Cogito Ergo Sum

Non è mai troppo tardi per realizzare i tuoi sogni nel cassetto e io sto realizzando il mio che ho accantonato 40anni fa. Finalmente scrivo dopo che ho fatto la chef, la guida a cavallo e la mamma a tempo pieno, e la sto ancora facendo. Che dire... la mia biografia ancora non riesco a scriverla.
Mercoledì, 13 Settembre 2017 15:01

Lo specchio

Oggi ho conosciuto una donna, affabile e generosa. Delicata nei modi e nelle parole ma triste e dura allo stesso tempo.

Una vecchia bambina piena di cicatrici ancora aperte, un dolore mai sazio che ricompare ogni volta che chiede amore. L’amore che non ha avuto.

La guardo e vedo una vita forte e di valore ma quel sorriso sghembo è trasparente. Si intuisce, si vede il dolore che arriva fino alle ossa dietro quel “va tutto bene”. Le piaghe sanguinanti dell’indifferenza di chi ha amato.

L’ho conosciuta in un frangente strano, mai avrei immaginato di conoscerla. Parlavo con una persona incontrata per caso, non la vedevo da mesi. Velia, questo il suo nome, mi chiama dall’altra parte della strada, mi giro e saluto.

 Si avvicina a me e cominciamo a parlare della mia famiglia, ovvero di quel che resta della mia famiglia: mio padre. Mi racconta che lo ha visto camminare per strada ingobbito e solo, aveva l’aria sofferente. Faccio finta di nulla e cambio discorso, ma lei insiste chiedendomi perché non vado a trovarlo. Sono anni che non lo: vedo almeno venti.

 Velia non molla, mi vuol convincere a chiamare mio padre per chiedergli come sta. Intanto arriviamo al bar ed entriamo per ordinare il caffè. Uno specchio riflette la nostra immagine, Velia continua a parlare ma io non l’ascolto. Le sue parole sono un brusio in sottofondo che reggono la mia anima. Se non ci fossero state quelle parole sarei volata via.

Guardo la mia immagine riflessa, penso alla mia infanzia, e realizzo qualcosa che non avrei mai voluto. Mio padre abusava di me, io l’ho dimenticato. Ho dimenticato quella bambina bisognosa di amore e protezione. Continuavo a vedere la mia espressione, gli occhi erano velati di lacrime e dopo alcuni istanti piccole gocce scendevano lungo il viso di quella sconosciuta allo specchio.

 Capisco che sono io, quella donna che rifiutava di essere stata abusata nella mente e nel corpo, proprio da chi doveva proteggerla e amarla.

Ho rifiutato per anni questo pensiero rifugiandomi dietro un sorriso fabbricato per ogni situazione, mentendo a me stessa per non crollare e essere di nuovo vulnerabile.

Ora una signora fragile mi guarda dallo specchio e mi prega di aiutare quella bambina indifesa che ho dentro e mi vedo come sono realmente. Sono diventata dura, triste ma sempre educata e attenta a non far male a nessuno.

 No, dico a Velia, non andrò a trovarlo, la sua vita è la sua punizione. Mentre Velia mi guarda con stupore giudicandomi cinica, io pago i caffè e vado via sentendomi finalmente libera.

Pubblicato in Racconti
Martedì, 11 Luglio 2017 07:19

Il tè delle cinque

«L’estate volgeva finalmente al termine.

Non mi è mai piaciuto quel periodo dell’anno: troppo calore, troppa luce. L’estate non dà scampo, ti scova ovunque tu sia. Il sole è un grande occhio indagatore. I corpi sono esposti e tutto diventa visibile, pubblico.

Nelle serate estive, quando il caldo sembra dare tregua, dalle finestre aperte per lasciar entrare l’aria fresca giungono rumori che parlano della vita degli altri. E della tua a loro. D’estate gli angoli periferici dei centri urbani diventano squallidi.

Con il conseguimento della laurea in matematica mi trasferii in città, dove avrei insegnato in un Istituto Tecnico. Per molti miei colleghi di università, la matematica è una scienza affascinante e misteriosa, per me no. Io della matematica ho sempre amato la certezza, i confini definiti, le leggi innegabili.

Non mi sentivo portato per l’insegnamento. Non avevo mai desiderato condividere con altri il mio sapere e non mi interessavano le relazioni umane, anzi, le rifuggivo. Ma di qualcosa si deve pur vivere.

Dopo la morte di mia madre non era rimasto nulla per me nella grande casa di campagna, solo i fantasmi che lei aveva lasciato dietro di sé e che ancora la cercavano.

Trasferendomi, mi illusi di allontanare le voci e le presenze che infestavano quella casa e, per un po’, è stato così.

Tutto iniziò con il tè delle cinque…

Insegnavo da un mese e mi sentivo bene. Avevo scoperto di riuscire a erigere muri altissimi dietro i quali mi potevo nascondere dagli studenti e dai colleghi e, con mia sorpresa, capii che quasi nessuno aveva voglia di varcare la soglia dell’intimità. C’erano tante barriere invisibili tutte intorno e ognuno se ne stava rintanato. Mi sentii finalmente normale. Fino al giorno in cui non incontrai la collega che insegnava chimica.

La sala insegnanti era affollata e non la notai subito. Stavo raccogliendo le mie cose, desideroso di andare a casa al più presto. Un gruppo di colleghi era radunato intorno alla grande finestra e commentava qualcosa che stava accadendo fuori. A un certo punto, qualcuno mi chiamò e mi disse di andare a vedere. Mio malgrado, fui costretto ad avvicinarmi.

Alla finestra vidi quel che tutti commentavano: chi ridacchiando, chi biasimando.

La scuola confinava per un tratto del cortile con il manicomio della città, capitava che ci fossero scene bizzarre dall’altra parte della rete, ma quel giorno sembrava una bolgia infernale.

Due uomini si stavano picchiando in maniera selvaggia, mentre gli infermieri tentavano di dividerli. Tutto intorno, gli altri pazienti avevano le reazioni più disparate: chi scappava senza una meta, chi piangeva, chi rideva a crepapelle, chi se ne stava accovacciato farneticando.

Mi volsi a guardare i colleghi che commentavano la scena. Non ho mai trovato nulla di divertente o da biasimare nella malattia mentale, forse perché la conoscevo fin troppo bene, quindi non dissi nulla e, dato un ultimo sguardo, mi girai per tornare alle mie occupazioni. Qualcosa però attrasse la mia attenzione. Ai margini della scena apocalittica che si stava svolgendo, dietro un grosso tronco, faceva capolino una figura. Un uomo. Aveva uno scolapasta in testa e occhi tanto chiari da sembrare bianchi. Era là, ma, allo stesso tempo, sembrava non esserci davvero. Avrei giurato che mi stesse osservando.

Turbato, mi allontanai dalla finestra e fu allora che la vidi. Era vicina alla scrivania in cui erano radunate le mie cose e mi guardava. Era indubbiamente carina. La cosa che però mi colpì di più furono gli occhi: erano freschi, lunari, non mi scrutavano indagatori. Il suo sguardo si appoggiava su di me delicato, quasi ad accarezzarmi. C’era qualcosa di intimo in quel momento, che non riuscii a sopportare. Raccolsi le mie cose velocemente e me ne andai quasi correndo.

Il giorno dopo mi svegliai presto, felice di poter stare solo per tutto il giorno.

Nel pomeriggio, rientrato da alcune commissioni, iniziai a prepararmi il tè. Ogni giorno, poco prima delle cinque, preparo il tè. È una tradizione di famiglia che mia madre, di origine inglese, curava particolarmente. Il servizio di porcellana era sempre lo stesso da generazioni ed era una delle poche cose che avevo portato dalla vecchia casa.

Stavo disponendo sul vassoio le tazze, sempre due, di color bianco con delicati petali rosa dipinti a mano. Dopo la morte di mio padre, ho sempre bevuto il tè delle cinque con mia madre e anche adesso che non c’è più, preparo una tazza per lei.

Il tè delle cinque era un appuntamento cui non si poteva rinunciare.

Una volta versato il liquido ambrato, mia madre iniziava la sua conversazione con i presenti e anche con chi non c’era. Da quando mio padre era mancato, lei non aveva mai smesso di parlargli e di vederlo in giro per la casa. Con il tempo aveva iniziato a sentire anche le voci di parenti morti. Così sul vassoio c’erano sempre tante tazze e lei conversava un po’ con me, un po’ con gli altri. All’inizio ero confuso e spaventato dalla cosa, ma con il tempo mi ero abituato.

Le visite immaginarie resero mia madre sempre più cupa e tormentata. I suoi occhi divennero due globi minacciosi e scrutatori. Quando mi guardava, avevo la certezza che lei potesse leggermi fin nel profondo dell’anima. Poteva leggere le cose belle e le cose brutte, ma ero convinto che lei vedesse solo ciò che di più terribile e vergognoso si aggirava nella mia mente.

Le presenze iniziarono a visitarla a ogni ora del giorno, tanto da non avere più il tempo di parlare con me. Per me c’erano solo i suoi grandi occhi neri, che sentivo addosso anche quando uscivo da casa.

Mi decisi a farla visitare da uno specialista, che le diagnosticò una depressione e le prescrisse dei farmaci, ma le voci rimasero.

Poco tempo dopo, lei si ammalò e morì.

Rimasi nella grande casa con il servizio da tè e, scoprii, con le presenze che tanto le tenevano compagnia: porte che si chiudevano, oggetti che si spostavano misteriosamente, una mano gelida che mi sfiorava nel corridoio buio.

Alle cinque bevevo il tè da solo, preparando sempre una tazza per la mamma. La sua presenza in quei momenti sembrava palpabile e i suoi occhi erano sempre lì a scrutarmi. Ma tutti quei rumori mi inquietavano e, appena possibile, mi trasferii.

Credevo di essermi messo alle spalle tutta quella situazione allucinante, perché nell’appartamento al secondo piano che avevo affittato, non avevo mai sentito rumori strani e persino la mamma sembrava lontana.

