causa delle tue lacrime, e con lei si spegnerà la sua foresta. Moriranno molti animali innocenti.

La grande Jana ha deciso di dichiarare nullo il contratto per salvare alberi e animali. La Jana si deve salvare. TU, TI DEVI SVEGLIARE”

Fabio era ancora più confuso, respirava velocemente.

“Che c’entro io?”

“Non ricordi ancora?” Disse sorridendo la vecchia signora.

“Io… io… Sono il folletto?” Balbettò Fabio

“Sei Magnus, caro ragazzo. Ora sei sveglio, stavi solo sognando. La tua Jana, Viola, sta morendo e vuole parlare con te.

“Perché?”

“La bambina in ospedale. Non aveva la rickettsiosi, è morta. Non l’avete salvata. Da adulta sarebbe diventata una ricercatrice molto brava. Avrebbe trovato la cura per molte malattie. Lei era l’alter ego di Viola nel mondo terrestre. Morta lei, Viola si spegnerà inesorabilmente.

“Portami da lei” Fabio si era riscosso, ora era tutto normale, tutto al suo posto. Ora capiva, ma ancora non ricordava del tutto.

Una porta si aprì nel nulla davanti a lui. La stanza era in penombra, vide Viola che fluttuava a mezz’aria, una luce blu la circondava.

“Fabio, amore della mia vita. Non sono riuscita a salvare il nostro amore, la mia energia sta scivolando via verso la Grande Madre.”

Il viso di Fabio era rigato di lacrime. Ora ricordava la vita nel mondo fatato. Magnus e Viola, l’Elfo e la Jana.

“Perdonami amore mio per non aver saputo proteggerti in quella terra di dolore. Ora sono qua, darò la mia vita per te.”

“No, sarebbe inutile. Moriresti con me.”

“C’è solo una cosa da fare per salvare la foresta e gli animali.” Disse la vecchia signora.

“Magnus deve morire per dare la vita al bosco. La sua noia, l’insoddisfazione per questo mondo ha creato tanti problemi, ora solo lui li potrà far cessare.”

“NO! Basto io per tutte e due.”Disse Viola disperata.

“Andremo insieme verso la Grande Madre.” Così dicendo Fabio con uno scatto entrò nella luce blu cingendo i fianchi di Viola. Un’esplosione bianca, silenziosa portò via i due innamorati.

Nel negozio di chincaglierie il poster della Sella del Diavolo sembrava bruciare. Si sciolse dall’alto verso il basso lasciando andare scintille di mille colori. Fabio e Viola attraversarono la parete precipitando ai piedi del poster. Dal tavolino vicino cadde una statuina sulla testa di Viola. Era la raffigurazione della Dea Madre.

“Hai!” Urlò Viola.

Fabio la prese tra le braccia assicurandosi che non si fosse fatta male.

“Mi scusi l’ho fatta cadere, ma ho inciampato, che goffo. Mi scusi ancora.”

Viola si alzò lasciando le mani di Fabio.

“Non si preoccupi, non è nulla. Sembra solo un graffio.” Rispose Viola specchiandosi nella vetrina di un mobile.

“Non mi sono presentato. Mi chiamo Fabio Corsi.”

“Piacere Viola castaldi.”

 

Letto 140 volte Ultima modifica il Sabato, 06 Maggio 2017 14:19
Rita Pinna

Non è mai troppo tardi per realizzare i tuoi sogni nel cassetto e io sto realizzando il mio che ho accantonato 40anni fa. Finalmente scrivo dopo che ho fatto la chef, la guida a cavallo e la mamma a tempo pieno, e la sto ancora facendo. Che dire... la mia biografia ancora non riesco a scriverla.

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