Cogito Ergo Sum

Non è mai troppo tardi per realizzare i tuoi sogni nel cassetto e io sto realizzando il mio che ho accantonato 40anni fa. Finalmente scrivo dopo che ho fatto la chef, la guida a cavallo e la mamma a tempo pieno, e la sto ancora facendo. Che dire... la mia biografia ancora non riesco a scriverla.
Giovedì, 08 Giugno 2017 08:07

Gli Shrd e i Giganti

 

Il cielo era infuocato, le esplosioni si susseguivano una dopo l’altra. Uri era nascosto dentro la conca dell’acqua, la stessa dove il giorno prima aveva ricevuto la benedizione del capo tribù. Era il suo quindicesimo “Beranu”. Poteva andare a cacciare con i “Crispesu” i cacciatori anziani. Uri era impaziente, molte lune prima un lupo aveva ucciso suo padre, voleva vendicarlo. La vendetta per il popolo delle torri, non era onorevole.

Uri era testardo si ostinava a perseguire in quel sentimento che un giorno l’avrebbe portato alla morte. L’arrivo degli Dei la notte prima aveva mandato all’aria i suoi piani. La tribù non si aspettava la visita della Famiglia Reale, doveva essere un evento straordinario.

La Famiglia Reale era benvoluta dalle tribù, che si adoperavano per offrirgli in dono frutta e pelli di animale. Il territorio degli Shrd era fertile e popolato da fauna variegata. Le sorgenti erano pure e le miniere da dove estraevano i metalli per le armi e i gioielli fornivano metalli senza troppi sforzi. La Famiglia Reale contribuiva alla crescita spirituale e scientifica del popolo inviando tra loro le Dee Madri e i “Nuros”.

La Dea Madre si occupava di far nascere i neonati, accudirli e guidare i genitori alla loro crescita. I “Nuros” si occupavano della loro istruzione, ma non erano molti i fortunati che potevano accedere all’insegnamento della scrittura e della caccia.

Uri era uno dei fortunati. Aveva imparato a scrivere sulla pelle e sullo scisto, a leggere la scrittura degli dei, ed era l’unico a saper trasformare un amalgama di minerali in un’arma affilatissima.

 Il fuoco era suo amico, lo aveva aiutato a realizzare l’arma che avrebbe ucciso il lupo assassino. Il Nuros che insegnava Uri a fondere i metalli cercava di infondere compassione dentro quel ragazzo, ma l’impresa era ardua. L’orgoglio che portava alla distruzione, non era ben visto dalla Famiglia Reale ma Uri era un privilegiato nelle arti e i Nuros chiudevano un occhio.

 L’esplosione vicino a lui lo riscosse facendogli cambiare posizione per evitare che i nemici scoprissero il suo nascondiglio. La notte prima la nave volante della Famiglia Reale era apparsa sulle loro teste. Alcune figure minute erano scese a cercar riparo mentre altre navi arrivavano precedute da lampi ed esplosioni.

 Gli uomini della tribù aiutarono le figure di luce che scesero dalle navi, accompagnandole dentro il tempio centrale. Le frecce non poterono nulla contro le navi nemiche, non poteva far nulla nemmeno la flotta della Famiglia Reale che pure rispondeva al fuoco. Erano perduti.

 Dentro il tempio si erano radunati undici dei dodici membri della Famiglia Reale, e i loro spiriti guida.  Un loro membro aveva avvisato un mortale che dopo poco tempo si sarebbe verificata una grande onda che avrebbe spazzato via tutta la vita sulla terra.

 Aveva consigliato di costruire una grande nave che potesse contenere la sua tribù e i suoi animali per sfuggire al cataclisma. I suoi fratelli non erano d’accordo e lo accusarono di tradimento.

La compassione che distingueva la Famiglia Reale dai Semplici era venuta meno. Si crearono due fazioni.

Una fazione si ribellò alla famiglia per conquistare il potere sui Semplici cosicché iniziò la guerra!

Uri entrò di corsa nel Tempio avvisando che il nemico aveva decimato gli abitanti del villaggio. Gli Dei dovevano scappare, non potevano restare lì. Sarebbero rimasti uccisi. Una figura di luce si avvicinò a Uri e gli disse che doveva scrivere tutto quanto era accaduto e disegnare sullo scisto la mappa della regione.