Perciò quel sabato mi sentivo tranquillo, mentre versavo il tè nelle due tazze. Poi, un rumore proveniente dalla mia camera, come di oggetto trascinato sulla superficie di un mobile. Mi fermai con la teiera a mezz’aria, raggelato. I miei occhi correvano da un angolo all’altro della stanza, mentre le mie orecchie erano tese a captare anche il minimo sussurro. Silenzio. Il mio cuore tornò a battere tranquillo.

Continuai a versare il tè e poi sentii di nuovo un rumore. Questa volta sembrava che qualcuno stesse ruotando la maniglia della finestra in camera. Avevo tanta paura da non riuscire a muovermi e una voce interiore, che suonava simile a quella di mia madre, mi disse di non andare a vedere. Mosso da una sconosciuta voglia di ribellione, decisi di scoprire quel che stava accadendo.

Mi alzai in piedi, tenendo gli occhi fissi sull’entrata della camera, potevo vedere il mio letto.

Ero fuori di me per la paura.

Varcai la soglia della camera e subito i miei occhi corsero alla finestra: la maniglia era effettivamente ruotata, ma la finestra non si era aperta. Nella camera era tutto in ordine, eppure non mi sentivo tranquillo.

Quando mi girai per uscire, trasalii al vedere un uomo nell’angolo buio, vicino all’armadio. Aveva uno scolapasta di metallo in testa e mi fissava con occhi chiari, quasi bianchi. Le labbra erano carnose e spiccavano rosate su un viso pallido e ben rasato. L’uomo si limitava a fissarmi con un’espressione che non tradiva alcuna emozione, così come aveva fatto il giorno prima dal cortile del manicomio. Ero fermo, quasi paralizzato.

Poi il volto dell’uomo si illuminò di un timido sorriso e con voce delicata mi disse: «Dicono che sono un pederasta. Lo sai cosa vuol dire?»

Mi ritrovai ad annuire.

«E tu ci credi?» mi domandò ancora l’uomo.

Non sapevo cosa dire.

Trasse un profondo sospiro. «Io mi vendo per potermi comprare le sigarette e le caramelle. Mi vendo a chiunque. Vuoi provare?»

Scossi il capo e lui annuì sconsolato, abbassando lo sguardo.

Uscì dall’angolo buio in cui si trovava e, guardandolo meglio, notai che indossava abiti puliti, ma malandati.

Sentendosi osservato, l’uomo si passò una mano sulla giacca come a spolverarla. Distolsi lo sguardo, dispiaciuto per averlo messo in imbarazzo e solo allora realizzai l’assurdità di quella situazione.

Prima che potessi dire qualcosa, lui andò verso la porta e nell’uscire mi disse: «La prossima volta porterò qualche amico con me». Detto questo, scomparve.

Superato lo stupore, mi precipitai fuori dalla stanza, ma dell’uomo con lo scolapasta non c’era traccia. Mi strofinai gli occhi e guardai l’ora, forse avevo solo sognato. Erano passate da poco le cinque.

Tornai a sedermi e bevvi il mio tè con la familiare sensazione di avere due occhi neri piantati addosso come spilli.

 

Il lunedì successivo, entrando a scuola, gettai sguardi furtivi al cortile del manicomio, alla ricerca dell’uomo con lo scolapasta in testa. Non lo vidi e ne fui quasi deluso: vederlo avrebbe rivestito di concretezza tutto quello che era accaduto.

Entrai a scuola e, fatti pochi passi, mi ritrovai davanti alla collega. I nostri corpi quasi urtarono e mi sentii il cuore in gola per l’emozione. I suoi occhi erano vicinissimi e mi accarezzavano. Mi scusai farfugliando e scappai via, prima che lei potesse dire qualcosa.

La mattinata sembrò lunghissima. I muri dietro i quali tutti si nascondevano parevano scricchiolare. A un tratto, non ero più così sicuro di desiderare la lontananza degli altri.

Tornare a casa rimise tutto in ordine. Varcata la soglia, mi sentii di nuovo al sicuro. Preparai il tè, lo portai nel soggiorno e lo versai nelle tazze, ma non iniziai a berlo, perché un rumore in cucina mi trascinò nella disperazione. Un mobile veniva aperto, poi seguirono suoni di piatti e tazze che venivano spostati.

Rimasi fermo, in ascolto, fino a quando non realizzai che in quel mobile c’erano anche le tazze del prezioso servizio di mia madre.

Mi alzai di scatto e la consueta vocina mi diffidò dall’andare.

Come temevo, in cucina trovai l’uomo con lo scolapasta intento a rovistare con la testa completamente inserita nel mobile.

La mia voce uscì strozzata: «Che cosa stai facendo?» trovai il coraggio di domandare.

Lentamente, lo scolapasta fece capolino, seguito da due occhi azzurri. L’uomo si raddrizzò e mi sorrise enigmatico. «Ti avevo detto che sarei tornato. Cercavo una tazza per il tè».

Per quanto assurda mi sembrasse la situazione, trovai più saggio dargli quello che cercava.

«Mi chiamo Arturo», si presentò.

Mi volsi a guardarlo e stavo per formulare una delle mille domande che mi infestavano la mente, quando un rumore nella camera da letto mi bloccò.

Arturo si volse a guardare in quella direzione, poi mormorò: «Oh, bene. Sono arrivati. È meglio se prendi altre due tazze».

Io lo guardavo confuso e preoccupato.

«Ti avevo avvertito che avrei portato degli amici», mi ricordò pazientemente Arturo, poi uscì dalla cucina.

Varcai la soglia del soggiorno con le mani tremanti e le tazze che tintinnavano debolmente; lì trovai Arturo e altre due persone. Uno era un uomo non molto alto, con un fisico asciutto e la pelle scurita dal sole; portava i capelli rasati e un gilet da esploratore. Mi scrutava guardingo.

L’altra era una donna dallo sguardo dolce. Il suo corpo sformato, la sua postura e l’azzuffata di colori che indossava mi fecero capire che anche lei veniva dal manicomio. Quando la guardai, mi sorrise, rivelando una quasi totale assenza di denti.

Avvertii anche un’altra presenza nella stanza, oltre a quelle visibili. Da qualche parte, mia madre mi stava osservando. I suoi occhi erano fissi su di me e mi disapprovavano.

Fu Arturo a rompere il silenzio. «Questo è Adamo, fa il pittore. E questa è Carmen».

I nuovi venuti non dissero nulla e anch’io non sapevo cosa dire o fare. Ero in casa mia con degli sconosciuti, probabilmente tutti malati psichiatrici, che non sapevo come facessero a intrufolarsi senza aprire porte o finestre, e che volevano bere il tè con me. Certamente stavo impazzendo.

Arturo si sedette e invitò gli amici a seguirlo, poi attesero che li servissi.

Mentre li guardavo, mi resi conto di non riuscire a trovare il coraggio di cacciarli via, quindi mi sedetti e iniziai a versare la bevanda fumante.

I tre presero le loro tazze e notai che avevano tutti un marcato tremolio alle mani, probabilmente dovuto ai farmaci che assumevano.

Mi sforzai di sembrare a mio agio e presi anch’io una tazza.

«Ti faccio vedere i miei disegni», disse Adamo, alzandosi. Scomparve nella camera da letto e tornò con un cavalletto da pittore e una serie di tele non incorniciate.

«Adamo ha vissuto molti anni in Germania. Ha esposto i suoi quadri in ospedale una volta», mi informò Arturo.

Nel frattempo, Adamo aveva posto sul cavalletto la prima tela. Il disegno era una serie di pennellate spesse, vigorose, stratificate. A prima vista, il dipinto non mi comunicò nulla, ma osservandolo meglio, cominciai a percepire le emozioni che la tela mi comunicava. Le pennellate nere sullo sfondo parevano una bestia cupa e tenebrosa accucciata in un angolo, mentre quelle grigie parlavano della tristezza e della solitudine. Infine, quelle rosse in superficie erano squarci, ferite sanguinanti.

«Ti piace?» mi domandò timidamente Carmen.

«Sì», mi ritrovai a rispondere.

«A me no!» urlò Adamo, visibilmente irritato. «Non è venuta come volevo!»

L’uomo iniziò a ripetere ossessivamente la frase, alzando sempre di più il tono di voce.

Io guardai Arturo e Carmen non sapendo bene cosa fare, temevo che i vicini potessero sentirlo.

Arturo si avvicinò ad Adamo, dicendogli di stare calmo, ma questo lo scacciò in malo modo, iniziando a parlare in tedesco, visibilmente irritato.

Arturo si ritrasse intimidito, ma quando Adamo gettò a terra la tela, senza smettere di urlare in tedesco, anche lui perse il controllo. Si calò pantaloni e mutande, iniziando a saltellare mezzo nudo, ripetendo: «Sono un pederasta. Sono un pederasta».

Mi alzai in piedi, sempre più agitato. Nel frattempo, Carmen aveva cominciato a piagnucolare e chiedeva dove fosse il suo bambino.

Adamo stava saltando sulla tela con i piedi.

Il volume delle voci si alzò in maniera insopportabile e mi portai le mani alle orecchie.

La presenza di mia madre divenne pressante, sembrava un vortice che risucchiava la mia coscienza e i suoi occhi mi rimproveravano per quel che stava accadendo.

Disperato, chiusi gli occhi e fu il silenzio.

 

Mi risvegliai nel mio letto, fuori era già buio. Il ricordo di quanto era accaduto divenne subito presente. Mi misi seduto e rimasi in silenzio per captare qualsiasi rumore, ma c’era solo silenzio.

Cauto, mi alzai e mi diressi verso il soggiorno. Trassi un lungo respiro prima di varcarne la soglia e quello che trovai mi lasciò senza parole.

Nessuna tela frantumata, nessun corpo mezzo nudo che si agitava in maniera scomposta, nessuna donna piangente. Là dove poche ore prima si era consumata una rappresentazione grottesca della pazzia, ora c’erano solo ordine e silenzio. L’altro lato della malattia mentale, pensai.

Faticavo ancora a mettere insieme qualche considerazione sensata circa quello che mi stava accadendo.

Quella parvenza di normalità che avevo acquistato con tanta fatica si stava scrostando come vernice mal stesa che si stacca, rivelando uno scenario di spettri e allucinazioni.

