Cogito Ergo Sum

Non è mai troppo tardi per realizzare i tuoi sogni nel cassetto e io sto realizzando il mio che ho accantonato 40anni fa. Finalmente scrivo dopo che ho fatto la chef, la guida a cavallo e la mamma a tempo pieno, e la sto ancora facendo. Che dire... la mia biografia ancora non riesco a scriverla.
Lunedì, 12 Giugno 2017 07:30

Daisy Franchetto mi intervista

Daisy Franchetto mi ha intervistato e l'ha pubblicato nel suo sito DaysyFranchetto.Com La chiacchierata con lei è stata divertente e non ha fatto male, anzi, mi ha aperto alcune "porte oniriche" di tutto rispetto. 

Leggete pure, vi divertirete.

 

Gli indiani Hopi dicono che, se sogni bene, vivi bene.

E voi sognate bene? Sognate di intrattenere della conversazioni impegnate con una capra che si chiama Karma?

Fate sogni a fumetti? Ridete come matti?

Insomma, siete come l’ospite onirico di oggi?

Rita Pinna!!!

 

Raccontaci il tuo sogno.

I miei sogni sono perlopiù a fumetti, pochi incubi. Un sogno che mi è rimasto impresso e che ogni tanto faccio è la visione di una capra che mi parla, facciamo discorsi intellettualmente approfonditi e prendiamo il caffè insieme. Una notte però il sogno ha preso un’altra piega: un altro personaggio è entrato in questi momenti conviviali, era mio marito. La capra inizialmente era interessata anche a lui, ma non riusciva a farsi capire, e si, perché mio marito anziché sentire parole erudite, sentiva semplicemente dei belati. Come ho capito questo, ho cominciato a ridere e la capra ha preso la rincorsa lanciandosi dal terrapieno scavalcando un muro e spiaccicandosi di sotto diventando una frittata. Ridevo come un bambino, la capra che si schianta, ma resta viva, come Willy il coyote dopo un masso sulla gobba ha suscitato in me una risata profonda tanto da svegliarmi ridendo e rido ancora al ricordo.

La prima domanda è scontata. Cosa rappresenta per te la capra nella vita di tutti i giorni?

Le capre sono svilite da tutti, usano capra come aggettivo per una donna da facili costumi oppure ignorante, ma non è assolutamente vero. Vorrei che alcune persone fossero delle capre in senso stretto, cioè umili e sociali, coccolose come i pinguini di Madagascar e gentili. Conosco alcune capre che si fanno avvicinare solo da delle persone positive, quindi viva le capre.

Ti sei mai sentita come le capre? Un po’ svilita e con delle qualità che non venivano apprezzate o non viste?

Penso che sia il destino di tutte le donne intelligenti essere prese di mira dai maschi e dalle donne gelose del successo di una loro compagna di genere. Qualche volta mi considero una capra testarda e limitata, ma altre volte volo e nei miei sogni mi vedo in compagnia di Gauguin o di Verne discutere di Icaro oppure intavolare discorsi con Edgar Allan Poe sui gatti neri; diventando così una capra saggia e ricca di fantasia. Mi ritengo fortunata, non tutte le capre riescono a realizzarsi ed essere contente della propria vita. Grazie a me e solo a me, sono diventata chef apprezzata e ben pagata. Successivamente mettendo in pratica il mio amore per gli animali sono diventata caporazza, ovvero allevavo cavalli, li domavo e li portavo in competizione. Alcune capre – e caproni – malevoli hanno tentato di ostacolarmi, ma ho vissuto una vita di valore e piena di soddisfazioni. Ora arrivata a più di mezzo secolo in questa terra, ho deciso di scrivere dei fantasy che rispecchiano in me lo spirito giocoso dei miei sogni e forse anche la speranza di un mondo nuovo senza cattiverie.

Nel tuo sogno c’è spazio per le risate. E nella tua vita?

Per parafrasare un film di Troisi ho fatto mia la frase “non ci resta che ridere”. Sono dell’opinione che se c’è un problema va affrontato e risolto, se non c’è soluzione perché preoccuparsi? E se c’è la soluzione perché preoccuparsi? Insomma vedo sempre il bicchiere mezzo pieno e la serenità è padrona della mia vita. Sì, rido frequentemente, a volte di gusto, a volte solo perché bisogna farlo; ma sempre con una linea ferma: la pace dentro. La mia filosofia di vita è gioisci per quel che c’è da gioire e soffri per quel che c’è da soffrire, nemmeno i santi e i saggi sono esenti dalle sofferenze. Tutto passa se vogliamo, ma se rimuginiamo continuamente il passato non vivremo mai nel futuro e non gioiremo delle piccole cose che ormai diamo per scontate. Rido per le battute di mio figlio che a dieci anni è insolitamente ironico e sarcastico. Rido quando sento la mia nipotina Gaia al telefono che mi chiama nonna. Rido dei piccoli incidenti che ritengo buffi e rido dei comportamenti strani dei miei animali. Nella mia vita c’è spazio per tutto quello che esiste, la risata che alleggerisce, la sofferenza che fa crescere, l’amore che ti conforta. Se ci fai caso potremo essere sempre felici se non ci facessimo trascinare dai desideri impossibili, dall’intestardirsi nelle situazioni che non sono per noi. Siamo troppo esigenti con noi e gli altri, non abbiamo mai tempo per annoiarci – me compresa – invece dovremo farlo per “sentire” la nostra vita e riderci su!

Nel sogno solo tu comprendi il linguaggio della capra. Nella tua vita c’è qualcosa o qualcuno che senti di comprendere solo tu?