Le pelli e la pietra incisa dovevano essere tramandati di padre in figlio, perché i Semplici potessero, un giorno, trovare le loro origini. Uri tremante e rosso in volto per l’emozione, chinò il capo in segno di obbedienza.

La famiglia Reale si mise in cerchio, gli spiriti guida si elevarono su di loro. All’unisono con un cenno del capo diventarono luce e sparirono. Nelle ore seguenti Uri vide la sua tribù annientata, si salvarono solo due famiglie e Amir.

Amir, sorella di Uri si era nascosta sotto l’altare in granito. L’esplosione che distrusse il tempio la lasciò miracolosamente illesa.

 

Uri sedeva sul bordo del torrente. Ripensava alla partenza della famiglia Reale e all’onore che gli fu consegnato. Erano passati cinque anni dalla guerra dei carri di fuoco e Uri aveva fondato una tribù di cui lui era il capo.

 Amir, la sorella era diventata una Dea Madre straordinaria. Uri Da buon capo aveva trasmesso gli insegnamenti dei Giganti ai suoi sudditi. Aveva insegnato a cercare e scavare i metalli, che poi avrebbero fuso per forgiare le armi per la loro difesa e per l’alimentazione a base di cervi e cinghiali.

Non aveva mai trovato il lupo che uccise suo padre, ma la sua rabbia, indirizzata a dovere dalla Famiglia Reale, servì a fondare una comunità ricca e autosufficiente. Avevano costruito le torri di avvistamento sui monti vicini per precedere gli attacchi dei nemici. Stavano commerciando con il Popolo Nero. Loro portavano sale e pietre blu in cambio di pelli e carne secca.

 In quella terra l’inverno era mite e si coglievano i frutti tre volte l’anno.

Lavoravano il rame e la terracotta, costruendo utensili per la vita quotidiana e mettevano in pratica gli insegnamenti della Famiglia reale.  La tribù era diventata ricca e istruita sotto la guida di Uri.  Seduto sul bordo del torrente, ammirò il suo capolavoro: Una grande nave coperta.

La costruzione ebbe inizio alcuni mesi dopo la partenza della Famiglia Reale. Uri ricordava che la battaglia era cominciata perché un gigante della Famiglia Reale aveva avvertito un umano del cataclisma imminente.

 Riunì i pochi sopravvissuti alla guerra da altre tribù decimate. La costruzione del natante impiegò diciotto lune. Da allora Uri aspettava la grande onda. Fece costruire le torri e riempì le capanne di granaglie. Portò all’interno della nave, gli utensili e le pelli che sarebbero serviti per il viaggio e cominciò a scrivere sulle tavolette di scisto che nascose nel ventre dell’imbarcazione.

Scrisse dell’epopea dei Giganti, della guerra e incise la mappa del villaggio in una tavoletta. Dopo la guerra, i templi e gli edifici della Famiglia Reale erano diventati la Città Sacra dei Giganti.

 La tribù di Uri idolatrava e proteggeva quegli edifici come se fosse la propria vita.

Una mattina, un tuono squarciò il silenzio della valle. La terra tremò. Gli uomini del villaggio accorsero dai campi nella piazza comune per proteggere i bambini e le donne. La montagna vicina si aprì in due lasciando sgorgare acqua e detriti. Sembrava che la montagna volesse ingoiare il villaggio. Le urla terrorizzate delle donne e dei bambini sovrastavano un rumore che si avvicinava piano. Uri capì: La grande onda.

Gridò con tutto il fiato che aveva in corpo di salire sulla nave.

I guerrieri presero le donne e i bambini quasi di peso e corsero verso la nave. Nel frattempo lo sciamano aiutò i pastori a portare sulla nave le bestie. Uri pensò che avesse avuto la benevolenza degli Dei, era stato fatto tutto per tempo. Quaranta minuti dopo il primo terremoto stavano galleggiando attraverso un mare in tempesta. La sua lungimiranza aveva salvato la sua tribù.

Erano passati sei giorni da quando la nave di Uri aveva cominciato a galleggiare. La tempesta senza pioggia li aveva sballottati tra i marosi. Vedevano le cime delle montagne ora trasformate in isolotti.