Temevo di affrontare il mondo esterno, temevo che qualcuno potesse scoprire il mio segreto, temevo il rientro a casa, dove forse mi attendevano i miei inopportuni visitatori.

Entrando a scuola, percorrevo velocemente il tratto di recinzione che confinava con l’ospedale psichiatrico.

Una mattina, mentre camminavo a testa bassa, qualcuno sussurrò.

Istintivamente, mi volsi e mi ritrovai davanti Arturo.

«Cosa vuoi?» domandai con voce angosciata.

Arturo sogghignò. «Che tu stia bene».

«Allora lasciatemi in pace!» replicai con tono fin troppo alto.

Arturo assunse un’espressione stupita. «Non possiamo».

Stavo per domandargli perché, quando mi interruppe. «Ops, abbiamo visite». Iniziò a ridere, mentre mi giravo, ritrovandomi vicino la collega di chimica. Arturo era scomparso.

La collega mi invitò a bere un caffè, ma rifiutai.

Lei se ne andò e guardando la sua figura che si allontanava, pensai che il suo corpo emanava un alone di normalità, mentre io stavo sprofondando nella malattia. Mi incamminai veloce in preda all’agitazione, con una risatina impertinente nelle orecchie. Sapevo che, se mi fossi girato, l’avrei visto. «Sta’ zitto», dissi tra i denti.

 

Nei giorni che seguirono, la situazione diventò sempre più chiara nella sua assurdità. I tre personaggi venivano regolarmente a farmi visita all’ora del tè e io mettevo da parte le mie domande.

Preparavo le tazze e li aspettavo. Gli occhi di mia madre si erano nascosti da qualche parte e non mi importunavano più.

Arturo e Carmen mi raccontavano la loro vita, mentre Adamo dipingeva riempiendo le tele con pennellate a volte rabbiose, a volte dolci come una carezza.

Scoprii che erano stati ricoverati in ospedale psichiatrico in giovane età, tranne Adamo che c’era arrivato quando aveva già quarantacinque anni. Aveva perso il controllo quando lavorava come cameriere in Germania e aveva sfasciato il locale in cui lavorava. Da allora, ogni tanto dei raptus violenti lo coglievano all’improvviso.

Arturo e Carmen avevano avuto una vita più tormentata. Diversi da sempre, con famiglie problematiche alle spalle, si erano barcamenati tra l’isolamento e il timore che incutevano negli altri. Soffrivano entrambi di allucinazioni che li lasciavano dilaniati. Arturo, in più, aveva anche un’inclinazione sessuale che gli era valsa più di un’aggressione e l’appellativo di “pederasta”.

Il ricovero era stato inevitabile. La vita manicomiale non era più semplice della vita che conducevano fuori. Era un mondo in cui le emozioni vibravano intensamente sotto una patina fatta di farmaci. Tante botte, paura, stanzini di contenimento, corpi venduti per un pacchetto di sigarette, elettroshock, ma anche amori clandestini e storie di amicizia.

«In manicomio, ti devi saper difendere», mi disse Arturo con tono grave.

«Per questo indossi lo scolapasta?» domandai.

«Quale scolapasta?» mi rispose lui stupito.

Non replicai, le nostre conversazioni erano fatte di interruzioni in cui le parole cadevano in burroni profondi. Il filo dei discorsi si attorcigliava intorno a noi e ci teneva stretti in posizioni scomode, oppure ci portava via, lontano, come la corda di un aquilone.

Un pomeriggio Carmen era particolarmente silenziosa e, se le si rivolgeva la parola, iniziava a borbottare tra sé.

«Lasciala perdere, è schizofrenica», mi consigliò Adamo senza staccare gli occhi dalla tela.

«È una brutta malattia», mi informò Arturo con garbo. «Tanti anni fa, ha dato alla luce un bambino, ma le suore non glielo hanno lasciato tenere… le hanno raccontato che era un mostro. E lei parla sempre con lui», mi rivelò Arturo, mentre guardava Carmen e scuoteva a testa. «Che brutta malattia.»

Anch’io raccontai qualcosa di me. Non l’avevo mai fatto, con nessuno.

Un giorno, prima di andare, Arturo si volse a guardarmi e mi disse: «Non siamo poi così diversi».

Quell’affermazione mi lasciò sgomento, ma meno solo. C’era un mondo di gente diversa e lo stavo scoprendo.

Qualcosa stava cambiando in me e fu lampante quando accettai l’invito della collega di chimica. Parlai molto poco, ma tanto lei parlò per tutti e due. Quando però la salutai e mi avviai in classe, mi sentii come se avessi spaccato un’enorme fetta di iceberg usando un punteruolo.

Forse fu l’euforia per le mie nuove conquiste a portarmi quel pomeriggio all’entrata del manicomio. Volevo sapere, capire da dove venissero i miei visitatori.

Mentre varcavo il portoncino laterale sotto lo sguardo accigliato dell’uomo seduto nella guardiola, avvertii gli occhi di mia madre farsi strada nella mia mente. Quello avrebbe dovuto suonare come un avvertimento, ma proseguii.

Mi guardai intorno, alla ricerca di uno dei tre visi, ma non riconobbi nessuno. Fermai il primo infermiere che incontrai nel parco e iniziai a descrivere i tre personaggi.

L’uomo mi guardava perplesso, poi mi domandò: «Lei è un familiare?»

«Un amico di famiglia di Arturo», mi arrischiai a rispondere, colto alla sprovvista da quella domanda.

L’uomo si passò una mano nei capelli, visibilmente imbarazzato, e mi disse che erano morti tutti e tre da tempo.

A quella scoperta, una paura sconosciuta iniziò a crescere nelle mie viscere.

Uscii dall’ospedale con la risata di mia madre che riecheggiava sarcastica nella testa e mi diressi verso casa, accelerando il passo sempre di più.

Più tardi, mentre portavo le tazze in soggiorno, non mi stupii di trovarli seduti sul divano.

Arturo teneva gli occhi bassi, Adamo, visibilmente imbronciato, guardava fuori dalla finestra, e Carmen borbottava tra sé.

«Sei stato al manicomio a cercarci», disse Arturo con tono pacato che non nascondeva il biasimo.

«Sì, dovevo sapere», replicai io. Carmen sussultò.

«E adesso che sai, stai meglio?»

«Sì… No, non lo so», risposi sedendomi sul divanetto di fronte a loro.

«Non avresti dovuto farlo.» Arturo aveva gli occhi più chiari del solito e scuoteva la testa.

«Non mi avete dato scelta. Avevo bisogno di capire…»

Mi interruppi.

Che cosa avevo bisogno di capire in fondo che non avessi già ampiamente intuito? Avevo bisogno che qualcuno di reale, qualcuno in carne e ossa mi dicesse quel che sapevo: che percepivo presenze inesistenti, che le potevo vedere, sentire e che loro interagivano con me. In poche parole, stavo impazzendo, esattamente come mia madre.

«Giunti a questo punto, c’è solo una cosa che possiamo fare per te», disse Arturo. Poi si girò verso Adamo e gli fece un cenno.

A quel segnale, Adamo divenne immediatamente furente, iniziò a dire parole incomprensibili e si avventò sul tavolino, fracassando in un colpo solo tutte le tazze. Mi alzai in piedi inorridito.

Adamo aveva uno sguardo allucinato e un sorriso sadico che non prometteva nulla di buono. Si diresse a grandi passi verso la libreria e iniziò a gettare a terra i libri.

Feci per fermarlo, ma in quel momento Carmen iniziò a urlare e a contorcersi sul divano.

«Ha le doglie, la devi aiutare», mi disse Arturo.

«Cosa?»

Carmen aveva il ventre un po’ più gonfio del solito e se lo teneva forte, mentre urlava dilaniata da un dolore misterioso.

Adamo nel frattempo stava rovesciando tutto quello che trovava.

Mi guardai intorno, in preda al panico.

«Aiutala!» mi urlò Arturo.

Carmen era tutta sudata e si contraeva a intervalli regolari.

A quel punto, feci la cosa più assurda che mi sia mai balenata per la testa: corsi verso il comodino che si trovava vicino alla porta e afferrai il mazzo di chiavi.

In quel momento, qualcuno iniziò a bussare alla porta.

Una voce attutita mi chiamava dal pianerottolo e mi chiedeva se stavo bene. Era la portinaia, probabilmente accorsa nell’udire il fracasso proveniente dal mio appartamento.

Non avevo tempo di rassicurarla, dovevo aiutare Carmen a dare alla luce il suo bambino immaginario.

Schivai un soprammobile che pioveva dall’alto, dopo l’ennesima spinta di Adamo alla libreria, e mi avvicinai a Carmen. La portinaia, sempre più allarmata, continuava a bussare alla porta.

Mi sedetti sul bordo del divano e Carmen mi afferrò la mano libera con una forza sovrumana. Era il nostro primo vero contatto fisico.

Allora presi la chiave più grossa del mazzo e la avvicinai al suo ventre contratto. Cercai di individuare l’ombelico e inserii la punta della chiave con delicatezza.

Carmen urlò di dolore, mentre la portinaia aveva smesso di bussare.

Alzai lo sguardo su Arturo, che annuì serio.

Mentre Adamo rompeva un vaso, girai una volta la chiave con grande fatica. Poi un’altra volta. Le urla di Carmen mi entravano nelle viscere. Con un ultimo sforzo, girai ancora una volta e aprii lo sportello fantastico che avrebbe permesso al bambino di uscire.

La donna ansimava, madida di sudore. Poggiai le chiavi e inserii le mani nella pancia di Carmen: mi trovavo davanti a un tunnel vorticoso di sangue rosso. Alla fine del tunnel, un bambino d’oro aspettava che qualcuno lo aiutasse a varcare la soglia.

Chiusi gli occhi e mi gettai in quel vortice, allungando le braccia, fino a quando non sentii qualcosa di tenero e prezioso materializzarsi tra le mie mani. Allora riaprii gli occhi e mi ritrovai seduto sul divano con una luce tra le mani. La deposi delicatamente sul petto di Carmen che la accolse come un dono. Il suo viso era sereno e disteso.