Purtroppo sì. Un sì crudo, risposta buttata giù con consapevolezza. Parecchie volte faccio finta di nulla per non sembrarmi presuntuosa (sic!) ma alla fine devo scontrarmi con la realtà. Le persone intorno a me quasi non si accorgono che capisco la loro gestualità, il loro modo di mentire, perché lascio credere che mi abbiano infinocchiato. Capisco e sento, soprattutto, le emozioni e le paure, quasi sento i feromoni che mi svolazzano intorno come farfalle. Sento l’odore della paura nella pelle di chi mi sta accanto e con mio rammarico prevedo già il risultato di una situazione aggrovigliata. Io “vedo” momenti alla di là della percezione puramente materiale. Ti racconto di un sogno che ho fatto 23 anni fa, anzi un incubo. Avevo i cavalli in una scuderia 3 km da casa, nella scuderia oltre ai cavalli che mi servivano per lavorare stava il MIO cavallo, mio perché oltre ad averlo comprato puledro, avevo con lui un’intesa tutta speciale, come quella del cavallo di Lucky Luke per intenderci. Sogno che dei rapitori mi avevano presa in ostaggio e che mi obbligano a dar fuoco alle scuderie con tutti i cavalli dentro, vedo la scuderia in fiamme mentre mi allontano portata via dai rapitori. Mi sveglio piangendo disperata, convinta che fosse realmente successo. Tre giorni dopo Il fienile accanto alla scuderia va in fiamme (per dolo). I miei figli mi chiamano “bruscia” che in sardo vuol dire strega. Ma io mi ritengo una strega buona che riesce a capire gli animali e a comportarmi in empatia con loro. Non solo con il mio modo di vedere la vita e i problemi dall’alto, riesco a vivere meglio di chi si coinvolge al punto di diventare egli stesso il problema senza riuscire a risolverlo. Questo mio modo di vedere la vita influisce sulla mia scrittura coinvolgendo chi mi legge in un susseguirsi di colpi di scena e suspense che piace a tanti.

Willy il Coyote, che si schianta, non vince mai, però ci prova e ci riprova. Ti assomiglia o no?

Moltissimo, vincere per me non significa molto, il divertimento è correre e schiantarsi per poi rialzarsi.

La capra nel sogno sembra un tuo alter ego, una creatura che raccoglie i tuoi pensieri e le tue riflessioni. Dove metti i tuoi pensieri e le tue riflessioni nelle vita non onirica?

Wow, domandina leggera!

Sono Buddista, e i miei pensieri e riflessioni sono tutte dentro la mia buddità, recito Nam Myo Ho Renghe Kyo ed è tutto lì, la mia vita i pensieri e le riflessioni.

Il mondo onirico entra in ciò che scrivi?

 Sì, i miei personaggi sono un misto di realtà e sogno. I romanzi fantasy come la saga dei Giganti, hanno una trama ispirata ai miei sogni più epici. Mentre i racconti noire o dark sono influenzati dai pensieri che stanno tra il sonno e la veglia prima dell’addormentamento. I miei impegni sono pressanti durante la giornata, tra lavoro casa e bambino, non ho tempo per ponderare le mie idee, allora i pensieri compressi escono alla rinfusa nei momenti di relax, gli istanti prima di dormire, appunto.

Cerca un nome per la capra e spiegaci perché la chiameresti così.

Potrei chiamarla Karma per semplificare tutti i discorsi sulla mia vita, ma sarebbe troppo ovvio, allora sai che c’è la chiamerò Vita. Vita perché con le tue domande il sipario dell’inconscio si è aperto giusto un pochetto sulla mia vita e ti ringrazio per questo. Vita perché la capra volando giù dal terrapieno facendomi ridere come una matta, ha rivelato al mio conscio che la mia vita è bellissima con tutte le sue sofferenze e mi regala continue emozioni e insegnamenti. Non la cambierei con nessun’altra e non tornerei indietro per nessuna ragione al mondo perché io sono il risultato di tutte le gioie, i dolori e le esperienze che ho vissuto fino ad ora.

Rita ci lascia con One of these morning, Moby feet Patty Labelle.

 

 

Pubblicato in Interviste
Giovedì, 08 Giugno 2017 08:07

Gli Shrd e i Giganti

 

Il cielo era infuocato, le esplosioni si susseguivano una dopo l’altra. Uri era nascosto dentro la conca dell’acqua, la stessa dove il giorno prima aveva ricevuto la benedizione del capo tribù. Era il suo quindicesimo “Beranu”. Poteva andare a cacciare con i “Crispesu” i cacciatori anziani. Uri era impaziente, molte lune prima un lupo aveva ucciso suo padre, voleva vendicarlo. La vendetta per il popolo delle torri, non era onorevole.

Uri era testardo si ostinava a perseguire in quel sentimento che un giorno l’avrebbe portato alla morte. L’arrivo degli Dei la notte prima aveva mandato all’aria i suoi piani. La tribù non si aspettava la visita della Famiglia Reale, doveva essere un evento straordinario.

La Famiglia Reale era benvoluta dalle tribù, che si adoperavano per offrirgli in dono frutta e pelli di animale. Il territorio degli Shrd era fertile e popolato da fauna variegata. Le sorgenti erano pure e le miniere da dove estraevano i metalli per le armi e i gioielli fornivano metalli senza troppi sforzi. La Famiglia Reale contribuiva alla crescita spirituale e scientifica del popolo inviando tra loro le Dee Madri e i “Nuros”.

La Dea Madre si occupava di far nascere i neonati, accudirli e guidare i genitori alla loro crescita. I “Nuros” si occupavano della loro istruzione, ma non erano molti i fortunati che potevano accedere all’insegnamento della scrittura e della caccia.