Appena si accostavano le onde e le correnti allontanavano la nave. I guerrieri non erano abituati a navigare e cominciavano a protestare. Volevano tornare alla loro vita. Finalmente al tramonto dell’ottavo giorno l’acqua cominciò a calmarsi e la nave approdò in un’insenatura naturale. I guerrieri capitanati da Uri scesero per primi a perlustrare il territorio. Costatato che non c’erano pericoli fecero scendere donne e bambini. La notte stessa Uri radunò il consiglio e decise che dal giorno dopo, quello sarebbe stato il territorio della tribù. Chiunque non fosse felice della nuova sistemazione poteva andarsene. Rimasero tutti uniti.

All’alba della mattina dopo Uri ricevette la visita degli spiriti guida della Famiglia Reale. Dopo l’elogio per essere riuscito a scampare al disastro e per aver portato con sé la tribù gli consegnarono gli strumenti per costruire un nuovo villaggio.

Non erano gli strumenti che conosceva.

 Era una scatoletta con delle finestrelle colorate. Con lei c’erano le istruzioni per costruire i templi e i disegni per le nuove dimore dei Reali.

 La sua mente fu invasa da nozioni avveniristiche e impossibili, ma sapeva che poteva realizzare tutto ciò che lo spirito guida comunicava.

 I visitatori andarono via informando Uri che avrebbero fatto ritorno dopo la costruzione dei templi.

I templi erano quasi finiti. Molto tempo era passato. Uri sentiva il peso dell’età e della responsabilità. La costruzione di due templi a forma di piramide era stata ardua, nonostante la scatola magica.

 Aveva deciso di abdicare in favore di Acam il figlio maggiore.

 Acam era un valoroso guerriero, astuto e sapiente. La sua donna era una Dea Madre consacrata alla famiglia reale. Lei accudiva e nutriva i piccoli della tribù con passione e amore.  Aveva scolpito il betile d’oro del tempio con le immagini della caccia e della venuta degli Spiriti Guida.

 La Famiglia Reale aveva in serbo per lei una missione. Sapeva che doveva lasciare Acam e la sua tribù, ma non sapeva quando. Il dolore che provava al pensiero di lasciare il suo sposo le annebbiava la vista, ma non poteva tradire gli Dei, era stata scelta.

 Uri sovrintendeva ai lavori finali delle piramidi. Erano gemelle, in tutto e per tutto identiche. La scatola magica aveva compiuto dei miracoli trasportando le rocce che servivano alla costruzione. Solo premendo un quadratino, la roccia diventava leggera e si modellava come creta. Ma le trappole per tenere lontano i predatori, quelle no. Quelle le avevano costruite Uri, con il suo ingegno e l’aiuto di Acam e la sua donna.

 Nel loro ventre erano nascosti i segreti della Famiglia Reale. Gli spiriti guida erano venuti in gran segreto e avevano nascosto il loro tesoro nei meandri delle piramidi. Nessuno doveva svelare quel segreto. Erano passate molte lune e Uri non era più il capo. Invecchiava e aveva timore di non aver tempo per tramandare tutto il suo sapere ai propri figli, e ai figli dei figli. Gli venne in aiuto la donna di Acam che, con entusiasmo, incise le sue parole sopra pelli di cervo, conservandole poi in giare di terracotta.

 La Dea Madre, incise anche una tavoletta di scisto con un bel disegno della loro terra. Regalò quella pietra nera e lucida agli Dei, posandola nella riva del fiume poco lontano. Gli Dei avrebbero gradito il suo omaggio, magari non l’avrebbero più voluta con loro in cambio.

Una notte uno spirito guida si presentò nella sua capanna e gli comunicò che il tempo era finito, doveva tornare alla luce. Uri sorrise, soddisfatto della sua vita, non aveva nessuna remora a lasciare il suo corpo mortale.

L’alba trovò Uri senza vita. La tribù onorò il suo corpo cremandolo con un falò di legno di ginepro e frasche di rosmarino. Le sue ceneri furono lasciate al vento accompagnate da celebrazioni della sua lunga e onorata esistenza.

Morto Uri, Acam diventò il capo spirituale e temporale della tribù. La sua donna, la Dea madre della tribù, gli rimase accanto per due primavere. Scaduto il tempo, gli Spiriti Guida scesero sulla terra per prelevare Nantù, la donna di Acam. Tra le lacrime e la rassegnazione, Nantù promise amore eterno al suo compagno. Una luce brillante pervasa da un calore indescrivibile prese Nantù e la portò verso le stelle.