Arturo mi sbirciava da sotto lo scolapasta e vidi una lacrima scendergli lungo il viso pallido.

Adamo nel frattempo si era messo a dipingere. Nella tela c’era un oscuro vortice nero e rosso al termine del quale non si trovavano due occhi minacciosi, ma una luce dorata.

Un colpo fortissimo alla porta mi fece sussultare.

«È tempo di andare», mi disse Arturo e la sua voce mi sembrò quella di mio padre.

Un altro colpo alla porta.

«Adesso, fatti aiutare», furono le ultime dolcissime parole di Arturo.

Un altro colpo e la porta si spalancò, cedendo su uno dei cardini.

Alcuni uomini in divisa guardavano me e il mio appartamento distrutto. Di Arturo, Carmen e Adamo, nessuna traccia.

Mi alzai dal divano e dissi semplicemente: «Ho bisogno di aiuto.»

 

… Ecco, dottore, questo è tutto ciò che è accaduto. Da allora sono passati due anni e non ho più rivisto Arturo, Carmen e Adamo. Il percorso che ho intrapreso è duro e ancora lunga è la strada davanti a me, però ora finalmente una breccia si è creata nel muro. Ho venduto la casa dei miei genitori e mentre sistemavo le loro cose, sono saltate fuori delle foto del periodo in cui mio padre faceva il volontario in manicomio. In una c’ero anch’io con lui, insieme a tre pazienti dell’ospedale. È stato allora che ho conosciuto Arturo, Carmen e Adamo. Erano nella mia memoria da molto tempo.»

Lo psichiatra si toglie gli occhiali e si massaggia il naso, poi alza lo sguardo su di me e mi domanda: «Le cose sembrano procedere bene. Come mai è venuto da me, oggi?»

«Mi mancano…» esordisco timidamente. Poi traggo un lungo respiro e, guardandolo, gli dico: «Voglio che li faccia tornare, dottore. Voglio rivedere Arturo, Carmen e Adamo. Voglio bere, ancora una volta, il tè delle cinque con loro».

Mercoledì, 31 Maggio 2017 13:10

La zuppa antincendio

C’era una volta nelle campagne a ovest di Villacidro, uno sperone di roccia che nascondeva una grotta umida e buia. Era solo un’illusione per tenere lontano i curiosi. Dovete sapere che dopo pochi metri la grotta si allargava diventando un’enorme cava, piena di colori, stalattiti e meraviglia delle meraviglie, illuminata da tanti piccoli funghi che scintillavano di tutti i colori. Questi piccoli funghi rendevano l’ambiente colorato come un arcobaleno.

In questo meraviglioso luogo si riunivano alcune Cogas (streghe villacidresi) per cucinare le loro zuppe d’amore, i brodetti anti invidia e le torte contro il malocchio. Nella vita di tutti i giorni questa Cogas erano mogli e madri, o sorelle e figlie. Insomma nessuno era a conoscenza della loro vera identità. Erano guaritrici e facevano del bene a tutti quelli che ne avevano bisogno. Un giorno capitò la sfortuna più grande che un paese come Villacidro avrebbe potuto avere!

Il sindaco cadde in preda ad un sortilegio! E sì cari amici era proprio così; ma non spaventatevi, le nostre care amiche Cogas avrebbero risolto il problema.

 Già! Se avessero capito e trovato un… Ingrediente! Ma andiamo con ordine:

Il sindaco ricevette un bel cesto di frutta e verdura dal capomastro del suo cantiere. Tutto contento prese un grappolo di ciliegie che venivano addirittura da Ruynas e comincio a sgranocchiarle. Subito dopo il sindaco cadde in trance e si mise a scrivere, scriveva, scriveva, e poi ancora scriveva….. sapete che scriveva? “Legatemi o sarò costretto a dare fuoco a tutti gli alberi di Villacidro,  fino a che non ne resterà neppure uno!”

Infatti anche se si tratteneva, la sua mano cominciò a cercare i fiammiferi e la pece per poter dare fuoco ai boschi. I gendarmi andarono ad arrestare il capomastro. Lo trovarono legato come un salame. Raccontò loro che uno stregone malvagio di nome Montis aveva preso le sue sembianze per giocare un brutto tiro ai Villacidresi.

I cittadini non sapevano come fare, il loro sindaco era una brava persona e non avrebbero voluto metterlo agli arresti. Non c’era altro da fare: fecero girare la voce che le Cogas erano chiamate a servire il paese.

I villacidresi non avrebbero dovuto cercarle perché avevano timore di loro, ma erano costretti dalle vicende e così lo fecero.

Le Cogas si presentarono in incognito con dei cappucci che nascondevano il viso, e sentirono ciò che i cittadini avevano da dire.

Brevemente i paesani raccontarono la faccenda. Le Cogas annuirono dicendo però che era difficile salvare il sindaco, perché la maledizione di Montis era molto forte.

Comunque Giarranas, la prima Coga, disse:

“Riusciremo a vincere Montis tutti insieme”. Bassella  la seconda Coga disse: “Dovremmo trovare alcune erbe per la nostra zuppa leva-maledizioni”

 Narti, invece la più piccola delle Cogas, e la più ottimista disse categorica:

 “Costi quel che costi ci riusciremo!”

La sera stessa si riunirono attorno al pentolone delle zuppe e cantarono:

Gira, gira il mestolo

Tira su il coperchio

Fuoco, fuoco notte e dì

Le streghe fan così.

Notte buia notte scura  

ora devi aver paura!

Notte buia di spavento

fuori soffia forte il vento!

Sulle ali di un pipistrello

io ti succhierò il cervello...

 

Dopo la canzone propiziatoria, cominciarono a pensare agli ingredienti da metterci dentro. Finalmente verso l’alba dopo aver cantato a squarciagola e fatto scappare i pipistrelli, trovarono la formula.

“Una bella zuppa di cavoli con erbe magiche!”

Vi scriverò la ricetta così se capiterà anche a voi di avere un problema simile sapete cosa fare.

Tutte intorno alla marmitta che ribolliva di acqua di sorgente della Spendula e dell’olio di oliva di Soddu e Pani cantavano e gettavano gli ingredienti. Prima il cavolo, raccolto in una notte senza luna nell’orto di Chicchino. Per secondo cipolle tagliate fresche da zia Maria. Le olive di Francischinu, che sono buone e belle. Le mandorle pelate da S’Ardittu, e il pepe e il sale che aveva portato un pipistrello da chissà dove.

Era arrivato il momento delle erbe, ma dove si potevano raccogliere le erbe per essere efficaci?

 “Al paese del vento” fecero tutte in coro.

Allora salite su rami di ciliegio fiorito, d’altronde le scope erano fuori moda, presero il volo e raggiunsero il paese del vento dove  cominciarono a raccogliere le erbe anti-maledizione.

Basilisco, Becco di gru comune, Betonica fetida, Bietola selvatica, Boccione maggiore, Borracina azzurra, Borragine comune.

Ne fecero un trito e tornarono subito all’antro colorato, ma quando la zuppa era quasi pronta si accorsero che mancava un ingrediente: il più importante. L’Helichrysum montelinasanum. Si strapparono i capelli e le gonne, che poi rimisero a posto per fortuna. Era quasi l’alba, e la loro missione salva boschi era compromessa, ma a Giarranas venne un’idea:  

 “Potremo andare da Linas, la strega buona, lei di sicuro ne avrà”.

Rimontarono sui rami di ciliegio e andarono da Linas che si fece promettere qualcosa prima di dargli l’ultimo ingrediente.

Tornate alla grotta buttarono dentro la zuppa, l’helichrysum e la portarono subito alla casa del Sindaco a San Sisinnio. Là era legato il sindaco su una sedia che stava cedendo, tanto era lo sforzo che faceva per slegarsi. Gli fecero mangiare la zuppa, e devo dire che la gradì tanto che se la mangiò tutta.

 Passarono neanche dieci secondi che si illuminò tutto e  la maledizione sotto forma di fuoco e fiamme che non bruciavano, lasciò il corpo del sindaco. La popolazione fece festa per una settimana. Mangiavano e bevevano fino a stramazzare per terra. Il piatto forte della festa era la zuppa cucinata dalle Cogas, poverine hanno dovuto cucinare per l’intera popolazione. Grati per lo scampato pericolo i villacidresi chiesero alle Cogas quale compenso volessero per il lavoro portato a termine, e che lavoro!

Giarranas, Bassella e Narti dissero di non voler niente, ma avevano promesso a Linas una cosa e volevano la collaborazione dei paesani.

La richiesta fu presto fatta: “Vorremmo portare lo stregone Montis nella nostra grotta ma voi lo dovrete catturare”

“Cosa ne farete chiese il sindaco”. “Noi nulla. La promessa fatta a Linas è che Montis tutte le estati dovrà pulire i nostri monti e le nostre pinete in modo da scongiurare gli incendi. E se per caso ce ne fossero, deve spegnerli subito! Ecco questa è la promessa fatta a Linas, ed è una bella condanna per aver fatto un così brutto sortilegio”

 Ridendo e cantando per tutto il paese, i gendarmi andarono a catturare Montis e lo portarono al cospetto delle Cogas che pensarono di fargli subito l’incantesimo anti-fuoco, questa volta però andando a prendere subito le erbe al paese del vento appena fuori dalla Via Lattea, subito dopo Nettuno!

Venerdì, 12 Maggio 2017 13:41

L'amore al tempo dei migranti

La tragedia di alcune ragazze che sfuggono dal loro paese dilaniato dalla guerra civile e da assurde tradizioni come l'infibulazione

 

 

 

 

La sera si avvicinava e il mare azzurro prendeva tutti i colori dell'oro.

Faceva freddo, anche se era giugno inoltrato. La pelle si screpolava lasciando scie rosse che seccavano ancor di più la pelle.

Le gole riarse di Ameera e Alia bruciavano come il fuoco. Lamenti e puzza le circondavano come un muro impenetrabile.

Alia non aveva ancora 15 anni e stava scappando dalla famiglia che voleva infibularla tardivamente.