Uri era uno dei fortunati. Aveva imparato a scrivere sulla pelle e sullo scisto, a leggere la scrittura degli dei, ed era l’unico a saper trasformare un amalgama di minerali in un’arma affilatissima.

 Il fuoco era suo amico, lo aveva aiutato a realizzare l’arma che avrebbe ucciso il lupo assassino. Il Nuros che insegnava Uri a fondere i metalli cercava di infondere compassione dentro quel ragazzo, ma l’impresa era ardua. L’orgoglio che portava alla distruzione, non era ben visto dalla Famiglia Reale ma Uri era un privilegiato nelle arti e i Nuros chiudevano un occhio.

 L’esplosione vicino a lui lo riscosse facendogli cambiare posizione per evitare che i nemici scoprissero il suo nascondiglio. La notte prima la nave volante della Famiglia Reale era apparsa sulle loro teste. Alcune figure minute erano scese a cercar riparo mentre altre navi arrivavano precedute da lampi ed esplosioni.

 Gli uomini della tribù aiutarono le figure di luce che scesero dalle navi, accompagnandole dentro il tempio centrale. Le frecce non poterono nulla contro le navi nemiche, non poteva far nulla nemmeno la flotta della Famiglia Reale che pure rispondeva al fuoco. Erano perduti.

 Dentro il tempio si erano radunati undici dei dodici membri della Famiglia Reale, e i loro spiriti guida.  Un loro membro aveva avvisato un mortale che dopo poco tempo si sarebbe verificata una grande onda che avrebbe spazzato via tutta la vita sulla terra.

 Aveva consigliato di costruire una grande nave che potesse contenere la sua tribù e i suoi animali per sfuggire al cataclisma. I suoi fratelli non erano d’accordo e lo accusarono di tradimento.

La compassione che distingueva la Famiglia Reale dai Semplici era venuta meno. Si crearono due fazioni.

Una fazione si ribellò alla famiglia per conquistare il potere sui Semplici cosicché iniziò la guerra!

Uri entrò di corsa nel Tempio avvisando che il nemico aveva decimato gli abitanti del villaggio. Gli Dei dovevano scappare, non potevano restare lì. Sarebbero rimasti uccisi. Una figura di luce si avvicinò a Uri e gli disse che doveva scrivere tutto quanto era accaduto e disegnare sullo scisto la mappa della regione.

Le pelli e la pietra incisa dovevano essere tramandati di padre in figlio, perché i Semplici potessero, un giorno, trovare le loro origini. Uri tremante e rosso in volto per l’emozione, chinò il capo in segno di obbedienza.

La famiglia Reale si mise in cerchio, gli spiriti guida si elevarono su di loro. All’unisono con un cenno del capo diventarono luce e sparirono. Nelle ore seguenti Uri vide la sua tribù annientata, si salvarono solo due famiglie e Amir.

Amir, sorella di Uri si era nascosta sotto l’altare in granito. L’esplosione che distrusse il tempio la lasciò miracolosamente illesa.

 

Uri sedeva sul bordo del torrente. Ripensava alla partenza della famiglia Reale e all’onore che gli fu consegnato. Erano passati cinque anni dalla guerra dei carri di fuoco e Uri aveva fondato una tribù di cui lui era il capo.

 Amir, la sorella era diventata una Dea Madre straordinaria. Uri Da buon capo aveva trasmesso gli insegnamenti dei Giganti ai suoi sudditi. Aveva insegnato a cercare e scavare i metalli, che poi avrebbero fuso per forgiare le armi per la loro difesa e per l’alimentazione a base di cervi e cinghiali.

Non aveva mai trovato il lupo che uccise suo padre, ma la sua rabbia, indirizzata a dovere dalla Famiglia Reale, servì a fondare una comunità ricca e autosufficiente. Avevano costruito le torri di avvistamento sui monti vicini per precedere gli attacchi dei nemici. Stavano commerciando con il Popolo Nero. Loro portavano sale e pietre blu in cambio di pelli e carne secca.

 In quella terra l’inverno era mite e si coglievano i frutti tre volte l’anno.

Lavoravano il rame e la terracotta, costruendo utensili per la vita quotidiana e mettevano in pratica gli insegnamenti della Famiglia reale.  La tribù era diventata ricca e istruita sotto la guida di Uri.  Seduto sul bordo del torrente, ammirò il suo capolavoro: Una grande nave coperta.

La costruzione ebbe inizio alcuni mesi dopo la partenza della Famiglia Reale. Uri ricordava che la battaglia era cominciata perché un gigante della Famiglia Reale aveva avvertito un umano del cataclisma imminente.

 Riunì i pochi sopravvissuti alla guerra da altre tribù decimate. La costruzione del natante impiegò diciotto lune. Da allora Uri aspettava la grande onda. Fece costruire le torri e riempì le capanne di granaglie. Portò all’interno della nave, gli utensili e le pelli che sarebbero serviti per il viaggio e cominciò a scrivere sulle tavolette di scisto che nascose nel ventre dell’imbarcazione.

Scrisse dell’epopea dei Giganti, della guerra e incise la mappa del villaggio in una tavoletta. Dopo la guerra, i templi e gli edifici della Famiglia Reale erano diventati la Città Sacra dei Giganti.

 La tribù di Uri idolatrava e proteggeva quegli edifici come se fosse la propria vita.

Una mattina, un tuono squarciò il silenzio della valle. La terra tremò. Gli uomini del villaggio accorsero dai campi nella piazza comune per proteggere i bambini e le donne. La montagna vicina si aprì in due lasciando sgorgare acqua e detriti. Sembrava che la montagna volesse ingoiare il villaggio. Le urla terrorizzate delle donne e dei bambini sovrastavano un rumore che si avvicinava piano. Uri capì: La grande onda.