Gli spiriti guida arrivarono nella notte di luna piena. Era il solstizio di primavera, la luna annunciava il nuovo raccolto.

Un carro spaziale arrivò senza rumore, solo le luci azzurre annunciarono l’arrivo.

Gli spiriti guida si materializzarono davanti alla capanna di Acam.

Acam sentì la loro presenza. Le voci degli spiriti guida gli chiedevano di accompagnarli dentro la piramide. Avevano il “Seme” della civiltà dei Giganti con loro. Nessuno doveva sapere della presenza di quel tesoro. Acam avrebbe dovuto tenere il segreto, oppure la dinastia dei Giganti sarebbe andata perduta.

Quella volta Acam, prese coraggio e rivolse delle domande agli Spiriti.

Alle domande di Acam, gli Spiriti risposero di attendere, sarebbe stato esaudito di lì a poco.

Acam guidò i messaggeri all’interno della piramide con il tempietto, e li accompagnò al tempio dorato.  I Messaggeri vollero andare in un’altra camera disadorna, senza l’oro e gli affreschi. Stupito, Acam li guidò verso la sala, dove riposavano i resti del padre.

Gli spiriti adagiarono una sfera azzurra e luminescente sul pavimento, e si raccomandarono a Uri che fosse ben protetta da sette Betiles in granito con delle scritte incise sopra. Gli avrebbero dettato in seguito il testo.

Acam fece per uscire dalla sala quando un Gigante si materializzò davanti a lui. Per lo stupore, finì a terra.

La mano del Gigante si tese per porgli aiuto. Acam la prese e nello stesso momento che strinse quella mano poderosa, seppe la risposta alle sue domande.

Il Gigante instillò nella sua mente alcune scene del futuro e del passato.

“La storia comincia nei Cieli remoti. Eoni fa, quando il nostro sistema solare era ancora giovane, dallo spazio esterno fece la sua apparizione un grande pianeta celeste, in fuga da un altro sistema solare esploso. In seguito alla distruzione e delle collisioni che aveva provocato, nacquero la Terra e la cintura degli asteroidi.

 Il pianeta celeste fu catturato in un’orbita attorno al Sole, diventando il dodicesimo membro del sistema solare. La sua orbita è molto ampia e lo fa ritornare vicino alla Terra ogni tremilaseicento anni.”

Acam scoprì che la famiglia Reale dei Giganti non erano gli Dei del tempo, ERANO il tempo!

Loro plasmavano gli eventi a piacimento, ma avevano dei nemici che ostacolavano il progredire degli umani. I nemici erano i loro stessi fratelli, membri della Famiglia Reale, ma di una linea di pensiero repressiva e non progressista.

Loro, quelli che avevano combattuto nei cieli molte lune prime. Volevano la fine del genere umano. Gli umani, i terrestri, erano emotivi, molte volte sanguinari, ma fondamentalmente buoni, puri. C’era stata una guerra molto tempo prima sui cieli terrestri.

 Quella guerra non aveva decretato ne vinti né vincitori. La terra fu abbandonata dagli Dei per millenni. Quando Nibiru, il pianeta dei Giganti fu nuovamente vicino alla terra, la Famiglia Reale decise di guidare gli uomini attraverso la conoscenza materiale e spirituale. Alcuni membri della Famiglia erano contrari e avevano tramato contro la decisione.

Enki fu ostacolato da Enlil il comandante della missione, il suo fratellastro. Egli non voleva salvare il genere umano dal Diluvio. Ma Enki, signore della terra avvisò Ziusudra della venuta di una catastrofe: una cometa avrebbe colpito la Terra provocando inondazioni e terremoti.

 Gli disse di radunare la sua famiglia e le sue greggi per portarle in salvo su una barca. Nella grande barca Ziusudra fece posto anche ad altre specie animali, ripopolando così il territorio, una volta toccato terra.

Da quel momento Enlil giurò vendetta verso il fratellastro.

La terra fu teatro di scontri antichi, di battaglie cruente e sanguinarie, senza vincitori ne vinti. Di volta in volta i fratelli cercarono alleati. Terrestri ed extraterrestri erano chiamati a servire gli Dei in battaglia.

Furono costruite città monumentali che ospitavano templi a loro dedicati e piste d’atterraggio per navicelle e astronavi. Anche là, in quella terra di uomini valorosi furono costruite una città e una pista d’atterraggio, ma furono distrutte dalla grande onda a cui la tribù di Uri era scampata.