Ameera 17 anni era la figlia di un capotribù, promessa sposa allo zio 30 anni più grande. Mentre aspettava le nozze il suo villaggio fu attaccato. La madre fu bruciata viva dopo essere sta violentata e il padre fu impalato nella piazza.

Si erano incontrate a metà viaggio mentre Alia si prostituiva per pagare il viaggio verso l’Europa, questi non contenti l’avevano venduta a dei mercanti che stavano percorrendo la via dei migranti.

Si conobbero di fronte al falò una sera vicino a Assamaka. I mercanti di vite non potevano avvicinarsi alle città sarebbero stati fucilati dalle autorità senza neppure il processo.

Si guardavano negli occhi. La paura era tangibile si poteva sentirne l’odore. Nessuna delle due aveva il coraggio di parlare.

Due sere dopo durante il bivacco Ameera si sedette di fianco ad Alia e le pose la mano leggera sopra le dita. Lei trasalì ma lasciò la mano nella stessa posizione. Quel calore la confortò, non seppe dire perché ma da quella sera aspettava con trepidazione il bivacco, e non solo per consumare l’unico pasto del giorno.

Parecchi giorni dopo il primo incontro Alia prese il coraggio a quattro mani e parlò.

“Come ti chiami?”

“Ameera.” Il sorriso corse fuori dalle sue labbra e contagiò Alia che spalancò gli occhi. Le stelle si riflettevano su quegli occhi enormi e neri. Ameera era estasiata, le sembrava che il cielo fosse arrivato in Terra e la stesse invitando a salire su di lui.

Un mercante se ne accorse e diede una gomitata al compagno di fianco esclamando volgarità e ridendo sguaiatamente. Le ragazze non ci badarono, non era permesso alzare gli occhi sui mercanti, altrimenti sarebbero state frustate.

Da quella sera in poi le ragazze si sedettero vicine, toccandosi appena le mani per confortarsi a vicenda.

Oltrepassato il confine del Niger con la Libia incontrarono un’oasi.

la carovana si fermò per approvvigionarsi d’acqua e alcuni di loro violentarono  a turno due ragazzine compagne di sventura.

Avevano scampato la violenza per puro caso, il capo della carovana le aveva mandate a lavare dei panni e riempire alcune botti d’acqua.

In riva a un laghetto c’era un mezzo pontile in cemento coperto da alcuni alberi frondosi. Ameera condusse Alia sotto le fronde.

“Spogliati, ci facciamo un bagno e laviamo i nostri vestiti.”

“E se ci vengono a cercare?” Chiese Alia timorosa.

“Non credo,avranno da fare per montare le tende. Forza.”

Alia si levò timidamente gli stracci che aveva indosso. Ameera la guardava con tenerezza, e levandosi anche lei la tunica sudicia, la aiutò a sciogliersi i capelli.

“Vieni li sistemo io.” Sciolse la treccia unta con dolcezza e le posò con grazia la folta capigliatura sulle spalle.

Si fermò un attimo guardandola negli occhi e prendendole la mano entrarono in acqua.

L’acqua era fredda al contatto della pelle accaldata. I capezzoli si inturgidirono  gonfiando i piccoli seni delle ragazze.

Alia sorrise ad Ameera che cominciò a lavarla.

Il bagno in quell'acqua lattiginosa divenne ben presto un atto d’amore lasciando le ragazze sopraffatte dall’emozione e dal piacere.

Nelle tribù di provenienza delle ragazze l'omosessualità non era punita ma nemmeno incoraggiata. Era un espediente per la crescita  sessuale e divertimento per gli uomini più grandi.

Le ragazze diventarono inseparabili e il capo carovana se ne accorse.

Una mattina ordinò a due suoi uomini di portarle nella sua tenda.

“Ecco le mie bambine.” Disse con un sibilo. Aveva uno sguardo laido.

Le ragazze tenevano gli occhi bassi, il loro cuore batteva così forte nel petto che temevano che potesse saltar fuori da un momento all’altro.

“Hamad, spogliale.”

Le ragazze erano terrorizzate; si avvinghiarono l’una nelle braccia dell’altra.

Hamad strappò di dosso la tunica a Ameera che stava davanti ad Alia proteggendola con il proprio corpo. Ma tutto era inutile, le ragazze erano nude dopo pochi secondi.

Il capo prese la mano di Ameera e la ficcò con forza dentro la vulva di Alia che gridò per il dolore, cercando di divincolarsi dalla stretta di Hamad che le teneva le gambe divaricate. Lacrime rigavano il viso di Ameera mentre cercava di non muovere le dita per non farle male. Il capo La trattenne con forza, lì dove la delicatezza della ragazza era ormai distrutta.

Hamad era eccitato visibilmente, il capo prese Ameera liberando finalmente dal dolore Alia e la spinse verso lo sgherro. Quello felice per l’inaspettato regalo la prese al volo girandola e sodomizzandola più volte.  Il capo fece lo stesso con Alia.

Dopo parecchi minuti lasciarono le ragazze piangenti e sanguinanti  sopra un tappeto consunto e sudicio.

Chiamò le altre guardie e le fecero portare fuori dalla tenda.

Le lasciarono semi svenute ai bordi di un pozzo dove alcune capre si stavano abbeverando.

Alcune ore dopo, il tramonto vide Ameera che lavava con cura e delicatezza i genitali di Alia. Il sangue le si era rappreso e le mosche pasteggiavano indisturbate.

Alia era in evidente stato di shock, Ameera la prese tra le braccia e la cullò per tutta la notte.

Erano le cinque del mattino quando una guardia le trascinò verso la carovana. Il viaggio riprendeva e non si faceva sconti a nessuno.

Passarono alcuni giorni e Alia si riprese, ma dentro di lei si era rotto qualcosa, non sorrideva più, non aveva più il cielo dentro gli occhi.

Ameera le teneva la mano e la accarezzava mentre camminavano lungo il deserto, ma lei non  era più Alia.

Un’altra oasi si profilò all’orizzonte. La carovana si fermò, come sempre per alcuni giorni per l'approvvigionamento dell’acqua e del cibo.

Mandarono le ragazze al lago per lavare i panni insieme ad altre ragazze un po' più grandi. Quelle le guardavano con ilarità, le canzonavano e le tiravano dei sassi. Si cercarono un posto lontano da loro e si sedettero a guardare l’acqua azzurra.

“Ameera, tu credi che in Europa potremo essere felici?”

Ameera era felice che Alia riprendesse a parlare.

“Si tesoro mio, in Europa noi saremo delle regine, tutti ci porteranno regali, cibo e acqua.”

Alia aveva il viso rigato di lacrime, l'amica la abbracciò forte. Amava quella bambina diventata donna troppo presto.

Alia le prese la mano, la condusse sopra il suo piccolo seno.

“No, non puoi, è troppo presto” Le disse con dolcezza. Alia l'abbracciò piena di gratitudine e cominciò a lavare i panni.

Soddisfatte si alzarono, ma sotto le vesti buttate per terra un serpente a sonagli le stava aspettando.

Con uno scatto Ameera buttò sopra il serpente un panno e ci batté sopra fino a quando il serpente non diede più segni di vita.

Sollevò il panno con circospezione e constatò che il serpente era morto.

Le venne in mente l’insegnamento di sua nonna a proposito dei serpenti. Ricordò come togliere il veleno del serpente e lo fece.

Impregnò un fazzoletto appena lavato del veleno e se lo mise in tasca.

Doveva fare in fretta.

Arrivando all’accampamento c’era frenesia. Alcune auto governative si stavano avvicinando e dovevano sparire.

Ameera vide il capo impartire gli ordini, forse non poteva farcela, ma ci provò ugualmente.

Scese la spalla del vestito fino a scoprire un seno. Sull’altro braccio aveva i panni appena lavati, inciampando fortuitamente fece cadere i panni e scopri le cosce. Il capo se ne accorse e fece due passi verso di lei.

Ameera sorrise, quello la girò e sollevandole il vestito la sodomizzò nuovamente. le lacrime di Ameera ora sarebbero servite a qualcosa.

Alia guardò la scena raccapricciante piangendo e urlando, ma Ameera le sorrise sotto la maschera di quel dolore atroce.

Finalmente il capo finì e prese dalle mani di Ameera il fazzoletto che gli porgeva, se lo mise sulle labbra per asciugarsi la saliva che aveva sputato durante l’orgasmo. e poi se lo passò sul viso cotto dal sole.

Pochi minuti dopo il capo aveva la schiuma alla bocca e cadde morto stecchito. Ameera riprese furtivamente il fazzoletto e se lo mise in tasca.

Le guardie erano in panico totale dopo la morte del loro capo. Non sarebbero riusciti a andare via con tutte le ragazze prima dell’arrivo delle auto governative.

Scapparono alla rinfusa lasciando le tende e le schiave migranti che non sapevano che fare.

“Siamo salve” Disse Alia.

“Forse…”

Ameera non si fidava del governo, nel suo paese erano i peggiori delinquenti e si dovevano difendere soprattutto da loro.

Arrivarono le Jeep, non erano auto governative ma pattuglie di scafisti che perlustravano i limiti del deserto per andare incontro ai migranti che arrivavano dal Niger per attraversare la Libia e prendere una carretta  del mare per arrivare in Europa.

Presero le ragazze, erano una decina in tutto.

“Noi siamo la vostra salvezza, solo se avete da pagare.”

“Non abbiamo nulla.” Disse una ragazza gravida.

“Dovrete rimanere qua, a meno che per pagare il vostro viaggio non farete qualche lavoro per noi appena arrivate in Europa.”

Le ragazze annuirono. L’importante era arrivare dall’altra parte dell’Africa.

Ripresero il viaggio, questa volta in macchina. Ci vollero dodici ore prima di arrivare alla costa del Mediterraneo.

Le imbarcarono in tutta fretta affiancandole ad altri migranti uomini. erano stipati in una scialuppa di salvataggio. Trenta persone in un gommone erano troppe.

Alia era felice, nonostante alcuni rivoli di sangue le colavano dalle labbra. Non avevano acqua, erano tutti disidratati.