Gridò con tutto il fiato che aveva in corpo di salire sulla nave.

I guerrieri presero le donne e i bambini quasi di peso e corsero verso la nave. Nel frattempo lo sciamano aiutò i pastori a portare sulla nave le bestie. Uri pensò che avesse avuto la benevolenza degli Dei, era stato fatto tutto per tempo. Quaranta minuti dopo il primo terremoto stavano galleggiando attraverso un mare in tempesta. La sua lungimiranza aveva salvato la sua tribù.

Erano passati sei giorni da quando la nave di Uri aveva cominciato a galleggiare. La tempesta senza pioggia li aveva sballottati tra i marosi. Vedevano le cime delle montagne ora trasformate in isolotti.

Appena si accostavano le onde e le correnti allontanavano la nave. I guerrieri non erano abituati a navigare e cominciavano a protestare. Volevano tornare alla loro vita. Finalmente al tramonto dell’ottavo giorno l’acqua cominciò a calmarsi e la nave approdò in un’insenatura naturale. I guerrieri capitanati da Uri scesero per primi a perlustrare il territorio. Costatato che non c’erano pericoli fecero scendere donne e bambini. La notte stessa Uri radunò il consiglio e decise che dal giorno dopo, quello sarebbe stato il territorio della tribù. Chiunque non fosse felice della nuova sistemazione poteva andarsene. Rimasero tutti uniti.

All’alba della mattina dopo Uri ricevette la visita degli spiriti guida della Famiglia Reale. Dopo l’elogio per essere riuscito a scampare al disastro e per aver portato con sé la tribù gli consegnarono gli strumenti per costruire un nuovo villaggio.

Non erano gli strumenti che conosceva.

 Era una scatoletta con delle finestrelle colorate. Con lei c’erano le istruzioni per costruire i templi e i disegni per le nuove dimore dei Reali.

 La sua mente fu invasa da nozioni avveniristiche e impossibili, ma sapeva che poteva realizzare tutto ciò che lo spirito guida comunicava.

 I visitatori andarono via informando Uri che avrebbero fatto ritorno dopo la costruzione dei templi.

I templi erano quasi finiti. Molto tempo era passato. Uri sentiva il peso dell’età e della responsabilità. La costruzione di due templi a forma di piramide era stata ardua, nonostante la scatola magica.

 Aveva deciso di abdicare in favore di Acam il figlio maggiore.

 Acam era un valoroso guerriero, astuto e sapiente. La sua donna era una Dea Madre consacrata alla famiglia reale. Lei accudiva e nutriva i piccoli della tribù con passione e amore.  Aveva scolpito il betile d’oro del tempio con le immagini della caccia e della venuta degli Spiriti Guida.

 La Famiglia Reale aveva in serbo per lei una missione. Sapeva che doveva lasciare Acam e la sua tribù, ma non sapeva quando. Il dolore che provava al pensiero di lasciare il suo sposo le annebbiava la vista, ma non poteva tradire gli Dei, era stata scelta.

 Uri sovrintendeva ai lavori finali delle piramidi. Erano gemelle, in tutto e per tutto identiche. La scatola magica aveva compiuto dei miracoli trasportando le rocce che servivano alla costruzione. Solo premendo un quadratino, la roccia diventava leggera e si modellava come creta. Ma le trappole per tenere lontano i predatori, quelle no. Quelle le avevano costruite Uri, con il suo ingegno e l’aiuto di Acam e la sua donna.

 Nel loro ventre erano nascosti i segreti della Famiglia Reale. Gli spiriti guida erano venuti in gran segreto e avevano nascosto il loro tesoro nei meandri delle piramidi. Nessuno doveva svelare quel segreto. Erano passate molte lune e Uri non era più il capo. Invecchiava e aveva timore di non aver tempo per tramandare tutto il suo sapere ai propri figli, e ai figli dei figli. Gli venne in aiuto la donna di Acam che, con entusiasmo, incise le sue parole sopra pelli di cervo, conservandole poi in giare di terracotta.

 La Dea Madre, incise anche una tavoletta di scisto con un bel disegno della loro terra. Regalò quella pietra nera e lucida agli Dei, posandola nella riva del fiume poco lontano. Gli Dei avrebbero gradito il suo omaggio, magari non l’avrebbero più voluta con loro in cambio.

Una notte uno spirito guida si presentò nella sua capanna e gli comunicò che il tempo era finito, doveva tornare alla luce. Uri sorrise, soddisfatto della sua vita, non aveva nessuna remora a lasciare il suo corpo mortale.

L’alba trovò Uri senza vita. La tribù onorò il suo corpo cremandolo con un falò di legno di ginepro e frasche di rosmarino. Le sue ceneri furono lasciate al vento accompagnate da celebrazioni della sua lunga e onorata esistenza.

Morto Uri, Acam diventò il capo spirituale e temporale della tribù. La sua donna, la Dea madre della tribù, gli rimase accanto per due primavere. Scaduto il tempo, gli Spiriti Guida scesero sulla terra per prelevare Nantù, la donna di Acam. Tra le lacrime e la rassegnazione, Nantù promise amore eterno al suo compagno. Una luce brillante pervasa da un calore indescrivibile prese Nantù e la portò verso le stelle.

Gli spiriti guida arrivarono nella notte di luna piena. Era il solstizio di primavera, la luna annunciava il nuovo raccolto.

Un carro spaziale arrivò senza rumore, solo le luci azzurre annunciarono l’arrivo.