La guerra si protrasse per millenni e continua ancora. Il progresso dell’uomo consentirà a uno dei due, di vincere sull’altro.

Se vincerà Enlil, il genere umano sarà distrutto, e il sovrano di Nibiru, padre dei fratelli che fino ad ora è rimasto a guardare, non potrà fare più nulla. La legge dei Giganti precisa che non si può intervenire sul destino dei terrestri.

Già molto è stato fatto. Gli uomini hanno imparato molto da noi. Torneremo. La Luce ci guiderà fino a voi per l’ultima volta. Quel dì gli Annunaki si presenteranno al popolo terrestre.

Il radiofaro deposto dagli Spiriti Guida al centro della sala pulsava di luce azzurra.

Acam si voltò per ammirarlo ancora una volta.

Una luce bianca esplose nella piccola sala, il Gigante era sparito e gli spiriti guida con lui.

Tornando indietro Acam rifletté sull’avvertimento del Gigante “ Nessuno deve venire a conoscenza del radiofaro”

C’era un unico modo per mantenere il segreto su quel tesoro: il villaggio doveva sparire!

E con il villaggio i suoi abitanti.

Tornò nella sua capanna e convocò lo sciamano. Gli spiegò la situazione e insieme escogitarono il modo per far sparire il villaggio con tutti i suoi abitanti, compresi le greggi e gli animali da cortile.

Attesero la notte per agire, la tribù non doveva accorgersi di nulla. La mattina dopo avrebbe dato responsabilità agli Dei, di quello che era successo.

Lo Sciamano prese la scatola magica, dono dei giganti, dal gigantesco cedro al centro del villaggio.

“Il Villaggio dei Cedri svanirà agli occhi nemici, solo i Giganti, gli Dei, potranno trovarci” Disse con solennità.

Manovrando alcuni tasti della scatola magica il villaggio fu avvolto da una luminosità azzurrina e la nebbia lo avvolse completamente.

Lo Sciamano, recitando alcune litanie, spostò la scatola in direzione delle piramidi. La sfera luminosa avvolta da una foschia azzurra, penetrò dentro la prima piramide e la luce svanì.

All’alba il lavoro era fatto. Lo sciamano aveva previsto illuminazione e microclima adatto alla vita sottoterra. La scatoletta magica aveva provveduto alla vita perpetua in condizioni, altrimenti impossibili. Anche i giganteschi cedri alla periferia del villaggio furono trasferiti, rimanendo irti come Dei solitari al confine del mondo.

Al loro risveglio gli abitanti si buttarono a terra, prostrati in onore agli Dei. Non seppero mai che furono Acam insieme allo Sciamano i responsabili del trasferimento.

Quando Acam fu in punto di morte, ricevette la visita degli Spiriti Guida che gli comunicarono la fine del suo tempo. Portarono alcune tavolette di un metallo sconosciuto con delle iscrizioni in una lingua oscura. Acam prima di spirare ordinò di incidere quelle iscrizioni nei Betiles intorno alla Luce dei Giganti.

Non seppe mai che la lingua sconosciuta si tramutò in sardo antico appena incise sui Betiles.

Domenica, 21 Maggio 2017 12:08

Su Mommotti

 

Nelle innumerevoli fiabe e leggende della tradizione sarda, ricca di personaggi mitologici, fate e streghe, non mancano gli spauracchi che i nostri genitori spesso utilizzavano per spaventare noi bimbi, specialmente quando il nostro comportamento andava fuori dalle righe.
Una di queste figure, diffusissima in particolar modo nel cagliaritano ed in tutto il Campidano, era certamente “Mommotti”, noto anche come “Bobbotti”, una sorta di uomo nero ed oscuro, diversamente noto come orco cattivo, con il compito proprio di rapire i bambini che non si fossero comportati bene, per poi portarli in località sconosciute.
Le origini del nome di questa sinistra figura variano da zona a zona della Sardegna.
Una delle più accreditate origini su “Mommotti” è proprio quella attribuita alla zona della città di Cagliari dove nell’antichità erano notevoli le influenze di arabi e pirati.
Tale origine si rifà ad una leggenda che narrerebbe di un certo “Mohammed”, feroce moro arabo che era solito depredare nottetempo i villaggi, portando via con se molti dei bambini.
E’ verosimile che il nome “Mommotti”, con l’andare del tempo ed il tramando della storia, altro non fosse che una storpiatura proprio del nome “Mohammed”.
Vi è anche una un’ulteriore probabile origine di tale figura che si rifà alla storia della famiglia “Marotta” che in periodo napoleonico ed in Corsica, si rese responsabile di numerosi efferati reati tra i quali molti omicidi e rapimenti.
Fatta questa premessa vien da se che questa figura utilizzata per tenere buoni i bimbi discoli potrebbe essere tuttaltro che un mito inventato e possa essere quindi un personaggio realmente esistito.
Non nego che da bambino, talvolta io stesso sia stato vittima dello spauracchio di “Mommotti”. Ricordarlo oggi non fa che farmi sorridere e farmi ricordare piacevolmente la mia lontana fanciullezza.