Erano passati quattro mesi dalla partenza dal loro villaggio ma finalmente stavano per arrivare. Il debito lo avrebbero pagato lavorando per quella organizzazione. L’importante era arrivare.

Ventisette ore dopo, il mare in bonaccia e il sole che arrostiva la pelle. Alcune ragazze erano state buttate fuori bordo dopo la loro morte. La paura di Alia e Ameera si stava facendo via via più profonda.

Una sirena le scosse.

“Si avvicina una nave.” Disse Alia con un filo di voce.

Ameera la strinse più forte. La guardò dritto negli occhi.

“Siamo salve.” le disse con tenerezza.

Alia si abbandonò tra le braccia di Ameera con un sorriso. La vita scivolò via con un soffio mentre la salvezza era a portata di mano.

Ameera continuò ad abbracciare forte quella piccola donna coraggiosa mettendosi un fazzoletto in bocca. Lo stesso fazzoletto con il veleno del serpente.

Dalla nave dovettero mandare tre marinai per sciogliere quell’abbraccio infinito che avrebbe legato le due ragazze per sempre.

Domenica, 07 Maggio 2017 14:21

Legami di sangue

 

“Tommy, dove sei?” “Sono qui, Clara.” Il buio aleggiava intorno a loro, non si toccavano, si sentivano appena.

Flash di luce all’orizzonte illuminavano flebilmente la volta celeste.

“Clara, raggiungimi, segui la mia voce”.

“Tommy, ho paura, che fine ha fatto Cleo?”

“Non so, non l’ho più sentita. Ecco ti ho preso, dammi la mano”.

Era freddo e buio.

L’odore della tifa in putrefazione indicava che erano da qualche parte nello stagno. Ma come erano finiti li? Un abbraccio stretto, e i due fratelli si ritrovarono.

Il calore dei loro corpi esalava in volute di vapore lattiginoso.

Una flebile luce, lontana, troppo lontana illuminava a stento i loro visi. I loro occhi riflettevano la paura, erano due pozzi profondi e scuri.

“Tommyyyyy, Claraaaa…”

“Cleo! Siamo qua… segui la voce… qua… qua… qua…”

La voce che rimbombava in un’eco spettrale la guidò verso i fratelli. Il silenzio ovattato che seguì l’eco faceva venire i brividi, ma Cleo continuò imperterrita fino a raggiungere Tommy e Clara.

Le mani si incontrarono, gli occhi si stringevano a vedere nel buio, oltre il buio e finalmente l’abbraccio.

Lacrime che scorrevano calore e odori che si confondevano.

“Come siamo capitati qua, che è successo?”

“Non so, non ricordo. Io dormivo fino a pochi minuti fa, forse siamo nel mio sogno”, disse Clara.

“Io non ricordo nulla” rispose la sorellina.

“Siamo in uno stagno”, disse Tommy. “Forse siamo sonnambuli e ci siamo capitati per caso”.

I lampi di luce all’orizzonte si avvicinavano.

I tre fratellini, stretti tra loro, tremavano di freddo e paura.

Il vacuo orizzonte si avvicinava lasciando presagire orrori indescrivibili, ma forse era la loro immaginazione. “Tommy” chiamò Clara:

“Stammi vicino e prendi per mano Cleo. Ci avviciniamo alla luce”.

I passi risuonavano nel silenzio, la nebbia si sollevava ad ogni passo e l’odore della tifa  faceva arricciare il naso.

Camminarono per un tempo interminabile cercando di avvicinarsi ai lampi di luce, secondo dopo secondo i loro corpi sembravano prendere forma, prima la pelle rosea del collo, poi il blu della maglia e il bianco dei pantaloncini di Clara.

Quasi riuscivano a vedersi del tutto, ma quella nebbia, quell’odore pervadeva tutto, ogni fibra di tessuto dei loro abiti, ogni poro della loro pelle.

“Ragazze… forse… Ricordo qualcosa…”

Clara e Cleo si strinsero intorno a lui, in trepidazione.

Ascoltavano il respiro e ogni minimo cambiamento nell’espressione del fratello. “Prima di arrivare qua, stavo in un parco, era luminoso e giocavo. Giocavo con…” “Con chi?”

Domandò con urgenza la sorella maggiore.

“Non ricordo, forse con Cleo”.

“E io? Io dove stavo?” fece Clara.

“Non lo so! Non ricordo altro…”

Tommy era frustrato, non riusciva a ricordare.

Cleo singhiozzò, la più piccola dei tre non reggeva allo stress. Intanto la luce si fece più forte.

“Aspettate!” Clara quasi gridò.

“Ricordo anche io qualcosa: ero a casa, ma è strano, non la nostra casa, un’altra. Era piena di “cose” vecchie”.

“Spiegati meglio”, disse Tommy, mentre Cleo continuava a singhiozzare.

“Non c’era l’acqua in casa e stavo facendo colazione con del pane duro e una crosta di formaggio”.

“Non c’è dubbio, stiamo sognando”, disse di rimando Tommy.

Un altro flash di luce, questa volta vicinissimo, portò la loro attenzione a ciò che vedevano davanti a loro.

Ora la luce era più forte. Le colline rosso sangue, non troppo distanti, lanciavano bagliori diabolici.

Cleo cominciò a piangere, aveva paura.

L’umidità percepita poco prima stava lasciando il posto a una gelatina grigia e appiccicosa. Erano coperti di quella robaccia e non riuscivano a liberarsene. L’odore ora era cambiato. Un odore metallico e chimico li sovrastava.

“Cleo – disse dolcemente Clara – tu ricordi qualcosa?”

“Sì, ma non lo voglio dire, è troppo spaventoso…”

e ricominciò a piangere a dirotto. All’improvviso dei torrenti apparsero a destra e a sinistra, erano circondati.

Il colore dell’acqua era rosso cupo, sembrava sangue. Si strinsero ancora di più tra loro, un abbraccio consolatorio e di protezione. Un grosso serpente attorcigliato su se stesso li stava tenendo prigionieri.

“Forse c’era anche prima – disse Tommy – sono così confuso”. Cleo smise di piangere.

Il buio ora più chiaro permetteva di vedere intorno. Un paesaggio terrificante sfilava piano sotto i loro occhi. I torrenti, trasformati in fiumi stavano avvicinandosi e il serpente avvolto su se stesso li teneva imprigionati.

Sollevando lo sguardo videro una specie di cupola che avvolgeva tutto lo scenario, erano rinchiusi!

“Voglio uscire – disse Cleo – in fretta!”

“Calma, piccola – disse il fratello – Cerchiamo di capire dove siamo”.

La terra tremò sotto i loro piedi, le colline si avvicinarono diventando più grandi ad ogni scossa. I fiumi lambivano i loro piedi e presto sarebbero stati sommersi.

 

 

Si avvinghiarono, come cercando protezione l’uno con l’altra. Lacrime di sofferenza e di paura solcavano i loro visi.

Silenzio, calma…. Di nuovo quell’odore metallico.

Il silenzio fu squarciato da un urlo. Si strinsero ancora più forte. Le colline erano sempre più vicine. Si avvidero che tra una collina e l’altra c’era una gola, la luce proveniva da li.

“Ragazzi se riusciamo ad arrivare a quella gola, forse riusciamo a uscire da qui” disse Clara.

Cercarono di correre, ma la sostanza vischiosa li rallentava, e il serpente li tratteneva. Un urlo, questa volta ancora più forte e disumano li pietrificò. Le colline tornarono a muoversi verso di loro.

Il terrore li bloccava.

Sembrava che dovessero camminare in un torrente di fango, e il fiume cominciò a coprire le caviglie e poi le ginocchia. “Correte!”

Un altro terremoto, accompagnato da urla. Un vociare frenetico raggiunse le loro orecchie, ora il buio era intervallato dalla luce accecante.

“Claraaaa…” l’urlo di Cleo li fece voltare appena in tempo per vederla trascinata via dalla corrente del fiume.

“Cleo! Tommy presto, prendila per un piede, sei più vicino”.

Tommy rimase bloccato, era terrorizzato. Clara sentì le lacrime scivolargli lungo il viso, Cleo era perduta!

Sperò con tutto il suo essere che quello fosse un sogno, e che si sarebbe svegliata presto. I due fratelli guardarono la luce che s’intensificava verso quella gola tra le colline, la sorellina era scomparsa là, in fondo a quella che ormai stava per diventare anche la loro fine.

Un’altra scossa, e un’altra ondata del fiume. Tommy si aggrappò alla sorella, ma le mani scivolavano, piano e inesorabilmente.

“Tommyyyyy!”

“Claraaaaa” Il rumore intorno a loro cresceva d’intensità, li assordava e il fiume ormai sovrastava anche Clara, Tommy era svanito! Clara si abbandonò, ormai sconfitta, i fratelli erano scomparsi, lei non aveva nemmeno più la forza di respirare e smise di combattere. Nello stesso istante in cui Clara si arrese, il serpente lasciò la presa e il fiume si prese anche lei...

Voci… Luce… Calore…

“Bellissimi…”.

 ”Sì, è vero…”.

 ”E’ andato tutto bene.?

“ Si, ora visitiamo i bambini e speriamo che siano forti e sani.”

“ E’ vero dottore. Un parto gemellare senza cesareo è una rarità, è stato bravissimo.

Sulla porta una figura aspettava.

“Ciao amore, come stai?”

“Stanca, ma sto bene. Hai visto che angioletti?”

“Amore, sei stata bravissima. Mi hai dato tre tesori. Come li chiameremo?”

“ Clara e Tommy, mentre la più piccola si chiamerà Cleo, come mia nonna.”

L’infermiera si affacciò alla porta

 “Mi scusi, signore. Il dottore vorrebbe parlargli.”

“Vengo subito.”

“Tesoro, torno presto.”

Il medico non aveva un’espressione felice mentre lo aspettava appena fuori dalla camera dell’ospedale. Il sorriso ebete del papà sparì dal suo viso in un istante.

“Mi dispiace, la bambina più piccola, Cleo, ha poche possibilità di passare la notte. I polmoni non erano ancora formati e si è accumulato del liquido.”

Lacrime, impotenza, frustrazione… la rosa dei sentimenti negativi passò come un lampo nell’espressione del papà.