Gli spiriti guida si materializzarono davanti alla capanna di Acam.

Acam sentì la loro presenza. Le voci degli spiriti guida gli chiedevano di accompagnarli dentro la piramide. Avevano il “Seme” della civiltà dei Giganti con loro. Nessuno doveva sapere della presenza di quel tesoro. Acam avrebbe dovuto tenere il segreto, oppure la dinastia dei Giganti sarebbe andata perduta.

Quella volta Acam, prese coraggio e rivolse delle domande agli Spiriti.

Alle domande di Acam, gli Spiriti risposero di attendere, sarebbe stato esaudito di lì a poco.

Acam guidò i messaggeri all’interno della piramide con il tempietto, e li accompagnò al tempio dorato.  I Messaggeri vollero andare in un’altra camera disadorna, senza l’oro e gli affreschi. Stupito, Acam li guidò verso la sala, dove riposavano i resti del padre.

Gli spiriti adagiarono una sfera azzurra e luminescente sul pavimento, e si raccomandarono a Uri che fosse ben protetta da sette Betiles in granito con delle scritte incise sopra. Gli avrebbero dettato in seguito il testo.

Acam fece per uscire dalla sala quando un Gigante si materializzò davanti a lui. Per lo stupore, finì a terra.

La mano del Gigante si tese per porgli aiuto. Acam la prese e nello stesso momento che strinse quella mano poderosa, seppe la risposta alle sue domande.

Il Gigante instillò nella sua mente alcune scene del futuro e del passato.

“La storia comincia nei Cieli remoti. Eoni fa, quando il nostro sistema solare era ancora giovane, dallo spazio esterno fece la sua apparizione un grande pianeta celeste, in fuga da un altro sistema solare esploso. In seguito alla distruzione e delle collisioni che aveva provocato, nacquero la Terra e la cintura degli asteroidi.

 Il pianeta celeste fu catturato in un’orbita attorno al Sole, diventando il dodicesimo membro del sistema solare. La sua orbita è molto ampia e lo fa ritornare vicino alla Terra ogni tremilaseicento anni.”

Acam scoprì che la famiglia Reale dei Giganti non erano gli Dei del tempo, ERANO il tempo!

Loro plasmavano gli eventi a piacimento, ma avevano dei nemici che ostacolavano il progredire degli umani. I nemici erano i loro stessi fratelli, membri della Famiglia Reale, ma di una linea di pensiero repressiva e non progressista.

Loro, quelli che avevano combattuto nei cieli molte lune prime. Volevano la fine del genere umano. Gli umani, i terrestri, erano emotivi, molte volte sanguinari, ma fondamentalmente buoni, puri. C’era stata una guerra molto tempo prima sui cieli terrestri.

 Quella guerra non aveva decretato ne vinti né vincitori. La terra fu abbandonata dagli Dei per millenni. Quando Nibiru, il pianeta dei Giganti fu nuovamente vicino alla terra, la Famiglia Reale decise di guidare gli uomini attraverso la conoscenza materiale e spirituale. Alcuni membri della Famiglia erano contrari e avevano tramato contro la decisione.

Enki fu ostacolato da Enlil il comandante della missione, il suo fratellastro. Egli non voleva salvare il genere umano dal Diluvio. Ma Enki, signore della terra avvisò Ziusudra della venuta di una catastrofe: una cometa avrebbe colpito la Terra provocando inondazioni e terremoti.

 Gli disse di radunare la sua famiglia e le sue greggi per portarle in salvo su una barca. Nella grande barca Ziusudra fece posto anche ad altre specie animali, ripopolando così il territorio, una volta toccato terra.

Da quel momento Enlil giurò vendetta verso il fratellastro.

La terra fu teatro di scontri antichi, di battaglie cruente e sanguinarie, senza vincitori ne vinti. Di volta in volta i fratelli cercarono alleati. Terrestri ed extraterrestri erano chiamati a servire gli Dei in battaglia.

Furono costruite città monumentali che ospitavano templi a loro dedicati e piste d’atterraggio per navicelle e astronavi. Anche là, in quella terra di uomini valorosi furono costruite una città e una pista d’atterraggio, ma furono distrutte dalla grande onda a cui la tribù di Uri era scampata.

La guerra si protrasse per millenni e continua ancora. Il progresso dell’uomo consentirà a uno dei due, di vincere sull’altro.

Se vincerà Enlil, il genere umano sarà distrutto, e il sovrano di Nibiru, padre dei fratelli che fino ad ora è rimasto a guardare, non potrà fare più nulla. La legge dei Giganti precisa che non si può intervenire sul destino dei terrestri.

Già molto è stato fatto. Gli uomini hanno imparato molto da noi. Torneremo. La Luce ci guiderà fino a voi per l’ultima volta. Quel dì gli Annunaki si presenteranno al popolo terrestre.

Il radiofaro deposto dagli Spiriti Guida al centro della sala pulsava di luce azzurra.

Acam si voltò per ammirarlo ancora una volta.

Una luce bianca esplose nella piccola sala, il Gigante era sparito e gli spiriti guida con lui.

Tornando indietro Acam rifletté sull’avvertimento del Gigante “ Nessuno deve venire a conoscenza del radiofaro”

C’era un unico modo per mantenere il segreto su quel tesoro: il villaggio doveva sparire!

E con il villaggio i suoi abitanti.

Tornò nella sua capanna e convocò lo sciamano. Gli spiegò la situazione e insieme escogitarono il modo per far sparire il villaggio con tutti i suoi abitanti, compresi le greggi e gli animali da cortile.

Attesero la notte per agire, la tribù non doveva accorgersi di nulla. La mattina dopo avrebbe dato responsabilità agli Dei, di quello che era successo.