 

In Sardegna Maimone era una divinità, anzi un demone legato al culto dell'acqua, che i nonni dei nostri nonni imploravano in un antico magico rito di propiziazione della pioggia. Con il passare dei secoli divenne "Su Mommotti", così il demone si trasformò ne "l'Uomo Nero" diventando l'interprete principale di piccole storie che si raccontavano ai bambini per indurli, attraverso lo spauracchio di questa figura mitologica e un po' spaventosa, ad essere obbedienti.
Vecchi errori di genitori impazienti e forse infastiditi dalla famiglia numerosa. Oggi i bambini forse riderebbero a sentirsi raccontare una storia di quel tipo, e Mommotti scomparirebbe pallidamente davanti agli scintillanti mostri dei cartoni animati giapponesi. Forse ..

Lunedì, 01 Maggio 2017 14:41

Ho scritto "pago" sulla spiaggia

 

Uno la sabbia se la sogna anche d’inverno. Soprattutto d’inverno. La tocca con le mani e la stringe, aspettando che le scappi e arrivi sui piedi, a formare quasi una piccola piramide. Sabbia soffice dove si può correre e sdraiarsi, dove si può stare insieme a suonare la chitarra, intorno ad un falò, vicino al mare. Perché la sabbia addensa molte cose, si unisce ai nostri capelli, ai appiccica ai peli delle braccia e delle gambe dei maschietti. E qualche granello arriva sino alla nostra doccia. La sabbia è leggerezza, estate, è acqua che ci incanta, bambini che corrono e urlano parole incomprensibili, sono castelli, sono buchi a cercare acqua con le mani e piccoli secchielli. Sono il torneo di bocce in plastica, le sfide infinte dopo pranzo, la crema protezione quindici o venti o, addirittura cinquanta, che ai tempi nostri non c’era e si tornava a casa con le bolle ma felici. La sabbia è calore, è il primo bacio o il secondo, ma anche il terzo e ha il sapore di quei giorni, di quel mare, di quel sale, di quella spiaggia. 
Adesso, qualcuno ha deciso che tutto questo si può vendere, come si vende un gelato, un chilo di pomodori, un telefonino. Ci devono essere geni incompresi dalle nostre parti, gente che non dorme la notte e davanti ai problemi risponde tranquillo: “Ci sono qua io, vendiamo qualcosa e tutto è risolto”. Mi fanno paura questi geni, questi coltivatori di pragmaticità, questi cultori del “tutto e sempre”, questi violentatori di ricordi e di emozioni. Mio nonno – ed era analfabeta – aveva dodici figli. Non ha mai pensato di vendere o affittare un figlio, mio nonno. Da antifascista non aveva diritto ad avere la cartella del pane. Si mangiavano meloni e fichi e mia madre ricorda che quei meloni erano buonissimi e dolci ma, soprattutto, bagnati. Acqua delle proprie lacrime e della disperazione. Ma non ha mai pensato, mio nonno, di vendere il cane da caccia o la gallina o il suo asino. E non ha pensato, mio nonno, di vendere il giogo dei buoi o la frusta o la bisaccia. Si è messo a vendere meloni in mezzo alla strada, aspettava che qualcuno passasse e barattasse i meloni con qualcos’altro. E mia nonna andava a lavorare il formaggio e i miei zii erano servi pastori o lavoravano in vigna. Nessuno vendeva la propria dignità a quei tempi. Ed erano tempi duri, di guerra e di fame. 