“ Come lo dirò alla mamma? Piccola mia, come farò?

Tommy,Clara e Cleo erano separati. L’angoscia li attanagliava. Clara gridava nel tentativo di trovare i suoi fratellini.

“Tommyyyyy, Cleooooo. È inutile piangere. Devo uscire da qui.” Si sentiva immobilizzata, costretta da corde bianche e sbarre argentee. Non aveva fame. Qualcosa l’aveva nutrita, ma non sapeva cosa. L’odore metallico era più lieve, ma non sentiva ancora l’odore famigliare che nella sua memoria sommersa, ricordava di aver amato. I fratellini erano scomparsi e lei non si dava pace.

Ora era tutto più luminoso, tanto da far male. Il buio era solo un ricordo che si stava affievolendo.

“Clara, Cleo. Dove siete?”

Tommy si sentiva tutto ammaccato, credeva di esser caduto giù da quella cascata rosso sangue. Si sentiva prigioniero di serpenti a sonagli che gli entravano sotto pelle per succhiargli la vita. Li vedeva… erano trasparenti e il loro sangue si vedeva attraverso la pelle.

“Tommy, Cleo…” I gemiti di Clara dentro l’incubatrice erano muti. Lacrime di dolore e ricordi antichi le ferivano il piccolo cuore. Una donna con i capelli candidi e il sorriso dolce di chi da amore incondizionato, le riempiva la mente. Una teglia di biscotti, una caraffa di spremuta d’arance e tanto amore. Lo sentiva quell’amore, come se sgorgasse dalla sua anima. Una bambina la abbracciava tempestandole di baci e cantandole tanti auguri a te. Era lei la donna con i capelli candidi? O stava sognando? D’un tratto si sentì sollevare. Un odore conosciuto e ora smarrito si stava riaffacciando nella sua mente. Morbido… tenero…  

 

Fu come un fulmine  a ciel sereno: era una neonata… ma come poteva essere successo? Aveva sentito molte persone del suo villaggio che gli onesti avrebbero avuto la vita eterna… ma lei era RINATA. Come poteva essere? La sua mamma, le sue sorelle: Cleo! I sentimenti dentro Clara erano in subbuglio. Cominciava a ricordare, ma non credeva alla sua memoria, pensava ancora di essere in un sogno.

Si trovava tra le braccia morbide di una donna, lei si sentiva piccola piccola. Sentiva la voce melodiosa, ma non capiva le parole. Finalmente non piangeva più. Si sentiva rassicurata, anche se era ancora molto preoccupata per i suoi fratelli. La sorellina Cleo, e Tommy, dove saranno?

Un rumore d’acqua che scorre la fece voltare con paura. Ricordava il fiume rosso che quasi l’aveva soffocata. Un brivido di freddo percorse la sua pelle e subito dopo sentì un liquido tiepido che la avvolgeva. Si trovava in una vasca e delle mani la stavano lavando. “Che delizia”. Ad un certo punto qualcosa di estraneo ma famigliare la toccò. Si girò di scatto pronta a urlare e vide Tommy che piangeva. “Tommy…!” Abbracciò il fratello e vide che anche lui era nudo e tremante. La situazione stava prendendo forma, anche se era difficile accettarla. Gorgoglii e gridolini felici uscirono dalle labbra di Tommy, forse anche lui l’aveva riconosciuta. Cleo, il pensiero di Cleo la tormentava. Non le dava pace.

“ Grazie infermiera. Assistere al primo bagnetto dei miei bambini è stato emozionante.”

“ Signora, lei però deve stare a letto. Deve rimettersi… Per i suoi bambini.”

“ Sa come sta Cleo? La prego me lo dica.”

“ I medici stanno facendo l’impossibile signora, ma lei conosce la situazione, no?”

“ Sì, la conosco. Mi rifiuto di credere che la mia bambina possa morire.”

L’infermiera la guardò con tenerezza, mise i bambini fasciati di tutto punto nella culletta. E le disse che sarebbe passata più tardi a vedere come stavano ed eventualmente dargli una poppata di sostegno con il latte artificiale, se per caso non avessero succhiato il latte materno.

Tommy era irrequieto. Aveva visto Clara, ma non capiva che succedeva. Qualcuno li aveva denudati e poi legati. Aveva fame, piangeva ed era disperato. Solo ogni tanto si sentiva sollevare e cullato come se volessero farlo stare zitto. Vedeva Clara con gli occhi aperti, quindi non dormiva. Ma perché era così tranquilla? L’avevano drogata?

Clara Ricordava. Era bambina poi adulta e sposata. Stava ricordando particolari che in cuor suo aveva sempre saputo. I suoi genitori erano morti, ma allora chi era quella donna che la cullava e le diceva parole dolci? Non capiva che diceva, ma il tono della voce era rassicurante, il suo odore la calmava e la faceva assopire. Ma si destava frequentemente. Le mancava Cleo, chissà che fine aveva fatto?

“ Cosa c’è lassù? Vedo una cupola trasparente. E’ tutto azzurro fuori. Mi manca l’aria e mi danno fastidio queste cose…” Cleo scalciò per allontanare i tubicini che le davano il nutrimento. Era nell’incubatrice, ed era attaccata al respiratore.  Cominciò a gridare il nome di Clara, solo lei poteva salvarla. Piangeva e gridava, ma di Clara nemmeno l’ombra. Si sentiva stanca e piano scivolò nel sonno.

Intanto Clara alternava periodi di sonno e di veglia. I ricordi si affollavano nella sua mente.

Clara era diventata mamma. Una bellissima bambina con i capelli biondi e gli occhi azzurri le correva incontro. Era Cleo, ma si chiamava Elisa. Cercò di sorridere al ricordo, ma le uscì una smorfia. Sentì ridere una voce maschile e una mano la sfiorò in quel momento.

Poi una scena drammatica: vide Elisa cadere nel lago. Urla. Panico. Lacrime. Persone che si buttavano in acqua per salvare la bambina che tirata fuori dall’acqua esalò l’ultimo respiro.

Angoscia, lacrime e terrore si svilupparono in pianto a quel ricordo.

Ora Clara neonata piangeva, inconsolabile. Aveva ricordato un episodio della sua vita che l’aveva terrorizzata. Un ragazzino la abbracciò, era un altro suo figlio. Tommy!  Lui e Cleo erano i suoi figli in quei ricordi. L’angoscia passò, erano solo pensieri e Clara non sapeva se erano veri.

Si acquietò e continuò a ricordare. Nacque un’altra figlia, la chiamò Cleo e la tenne lontana dal lago per lungo tempo, fino a che Clara non si ammalò di TBC. Morì di tubercolosi poco tempo dopo. Lasciò Cleo e Tommy appena adolescenti alla cura di suo marito.

Qualcosa le si infilò in bocca era dolce e profumato. Morbido, provò a tirarlo ma non successe nulla. Succhiò e dall’arnese misterioso uscì un liquido dolce e confortante. Continuò in questo modo fino ad addormentarsi.

Tommy piangeva, niente poteva tranquillizzarlo. Era disperato, aveva cominciato a piangere quando non aveva più visto Clara accanto a se. Le urla di quel neonato perforavano i timpani di tutti, la intorno. Si sentì sollevare e, stupito, smise per un attimo di strillare.

Pensò che lo stessero portando da Clara, ma ci mettevano troppo tempo, stava per ricominciare a piangere quando qualcosa entrò in bocca e gli fece assaggiare un nettare delizioso. Smise di piangere e si addormentò dopo avere succhiato il latte della mamma per parecchi minuti.

Nel dormiveglia Tommy si vide accanto a una ragazzina con i capelli biondi e gli occhi azzurri. Comprese che era sua sorella Cleo, ma sentì chiamare il suo nome: Elisa.

“ Finalmente si sono addormentati. Voglio andare da Cleo, portami da lei”

“ Non puoi alzarti, e Cleo è in sala rianimazione, lo sai.”

“ Ma stamattina l’ho presa in braccio, posso farlo anche adesso.”

“ Ora è intubata. Il medico ha detto che ha qualche probabilità di farcela. Stai tranquilla.” La voce del papà era spezzata dall’emozione. Vedendo la moglie triste com’era.

“ Sai perché l’ho voluta chiamare come mia nonna?” Disse lei con voce flebile. “… Quando abbiamo saputo che i gemelli erano tre, l’ho sognata e mi ha detto che sarebbe andato tutto bene. La nonna è morta a 98 anni come sai. Cleo deve vivere almeno quanto lei, non può morire.” Dicendo questo scoppiò a piangere.

Clara era sveglia, sentiva le voci delle infermiere, ma non piangeva e non chiamava. Voleva ricordare. Gli si era aperto un mondo intero con quella rivelazione: lei era Rinata!

Si vedeva neonata, ma i suoi ricordi erano così vividi… La vita precedente che affollava la sua mente di ricordi e di persone conosciute la lasciava sconvolta. Da ragazzina si era sempre chiesta perché aveva dei ricordi che non appartenevano a lei, credeva fossero racconti sentiti e poi dimenticati. Una voce calda e avvolgente si fece strada nei suoi pensieri. Capiva le parole, che strano, pensò…

La voce morbida e amorevole le disse di stare tranquilla, lei e i fratellini si sarebbero ricongiunti presto. “ Chi sei…?” Chiese Clara.

“Sono un Maestro…”

“ Tu sai perché mi sta succedendo questo?”

“ Tu sei un’anima pura. Tu decidi sia la morte sia la rinascita della tua energia. Ogni volta sei confusa e tocca a noi rammentare la tua missione.”

“ Vuoi dire che ho scelto io di morire e di rinascere? Perché?”

“ Scegliamo noi quando vogliamo entrare nel nostro stato fisico e quando vogliamo lasciarlo. Sappiamo quando abbiamo compiuto quello che siamo stati mandati quaggiù a compiere. Sappiamo quando è venuto il momento, e accettiamo la nostra morte. Perché sappiamo che non possiamo ottenere niente altro dalla nostra vita. Quando abbiamo tempo, quando abbiamo avuto il tempo di ridare energie alla nostra anima, c’è concesso di rientrare nello stato fisico. Coloro che esitano, che non sono sicuri di tornare qui, possono perdere la possibilità che era stata data loro, la possibilità di portare a termine quello che devono fare nello stato fisico.”