Lo Sciamano prese la scatola magica, dono dei giganti, dal gigantesco cedro al centro del villaggio.

“Il Villaggio dei Cedri svanirà agli occhi nemici, solo i Giganti, gli Dei, potranno trovarci” Disse con solennità.

Manovrando alcuni tasti della scatola magica il villaggio fu avvolto da una luminosità azzurrina e la nebbia lo avvolse completamente.

Lo Sciamano, recitando alcune litanie, spostò la scatola in direzione delle piramidi. La sfera luminosa avvolta da una foschia azzurra, penetrò dentro la prima piramide e la luce svanì.

All’alba il lavoro era fatto. Lo sciamano aveva previsto illuminazione e microclima adatto alla vita sottoterra. La scatoletta magica aveva provveduto alla vita perpetua in condizioni, altrimenti impossibili. Anche i giganteschi cedri alla periferia del villaggio furono trasferiti, rimanendo irti come Dei solitari al confine del mondo.

Al loro risveglio gli abitanti si buttarono a terra, prostrati in onore agli Dei. Non seppero mai che furono Acam insieme allo Sciamano i responsabili del trasferimento.

Quando Acam fu in punto di morte, ricevette la visita degli Spiriti Guida che gli comunicarono la fine del suo tempo. Portarono alcune tavolette di un metallo sconosciuto con delle iscrizioni in una lingua oscura. Acam prima di spirare ordinò di incidere quelle iscrizioni nei Betiles intorno alla Luce dei Giganti.

Non seppe mai che la lingua sconosciuta si tramutò in sardo antico appena incise sui Betiles.

Giovedì, 25 Maggio 2017 15:27

Bartholomew

  

Sdraiata nella cuccetta, sento lo sciabordio delle onde. Calma e silenzio si impadroniscono del mio corpo.

Sento la voce di Francesca che mi guida. Il petto si solleva al ritmo della marea che sembra invadere il mio pensiero.

Distolgo l’attenzione dal blu del mare che si è impossessato dei miei pensieri.

Riporto la concentrazione sulle gambe, ormai è quasi finita.

Francesca mi dice di sprofondare nel materasso e schioccando le dita mi guida con voce calma e profonda giù per quella scala che sembra infinita.

Il buio mi circonda ma vedo davanti un puntino luminoso. Sento un profumo che non riesco a riconoscere. Altri gradini.

Scendo ancora verso la mia anima, dentro il mio inconscio nascosto.

Altro schiocco di dita: Francesca mi dice, ora ci sei!

Mi trovo su un acciottolato, una puzza di fogna ed escrementi mi invade le narici.

Dove sono? E’ buio, non riesco a riconoscere nulla.

I ciottoli con cui è realizzato il pavimento della strada sono tondi e sporchi.

Mi guardo i piedi e li vedo nudi. Il freddo mi pervade, tremo. Mi guardo le mani, sono sporche e ferite.

La consapevolezza che sono un ragazzo di vent’anni arriva di colpo e mi sconvolge. Sono un ragazzo.

Le mie gambe sembrano di piombo, ma cerco di andare avanti. Voglio scoprire di più.

Una voce al mio fianco mi chiama: Bartholomew.

Ecco, mi chiamo così. Che strano nome.

Mi giro, è una donna di mezza età che mi tira il braccio e mi dice di fare in fretta, altrimenti ne pagherò le conseguenze.

Mi trovo sul bordo di un pontile in pietra, la strada acciottolata ha lasciato il posto ad una piazzetta che costeggia un porto.

Guardo intorno a me… E scopro dove sono. E’ incredibile, quella è la Tower Bridge di Londra.

Ecco, ora so perché l’inglese mi è sempre sembrato familiare e non ho mai avuto, o quasi, problemi di pronuncia.

Stanno attirando la mia attenzione. Arriva un uomo alto e grasso, con il panciotto da Lord, e una cipolla agganciata ai bottoni.

Ma non è un Lord, ci si atteggia ma è sporco e con la barba lunga. Poco curato. Sta urlando verso di me, mi dice che per colpa mia il traghetto ha ritardato. Dovevo portare un sacco pieno di minerale ma avevo sete e mi sono attardato a bere dell’acqua.  

Mi guardo la spalla destra, ho un sacco di iuta appeso alle mie spalle. La fila di altri ragazzi con un sacco alle spalle mi precede di alcuni metri, non sono così in ritardo.

Mi strappano la sacca dalle mani e mi danno uno spintone.

 Finisco nel fiume e annaspo, l’acqua mi entra in gola, nel naso, in bocca.

Riemergo respirando a bocca aperta, ma torno giù e bevo. L’acqua nera del Tamigi mi sommerge e perdo conoscenza.

Uno schiocco di dita mi riporta alla realtà. Mi sveglio serena, nonostante abbia vissuto, presumo, la mia morte in una vita precedente a questa.

 Ora mi spiego parecchie cose, come quella della paura dell’acqua, del mare, eppure esserne affascinata.

Forse Bartholomew non è morto, qualcuno lo avrà tirato fuori, magari sarà rinvenuto e nuotato fino alla salvezza; non mi è dato saperlo.

La prossima volta lo scoprirò.

Martedì, 23 Maggio 2017 10:55

Intervista a Daisy Franchetto

Per conoscere meglio un autore niente di meglio di un’intervista con domande “prefabbricate”.

Ma per conoscere una donna straordinaria che scrive, e conoscerne l’anima, si può uscire fuori dall’ordinario e formulare domande anticonformiste.