Adesso gli scienziati dell’economia, i “problem solver” di ultima generazione ci raccontano che tutto è in movimento, tutto è acquistabile e quindi tutto è vendibile. Possiamo acquistare il quadro di Picasso, è vero, ma non acquisteremo mai l’emozione del pittore, la sua forza nel dipingerlo. Non sopporto chi acquista qualcosa di importante e se lo tiene per se. Non ha senso. Certe cose sono per tutti e sono di tutti e sono lì per chè tutti possano guardarle. Ma sono, come dire, cose costruite dagli uomini e ci sta che possano anche essere vendute. E’ il mercato. Lo so. Ma a nessuno è venuto in mente di vendere un panorama, un orizzonte, una spiaggia. Le spiagge, qualcuno obbietta sono state “privatizzate” e molte sono “a pagamento”. La realtà è diversa: è a pagamento il servizio offerto, ma la spiaggia è un bene demaniale, è dello Stato, ovvero di tutti. Infatti, qualcuno di quei “tutti”, pensando di esserne padrone, seppure in comproprietà, di tanto in tanto pensa di venderla. Ho sempre pensato sia un personaggio molto triste quello con questi conturbanti pensieri: immagino che da bambino gli tirassero la sabbia negli occhi, oppure si bruciasse perché la mamma non aveva l’ombrellone oppure era un bambino solo. Con molti giocattoli, formine, secchielli, rastrelli, ma nessuno si avvicinava a lui. D’altronde chi non capisce l’entità di un sogno non riesce a raccontarlo. Chi non comprende il calore di un abbraccio non riesce a contraccambiarlo. 
Noi, in Sardegna siamo vissuti con la sabbia di contorno. E con il mare. Abbiamo camminato e baciato e pianto e sorriso sulle spiagge della nostra isola. Siamo stati accarezzati nella nostra infanzia da quel sole torrido e dolce e abbiamo camminato, per ore, sulla battigia, l’orizzonte delle nostre anime. Perché di questo, si tratta, per noi sardi: le spiagge sono il limite fisico dove possiamo arrivare e, guardando il mare, cominciare a sognare. Chi vuole vendere le spiagge sta vendendo il molo del nostro orizzonte, delle nostre emozioni. E tutto questo non è possibile. Davvero. Ci sono altre possibilità per sopravvivere direbbe nonno. Lasciate le spiagge ai nostri figli affinché possano sporcarsi di sabbia e ritornare a casa e raccontare quegli attimi, tra la spiaggia e il mare. Trovate altre soluzioni tra le pieghe dei nostri allegri bilanci e del nostro curioso modo di spendere e sprecare e lasciate le spiagge, a dipingere un pezzo di vita, come tavolozze sottili nell’acquarello della nostra esistenza.

Giampaolo Cassita

Pubblicato in Sardegna
Lunedì, 20 Febbraio 2017 15:58

Su di Me

Mamma, scrittrice, blogger e sperimentatrice, ho sempre la Nikon in borsa, amo i viaggi ma non viaggio per pigrizia.

Ho un'insana passione per i libri e sono affetta da tre rare malattie:

 

- Acquisto compulsivo di libri

- Cucinomania

- Sindrome della chioccia

 

Le due si possono riassumere semplicemente in "amore incondizionato verso i libri" e "sprezzo totale della linea".

La terza, che è la più difficile da spiegare ve la dico in due parole, si fa per dire: “Amore incondizionato per i bimbi e gli animali.” 

 

Il bello di avere due blog, “La Luna Sopra.It” e “RitaPinna” è che non sai dove pubblicare le ricette, le foto etc.

Se siete arrivati fin qui vi ringrazio, probabilmente mi sopportate da una vita. Vi ringrazio per commenti e like e spero di soddisfarvi con i contenuti dei miei blog.

 

Quando non scrivo cucino e quando non creo faccio fotografie.

Tra un articolo e l’altro dei blog cerco di dare forma al mio terzo libro, anche se dovrebbe essere il quinto, ma non metto in conto i racconti.
Tra le poche cose che ho capito in questi cinquanta e più anni è che la vita è troppo breve per rimuginare e incavolarsi, quindi la mia regola di vita è essere sempre allegri, male che vada porti una ventata di serenità a chi purtroppo non riesce ad esserlo facendo del bene anche a me.

 

Vi voglio bene, a chi conosco e a chi non piaccio, ma anche voi servite!

Pubblicato in Redazione