“ Perché ho scelto di rinascere?”

“ Non mi è dato saperlo, solo tu puoi.”

Era un Maestro che enunciava del sonno eterno senza alcuna incertezza, e tuttavia la cui voce e i cui pensieri erano pieni di amore. Quell’amore era caldo e reale, e allo stesso tempo distaccato e assoluto.

Più passava il tempo, più Clara si sentiva calma. Quella voce era la consapevolezza che i suoi sentimenti erano veri. Le sue paure erano dimenticate.

“Ho bisogno di una guida. Devo conoscere ancora tante cose.” La risposta fu una poesia d’amore, una poesia sulla vita e sulla morte. La voce era dolce e tenera, e Clara sentì l’amore di uno spirito universale.

Ascoltò con reverenza...

“Clara, sarai condotta nel tempo. Sarai guidata… nel tempo. Quando avrai compiuto quello che hai deciso di compiere in questa terra, la tua vita avrà termine. Ma non prima. Hai ancora molto tempo dinanzi a te… Molto tempo.” Clara era ansiosa e sollevata nel contempo. Si sentiva felice.

Scese il buio e con esso il freddo. L’umidità penetrava nelle ossa e, nonostante in reparto ci fosse il riscaldamento, la mamma ebbe un brivido di freddo.

“.. Cleo..” Pensò “ Devo andare da lei” Un impulso irrefrenabile la buttò giù dal letto.

Mise la vestaglia sopra il pigiama e entrò in corsia. Nessuno la vide avvicinarsi al nido.

Di fianco al nido, la rianimazione. Diede un’occhiata alle culle dove c’erano i bambini, tra di loro riposavano Clara e Tommy, ma passò oltre. Vedeva l’incubatrice che conteneva Cleo. Si avvicinò poggiando la mano sulla cupoletta trasparente. Mise i guanti, non voleva trasmettergli nessun germe, era così piccola e indifesa…

Poggiò la mano guantata sul pancino della bambina che si svegliò e aprì gli occhi di un blu profondo. Una lacrima solcava le guance della mamma. “ Cleo...” la chiamò.

L’epidermide del braccio, lasciato scoperto dal guanto venne a contatto con la pelle delicata di Cleo.

Una scossa impercettibile e i peli del braccio si rizzarono. Un sussulto e Cleo Ricordò.

 

Era una giornata luminosa. Giocava con i gatti della nonna e lanciava sassolini nel lago.

La mamma non voleva che lei si avvicinasse al lago, diceva che era pericoloso. Ma Joey suo fratello l’aveva trascinata in quel punto per giocare a fare le capriole.  

Joey si annoiò subito di quel gioco e si allontanò seguendo le tracce di una volpe.

Si avvicinò alla riva per recuperare qualche sassolino. Camminando diede un calcetto alla bambola di pezza che finì in acqua. Si girò in cerca d’aiuto, ma la mamma e la nonna erano lontane, ridevano e sfaccendavano con le oche. Si avvicinò alla riva, voltandosi continuamente per vedere se la mamma guardava nella sua direzione.

“Tutto bene” Pensò. Mise i piccoli piedi nell’acqua e si allungo per recuperare la bambola che si allontanava sempre più. “Un altro passo e la prendo…”

Trascinava i piedini nell’acqua fredda. Ad un certo punto un piede non trovò la presa e improvvisamente si ritrovò a boccheggiare ingoiando acqua.

Il fondo del lago digradava formando un dislivello di almeno un metro sott’acqua e continuava ancora più profondo verso il centro. Per una bambina di cinque anni era molto alta. Annaspò e gridò andando su e giù, ingollando acqua e strillando.

La mamma si accorse del cambiamento di atmosfera. Non seppe mai dire perché si girò a metà di una risata. Lo fece nel momento in cui la piccola riaffiorò dibattendosi nell’acqua. Gridò, con tutto le sue forse, strillò… le sue gambe sembravano di piombo, era incollata al terreno da melassa e bitume insieme.

Finalmente quando superò quella decina di metri che la separavano da sua figlia si buttò in acqua sollevando quel corpicino esile e indifeso. Depose la bambina sul prato scuotendola per svegliarla. La bambina aprì gli occhi e le sorrise lasciando un filo di speranza e un grande sollievo nel cuore della mamma e di chi era accorso a portare il suo aiuto.

Il sorriso della piccola si spense, lasciò uscire solo due parole “ Mamma…scusa” E l’ultimo respirò uscì dalla bella bambina troppo giovane per morire.

Urla di dolore trafissero il silenzio che si era creato intorno. Joey piangeva e abbracciava spasmodicamente la madre, si sentiva in colpa. La sua vita sarebbe rimasta segnata da quell’evento fino alla fine.

Cleo tossì, il pianto non riusciva a uscire. Il terrore per quel ricordo così vivido s’impossessò di lei.

Rumori e luci. Tante persone vestite di bianco si materializzarono davanti a lei. Perse conoscenza e si ritrovò in uno spazio azzurro. La percezione del suo corpo era confusa, non era più Cleo. Pace e amore la pervasero. Pensò che stare lì era meraviglioso. Non voleva più andare via da quel posto.

“ No, piccola. Devi tornare. Non puoi rimanere qui.”

“ Chi sei?”

“Sono il tuo maestro. La tua guida per le vite.”

“Sì… Comincio a ricordare. Ma come mai sono ancora in questo luogo?”

“Non vuoi rinascere nonostante la decisione presa, hai scelto di farlo per rimediare alla sofferenza che hai causato nell’altra vita.”

“Hai ragione la mamma ha sofferto per la mia morte. Mi sono avvicinata troppo al lago, anche se lei non voleva. Joey si è portato il senso di colpa per tutta la vita colpevolizzandosi per la mia morte. Devo rimediare, ma come?”

“La tua vita ti insegnerà come, ora vai”

“E’ bello stare qui. C’è pace.”

“Ma devi andare…”

Un sospiro di accettazione uscì dalle labbra della bimba. Si sentì risucchiata in un altro posto. Era freddo e troppo rumoroso, il suo respiro lento e faticoso.

“Finalmente. Ci siamo riusciti! Ora è fuori pericolo.”

 “Potete far entrare la madre.” La pediatra aprì le porte.

Quella voce era stanca ma gentile. Ora aveva gli occhi aperti e respirava meglio. Il viso di una donna si avvicinò a lei. Vide che stava piangendo ma sorrideva. “Che strano... Ho freddo, fame, mi capite? Voglio mangiare!”

Cleo piangeva a pieni polmoni mentre il medico diceva alla madre che un grumo di liquido amniotico si era fermato negli alveoli polmonari provocando la congestione che poteva essere fatale, se non l’avesse espulso. I polmoni erano formati, ma non abbastanza e quel grumo di liquido faceva la differenza tra la vita e la morte della sua bambina. Ma ora il pericolo era passato. Solo alcune ore in incubatrice per sicurezza e poi l’avrebbero portata nel nido insieme agli altri.

Intanto Tommy e Clara riposavano nella culla, sazi dopo la poppata del mattino.

Un singulto e Tommy si svegliò. Era convinto fosse sveglio, ma quello che vedeva non era certamente la realtà che lo circondava pochi minuti prima.

Era buio e freddo. Una voce parlava ma non riusciva a capire che diceva. Poi, piano la voce giungeva distinta.

“Rimani con noi. La vita non è poi così bella. Noi ti vogliamo bene, nessuno ti potrà mai amare come noi.”

“Chi siete?”

“Come?, Non ricordi? Siamo quelli che ti hanno accolto dopo che tutti ti hanno lasciato solo.

Forse perché avevi fatto affogare la tua sorellina piccola? Ricordi come tutti quanti ti evitavano? Anche tua madre lo faceva, voleva più bene a quella bambina insulsa e noiosa che a te.”

“Sì, è vero, mi ricordo. Nessuno mi voleva. Mi sono arruolato per andar via di casa, mio padre nemmeno mi guardava più”

“Resta con noi..”!

“Chi siete?”

“Angeli”

“Questo posto… E’ buio, mi manca Clara.”

“Clara si è dimenticata di te. Noi ti proteggeremo meglio sarai il nostro principe.”

Le voci aumentarono, ripetevano rimani con noi infinite volte. Ormai erano solo urla, le parole non si distinguevano.

Si svegliò di soprassalto e cominciò a piangere inconsolabile. Nessuno riusciva a calmarlo e così lo portarono dalla mamma che lo avvolse in un caldo abbraccio.

“Voglio stare qui, le voci mi fanno paura e non voglio essere il principe di nessuno.” Tommy si calmò e prese a succhiare il seno. Sembrava un bambino sereno e felice. Le Egregore Avevano perso. Per il momento.

I bambini crebbero con cure e amore. La famiglia rimase unita fino al compimento dei vent’anni dei gemelli.

Il giorno dopo il loro compleanno, Tommy, cedendo alle lusinghe delle Egregore che mai avevano smesso di sublimare insicurezza e paura uccise in un impeto di follia la madre. Nel suo inconscio Tommy sentiva continuamente l’indifferenza della madre dopo la morte della sorellina, giorno dopo giorno le voci delle Egregore avevano vinto. Tommy aveva vendicato il presunto torto subito nella vita precedente uccidendo la madre e togliendosi la vita subito dopo.

 L’evento sconvolse tutta la famiglia.

Clara e Cleo finirono la loro vita in una clinica per malati di mente, il padre diventò un barbone alcolizzato che entrava e usciva di prigione finendo per ammalarsi di cirrosi morendo in solitudine.

Sospesi tra la vita e la morte i fratelli sentirono ancora una volta il legame che li teneva ancorati insieme attraverso le vite passate.

 Decisero ancora una volta di tornare alla vita per risolvere la loro sofferenza che durava da secoli.

“Clara?” Una voce riecheggiò nel buio saturo di umidità e putrefazione!

 

 

 

 

Rita Pinna

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lunedì, 20 Febbraio 2017 16:41

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