Daisy Franchetto è un personaggio a dir poco fuori dagli schemi: donna, madre e scrittrice che vive nel bosco circondata da alcuni amici come il capriolo raffreddato e il cinghiale, ma questa è un’altra storia.

Daisy gestisce un sito, www.daisyfranchetto.com nel quale realizza interviste oniriche ad autori, illustratori e blogger. La pagina dedicata alla protagonista della sua trilogia www.facebook.com/iosonolunar

Allora, squillo di trombe e rullo di tamburi... E diamo il via all’intervista.

 

 

 Rita - Tu cosa sogni?

 

Daisy - I miei sogni sono molto vividi, nel bene e nel male mi lasciano addosso sensazioni e ricordi forti, a volte per giorni. Spesso sogno immagini laceranti che non sempre suscitano in me turbamento. Sono abituata a lavorare con i miei sogni, a trasformarli e a usarli.

 

Rita - Quali colori ha la tua vita?

 

Daisy - Anche se vesto sempre di “color catrame”, come dice mio figlio, la mia vita ha tutti i colori possibili. Sempre colori accesi, in ogni caso. Non sono il tipo da tinte pastello. Ho imparato ad apprezzare il grigio, quando c’è, il rosso sangue, il rosa acceso, il giallo. Il verde invece è il colore su cui si posano più spesso i miei occhi, perché vivo in un bosco, perché mio figlio frequenta una scuola che si trova in un bosco, perché in fondo ho imparato a cercare le piante in ogni luogo. Mi danno conforto.

 

Rita - Quale tuo personaggio è il tuo alter ego?

 

Daisy - Non c’è. Tutti i personaggi, anche quelli più terribili, sono una rappresentazione di quel che sono. A volte portata ad esasperazione, ma pur sempre qualcosa di mio.

 

Rita - Come nascono le tue scritture dark?

 

Daisy - Nascono dai sogni, dalle mie paure, dai miei dolori. Dal lavoro che faccio quotidianamente su di me e dal confronto con le persone. Tutto ciò che mi attraversa crea suggestioni e qualcosa finisce sulla carta, inevitabilmente.

 

Rita - Se dovessi dare un sapore alle tue emozioni quando stai scrivendo, che sapore daresti?

 

Daisy - È un sapore dolceamaro. Scrivere è l’esperienza più totalizzante che vivo, ma è anche molto sofferta. Non sono mai convinta di quel che ho creato, sono critica, spietata con me stessa. Inseguo un ideale che non raggiungo mai, e forse è meglio così.

 

Rita - L'animale che ti somiglia?

 

Daisy - Non saprei. Mi piacerebbe assomigliare a un lupo, ma credo di essere più simile a un passerotto. Ahimè. (Con tutto rispetto per i passeriformi). A volte per contro mi sento un elefante, perché non riesco a trovare leggerezza e non riesco a dimenticare.

 

Rita - Che sogni hai per il tuo futuro?

 

Daisy - Quello che desidero è poter continuare a scrivere, ma questo presuppone avere delle storie che meritino di essere raccontate. Allora desidero ardentemente che le storie non finiscano mai.

 

 

 

Grazie Daisy. Aspetto con ansia altre tue pubblicazioni e ti auguro di soddisfare tutti i tuoi desideri.

 

Scheda autore Daisy Franchetto
Sono nata quarant’anni fa a Vicenza, città intrisa di grazia palladiana, ma vivo a Torino, città del mistero. Mi occupo di counseling.
La scrittura è una passione nascosta che ho iniziato a coltivare tardi.
Ciò che scrivo nasce dalle esperienze vissute. Il lavoro nelle comunità psichiatriche e per disabili, i viaggi come volontaria in zone di guerra, l’impegno per la difesa dei diritti umani. L’ascolto delle persone in difficoltà e, prima ancora, l’ascolto di me stessa. Il mondo onirico e la ventennale attività di scavo nella mia psiche.
La scrittura mi rende una persona migliore.

Le Pubblicazioni di Daisy
Dodici Porte è il romanzo d’esordio. Primo della trilogia Io Sono Lunar, edito da Dark Zone Edizioni.
Tre giorni, è una ghost story, disponibile in formato digitale.
Sei Pietre Bianche è il secondo romanzo della trilogia dedicata a Lunar. Edizioni Dark Zone.
Sono stati poi pubblicati i seguenti racconti:
“Ragnatele” nella raccolta “Obsession” curata da Lorenzo Spurio, edizioni Limina Mentis (2013), sempre lo stesso racconto è pubblicato nella raccolta Short Story 2, edito da Lettere Animate Editore.
“Margherite tra i capelli” nella raccolta la “Forza della Diversità”, Edizioni Montag (2013)
“Bottiglie di cielo”, racconto pubblicato dalla rivista letteraria “Euterpe” numero 12, 2014
“Teoria della Creatività”, racconto pubblicato dalla rivista “Coachmag” numero 13, 2014
“Ombra e Luce”, per la raccolta Short Story 1, Lettere Animate Editore, aprile 2015
Sempre insieme, ricordi?, racconto per la raccolta horror Buio, Lettere Animate Editore ottobre 2015
Trapezio, racconto inserito nella raccolta Sognando, edita da Panesi Edzioni.

Pubblicato in Interviste
Lunedì, 20 Febbraio 2017 15:58

Su di Me

Mamma, scrittrice, blogger e sperimentatrice, ho sempre la Nikon in borsa, amo i viaggi ma non viaggio per pigrizia.

Ho un'insana passione per i libri e sono affetta da tre rare malattie:

 

- Acquisto compulsivo di libri

- Cucinomania

- Sindrome della chioccia

 

Le due si possono riassumere semplicemente in "amore incondizionato verso i libri" e "sprezzo totale della linea".

