Cogito Ergo Sum

Non è mai troppo tardi per realizzare i tuoi sogni nel cassetto e io sto realizzando il mio che ho accantonato 40anni fa. Finalmente scrivo dopo che ho fatto la chef, la guida a cavallo e la mamma a tempo pieno, e la sto ancora facendo. Che dire... la mia biografia ancora non riesco a scriverla.
Lunedì, 01 Maggio 2017 14:41

Ho scritto "pago" sulla spiaggia

Scritto da
Vota questo articolo
(0 Voti)

 

Uno la sabbia se la sogna anche d’inverno. Soprattutto d’inverno. La tocca con le mani e la stringe, aspettando che le scappi e arrivi sui piedi, a formare quasi una piccola piramide. Sabbia soffice dove si può correre e sdraiarsi, dove si può stare insieme a suonare la chitarra, intorno ad un falò, vicino al mare. Perché la sabbia addensa molte cose, si unisce ai nostri capelli, ai appiccica ai peli delle braccia e delle gambe dei maschietti. E qualche granello arriva sino alla nostra doccia. La sabbia è leggerezza, estate, è acqua che ci incanta, bambini che corrono e urlano parole incomprensibili, sono castelli, sono buchi a cercare acqua con le mani e piccoli secchielli. Sono il torneo di bocce in plastica, le sfide infinte dopo pranzo, la crema protezione quindici o venti o, addirittura cinquanta, che ai tempi nostri non c’era e si tornava a casa con le bolle ma felici. La sabbia è calore, è il primo bacio o il secondo, ma anche il terzo e ha il sapore di quei giorni, di quel mare, di quel sale, di quella spiaggia. 
Adesso, qualcuno ha deciso che tutto questo si può vendere, come si vende un gelato, un chilo di pomodori, un telefonino. Ci devono essere geni incompresi dalle nostre parti, gente che non dorme la notte e davanti ai problemi risponde tranquillo: “Ci sono qua io, vendiamo qualcosa e tutto è risolto”. Mi fanno paura questi geni, questi coltivatori di pragmaticità, questi cultori del “tutto e sempre”, questi violentatori di ricordi e di emozioni. Mio nonno – ed era analfabeta – aveva dodici figli. Non ha mai pensato di vendere o affittare un figlio, mio nonno. Da antifascista non aveva diritto ad avere la cartella del pane. Si mangiavano meloni e fichi e mia madre ricorda che quei meloni erano buonissimi e dolci ma, soprattutto, bagnati. Acqua delle proprie lacrime e della disperazione. Ma non ha mai pensato, mio nonno, di vendere il cane da caccia o la gallina o il suo asino. E non ha pensato, mio nonno, di vendere il giogo dei buoi o la frusta o la bisaccia. Si è messo a vendere meloni in mezzo alla strada, aspettava che qualcuno passasse e barattasse i meloni con qualcos’altro. E mia nonna andava a lavorare il formaggio e i miei zii erano servi pastori o lavoravano in vigna. Nessuno vendeva la propria dignità a quei tempi. Ed erano tempi duri, di guerra e di fame. 
Adesso gli scienziati dell’economia, i “problem solver” di ultima generazione ci raccontano che tutto è in movimento, tutto è acquistabile e quindi tutto è vendibile. Possiamo acquistare il quadro di Picasso, è vero, ma non acquisteremo mai l’emozione del pittore, la sua forza nel dipingerlo. Non sopporto chi acquista qualcosa di importante e se lo tiene per se. Non ha senso. Certe cose sono per tutti e sono di tutti e sono lì per chè tutti possano guardarle. Ma sono, come dire, cose costruite dagli uomini e ci sta che possano anche essere vendute. E’ il mercato. Lo so. Ma a nessuno è venuto in mente di vendere un panorama, un orizzonte, una spiaggia. Le spiagge, qualcuno obbietta sono state “privatizzate” e molte sono “a pagamento”. La realtà è diversa: è a pagamento il servizio offerto, ma la spiaggia è un bene demaniale, è dello Stato, ovvero di tutti. Infatti, qualcuno di quei “tutti”, pensando di esserne padrone, seppure in comproprietà, di tanto in tanto pensa di venderla. Ho sempre pensato sia un personaggio molto triste quello con questi conturbanti pensieri: immagino che da bambino gli tirassero la sabbia negli occhi, oppure si bruciasse perché la mamma non aveva l’ombrellone oppure era un bambino solo. Con molti giocattoli, formine, secchielli, rastrelli, ma nessuno si avvicinava a lui. D’altronde chi non capisce l’entità di un sogno non riesce a raccontarlo. Chi non comprende il calore di un abbraccio non riesce a contraccambiarlo. 
Noi, in Sardegna siamo vissuti con la sabbia di contorno. E con il mare. Abbiamo camminato e baciato e pianto e sorriso sulle spiagge della nostra isola. Siamo stati accarezzati nella nostra infanzia da quel sole torrido e dolce e abbiamo camminato, per ore, sulla battigia, l’orizzonte delle nostre anime. Perché di questo, si tratta, per noi sardi: le spiagge sono il limite fisico dove possiamo arrivare e, guardando il mare, cominciare a sognare. Chi vuole vendere le spiagge sta vendendo il molo del nostro orizzonte, delle nostre emozioni. E tutto questo non è possibile. Davvero. Ci sono altre possibilità per sopravvivere direbbe nonno. Lasciate le spiagge ai nostri figli affinché possano sporcarsi di sabbia e ritornare a casa e raccontare quegli attimi, tra la spiaggia e il mare. Trovate altre soluzioni tra le pieghe dei nostri allegri bilanci e del nostro curioso modo di spendere e sprecare e lasciate le spiagge, a dipingere un pezzo di vita, come tavolozze sottili nell’acquarello della nostra esistenza.

Giampaolo Cassita

Letto 121 volte Ultima modifica il Lunedì, 01 Maggio 2017 14:50
Rita Pinna

Non è mai troppo tardi per realizzare i tuoi sogni nel cassetto e io sto realizzando il mio che ho accantonato 40anni fa. Finalmente scrivo dopo che ho fatto la chef, la guida a cavallo e la mamma a tempo pieno, e la sto ancora facendo. Che dire... la mia biografia ancora non riesco a scriverla.

Devi effettuare il login per inviare commenti