La terza, che è la più difficile da spiegare ve la dico in due parole, si fa per dire: “Amore incondizionato per i bimbi e gli animali.” 

 

Il bello di avere due blog, “Villacidro.Biz” e “RitaPinna” è che non sai dove pubblicare le ricette, le foto etc.

Se siete arrivati fin qui vi ringrazio, probabilmente mi sopportate da una vita. Vi ringrazio per commenti e like e spero di soddisfarvi con i contenuti dei miei blog.

 

Quando non scrivo cucino e quando non creo faccio fotografie.

Tra un articolo e l’altro dei blog cerco di dare forma al mio terzo libro, anche se dovrebbe essere il quinto, ma non metto in conto i racconti.
Tra le poche cose che ho capito in questi cinquanta e più anni è che la vita è troppo breve per rimuginare e incavolarsi, quindi la mia regola di vita è essere sempre allegri, male che vada porti una ventata di serenità a chi purtroppo non riesce ad esserlo facendo del bene anche a me.

 

Vi voglio bene, a chi conosco e a chi non piaccio, ma anche voi servite!

Pubblicato in Redazione
Mercoledì, 15 Febbraio 2017 16:21

Ci siamo persi ad Arbus

 

 

Le storie di ordinaria follia non le ho mai capite, fino a quando, forse non è toccato a me. Così ho finito per crederci, credere nei racconti di bottega, dove pensi che siano frutto di pettegolezzi.

Ma quel giorno lo ricorderò finché vivrò, e forse lo racconterò ai miei nipoti così come sto raccontandolo a voi.

Tutto cominciò quando arrivati ad Arbus io e alcuni miei amici, abbiamo deciso di prendere un caffè al primo bar che incontriamo.

 Entrando ci accoglie il solito brusio di radio e persone che parlano più o meno a bassa voce.

“Cosa posso fare per voi?” Dice la ragazza al banco.

 “Tre caffè grazie.”

 Ci sedemmo. Un ragazzo sui trenta si avvicinò a noi riconoscendo evidentemente la nostra estraneità al Paese che era sulla strada del mare. “Ciao sono Antioco, non siete di qua vero?”

“No” rispondiamo. “Ho una cosa per voi.”

 Noi ci guardiamo con espressione stupita, e gli diciamo che non siamo in cerca di nulla pensando ovviamente che il tipo ci vuole vendere droga. Il tipo doveva essere molto perspicace, perché capito subito il nostro pensiero si affretta a smentire calorosamente. Noooo, voglio solo farvi vedere una cosa; siccome non mi crede nessuno del mio paese, forse voi ci crederete. Il tutto detto in un sardo stretto che noi di Cagliari abbiamo faticato a capire. Insomma tanto ha fatto che decidiamo di seguirlo, non fosse altro per la curiosità suscitata.

Saliamo sulle moto e lui sulla sua apetta50. finiamo fuori paese, per fortuna verso la direzione che dovevamo prendere per il mare, ma dopo circa tre km Antioco gira a sinistra e già dentro me si insinua un piccolo dubbio e la fiammella del pericolo e sorrido. Mi dico che siamo in tre belli grossi, mica abbiamo paura!

Passano altri 5 o 6 km sotto  le ruote; alla fine guardandoci negli occhi, avevamo il casco, ci diciamo che è ora di tornare indietro. Antioco proprio in quel momento si ferma, e dice che siamo quasi arrivati. Ok, un altro piccolo sforzo.

Arriviamo in un ovile pieno di pecore e capre, scendiamo e controllo che ora abbiamo fatto e scopro che in quel cocuzzolo non c’è linea, un caldo che a ripensarci ora mi sembra impossibile.

Ci invita dentro per bere un po’ d’acqua fresca, entriamo, beviamo, e il tipo ci dice entrando in una stanzetta: “Aspettate e vedrete.”

 Passano circa cinque minuti e scocciati per esserci lasciati fregare da chissà quale curiosità mettiamo i caschi e usciamo per inforcare le nostre moto…….

 È una parola, le nostre moto, sparite, non cerano più. Non abbiamo sentito nessun rumore, le chiavi nella nostra tasca eppure pufff volatilizzate, e noi in mezzo alla montagna, senza cellulari, perché non c’era campo!

 Tra risate nervose e citando un vocabolario non molto raffinato per la situazione che stavamo vivendo, riprendiamo questa volta a piedi (l’apetta era sparita) la strada del ritorno, dopo circa venti km arriviamo a Arbus che era già sera ed eravamo molto, per così dire, alterati.

Con promesse di vendetta e non solo, andiamo verso il bar dove la mattina avevamo preso il caffè e incontrato Antioco. Con nostra grande sorpresa vediamo le nostre moto parcheggiate davanti all’ingresso e Antioco che beveva una birra seduto a tavolino. 

Molto arrabbiati andiamo verso di lui che ci dice, “Heila, ma dove siete finiti vi stavo aspettando per farvi vedere questo:” e così dicendo ci fa vedere due cuccioli di Breton che voleva  regalarci, perché, a suo dire non poteva tenerli che non aveva posto!

Con urla e rimbrotti gli diciamo che ci ha mollato in montagna rubandoci le moto e facendoci fare a piedi tutta quella strada, ma lui con calma risponde che forse avevamo preso un colpo di sole, perché la mattina, secondo lui e purtroppo anche secondo la barista, abbiamo lasciato le moto la e siamo andati a piedi verso la piazza, e poi non ci hanno più visto! Ecco la mia storia, e siccome né io né i miei amici facciamo uso di droga, secondo voi quel caffè era drogato? O siamo usciti fuori di testa in tre?